Filocleone, la panettiera e Laso di Ermione

La rappresentazione delle Vespe a Siracusa, nel 2014

Verso il finale delle Vespe di Aristofane (422 a.C.), il vecchio eliasta Filocleone sembra definitivamente guarito dalla φιλοδικία, la malattia per i processi, ovvero la smania di recarsi ogni giorno al tribunale dell’Eliea per svolgere il ruolo di giudice popolare.

La guarigione, come è noto, è stata favorita dallo choc causatogli dall’avere emesso, per la prima volta nella sua vita, voto di assoluzione nei confronti di un imputato (nel contesto di una parodia di processo domestico, inscenato ai danni di uno dei due cani da guardia).

«Come potrò giustificare me stesso di avere assolto un imputato?» si era chiesto disperato Filocleone. Lo consola il figlio Bdelicleone: «Non te la prendere: ti tratterò magnificamente, papà. Ti porterò dappertutto con me, a banchetti, simposi, spettacoli: trascorrerai felicemente il resto dei tuoi giorni». 

Da bacchettone a gaudente smodato

Come è prassi nella commedia aristofanea, la “metamorfosi” dell’austero e intransigente Filocleone ha compimento nel corso di un simposio, nel quale il vecchio si lascia andare in modo incontrollato al piacere della baldoria e, in preda ai fumi del vino, inizia a offendere e percuotere i partecipanti.

Per far fronte a chi minaccia di portarlo in tribunale (!), il vecchio fa allora ricorso alla tecnica suggeritagli dal figlio: «racconta una storiella spiritosa e volgi la cosa in riso: e così lui se ne va, lasciandoti libero».

Ed è così che, quando la panettiera, vittima del vecchio ubriaco, pretende un risarcimento, con la minaccia di ricorrere agli ispettori del mercato, Filocleone mette in pratica la strategia e le racconta una “storiella spiritosa” (vv. 1409-1411):

ΦΙΛΟΚΛΕΩΝ: μὰ Δί’, ἀλλ’ ἄκουσον, ἤν τί σοι δόξω λέγειν.
Λᾶσός ποτ’ ἀντεδίδασκε καὶ Σιμωνίδης·
ἔπειθ’ ὁ Λᾶσος εἶπεν, “ὀλίγον μοι μέλει”.

(«FILOCLEONE: Ma no per Zeus; ascolta quel che sto per dirti: forse ti sembrerà che ne valga la pena. Una volta che erano in gara Laso e Simonide, Laso disse: “Non me ne importa nulla!”»).

Una storiella a prima vista piuttosto insipida, ma che consegue il risultato sperato (la panettiera si allontana) e ha risvolti a mio avviso indicativi dell’ideologia di Aristofane.

Laso, chi era costui?

Busto di Aristofane

Pochissime informazioni abbiamo su questo poeta che viene citato in competizione col più noto Simonide: Laso di Ermione, vissuto nel VI a.C., avrebbe soggiornato ad Atene durante la tirannide di Ipparco (527-514 a.C.) e il suo nome è associato all’introduzione degli agoni ditirambici ad Atene; della sua produzione, inni e ditirambi a carattere mitologico, si conservano pochi frammenti e l’incipit di un Inno a Demetra.

In Ateneo (VII 20), che si avvale della testimonianza di Camaleonte di Eraclea, è citato per i giochi di parole sui pesci che avrebbe coniato.

Più significativa è la testimonianza di Erodoto (VII, 6), che cita Laso di Ermione come colui che convinse il tiranno Ipparco a cacciare Onomacrito, colto in flagrante a modificare alcune delle profezie del leggendario Museo.

Secondo Privitera, il passo erodoteo costituisce un vero e proprio esempio di ‘competizione’ sofistica messo in atto da Laso (G.A. Privitera, Laso di Ermione nella cultura ateniese e nella tradizione storiografica, Roma 1965, p. 48).

D’altra parte, che Laso fosse considerato un σοφός – e come tale in qualche modo collegato con le origini della sofistica – sembrerebbe essere confermato da un passo del Protagora (316d) di Platone.

Nel dialogo, basato come ben noto sull’arte (τέχνη) sofistica, di cui Protagora era annoverato tra i fondatori, il protagonista sostiene che «la tecnica sofistica sia antica, ma quelli che l’hanno praticata, fra gli antichi, temendo l’odiosità che ne può derivare, la travestirono e la mascherarono, alcuni con la poesia, come Omero, Esiodo e Simonide, altri con iniziazioni e vaticini, come Orfeo, Museo e i loro seguaci».

Una critica nei confronti della sofistica

Ci sono molte probabilità che dietro a Orfeo e Museo dovesse figurare lo stesso Laso. Ancora Privitera (ibid., p. 65) afferma che il poeta era «un intellettuale spregiudicato e amante delle competizioni verbali, non dissimile dai sofisti contemporanei».

È vero che, sempre secondo Privitera, «l’effetto comico della battuta di Laso risulta dall’aver attribuito una battuta triviale a un poeta ritenuto comunemente σοφός», ma si può anche aggiungere che il riferimento a Laso di Ermione può a buon diritto iscriversi nell’atteggiamento di ostilità di Aristofane nei confronti della sofistica: non per niente il commediografo lo associa al famoso poeta lirico Simonide, annoverato appunto nel Protagora tra coloro che hanno usato la poesia come pretesto per insegnare la dialettica sofistica.

Chi meglio di Aristofane – sostenitore della morale tradizionale – avrebbe mai potuto attaccare la sofistica contemporanea, mettendo alla berlina, con estrema abilità, due poeti che di essa erano considerati gli antesignani?

[Nota: le traduzioni dei testi di Aristofane sono tratte da G. Mastromarco, Commedie di Aristofane, Torino 1983]

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L’autore di questo articolo:

Dario Carnicella. Mi sono laureato presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” in Filologia Classica; ho conseguito la laurea triennale e magistrale con una tesi in Letteratura greca sui Babilonesi di Aristofane (relatore: prof. G. Mastromarco). I miei interessi spaziano in diversi ambiti della letteratura greca (storiografia, oratoria e teatro classico), in ispecie mi interessa la critica e il commento ai diversi passi dei commediografi greci, in particolare Aristofane.

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