Aristotele? Un tormento!

Copia romana in Palazzo Altemps
del busto di Aristotele di Lisippo

Si stanno ormai esaurendo le polemiche innescate dal passo scelto come seconda prova per l’Esame di Maturità (o – secondo la più recente dizione – l’Esame di Stato) del liceo classico.

Le polemiche d’altra parte sono, per certi aspetti, il sale della vita e non mi voglio sottrarre al gusto di contribuire. Anche se i giorni di riflessione che mi sono preso rendono ormai “inattuali” queste considerazioni sul “famigerato” passo dell’aristotelica Etica Nicomachea (libro VIII, 1155a).

A me il testo non è sembrato affatto “semplice” o “lineare”, come è stato da moti liquidato. Anzi, una valutazione del genere mi sembra quasi offensiva per i ragazzi che si sono cimentati e che davanti a questa prova immagino abbiano faticato non poco, di fronte alla prosa ellittica, frantumata e sussultoria di un testo che – come tutti ben sanno – ci è giunto in una forma non letterariamente compiuta (si tratta in sostanza di appunti redatti all’interno della scuola peripatetica).

Aggiungiamo il fatto che, al contrario di quanto sostiene la Marcolongo (clicca qui per leggere l’articolo) Aristotele non si traduce proprio – o lo si fa solo occasionalmente – nel triennio del liceo: rimango basito nel leggere testualmente che «Aristotele è uno degli autori su cui ci si concentra maggiormente a scuola negli ultimi anni del liceo» (ma che liceo ha frequentato questa benedetta donna? Boh, beata lei…). Per quel che riguarda la mia esperienza, non posso che smentire categoricamente.

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Solo “faber” o ancora “sapiens”?


Eccoci nel momento ”caldo“ delle iscrizioni per il prossimo anno, con il grande problema della scelta delle scuole superiori. E puntualmente si ripropone l’annoso quesito: «che senso ha iscriversi al liceo classico?». Neanche a dirlo, a essere tirate in ballo sono soprattutto il latino e il greco, discipline “caratterizzanti” il corso di studi.

Alla domanda «a che serve?» ha tentato una risposta, qualche anno fa, Martha Nussbaum nel volumetto Non per profitto cui abbiamo già fatto riferimento (“Cultura umanistica e democrazia”). Ma il quesito continua a rimbalzare e questa volta mi piace riprendere un bell’articolo di Vito Mancuso, pubblicato lo scorso 12 gennaio su “La Repubblica”, in occasione della IV edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico.

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Progetto “Democrazia in Grecia”

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Il primo volume del progetto «Democrazia in Grecia»

In un momento che mi sembra quanto meno “asfittico” per l’editoria del mondo classico, mi fa piacere segnalare quest’iniziativa molto stimolante, che mi auguro possa incontrare l’interesse che merita.

Con la pubblicazione – nel maggio scorso – del primo volume della Politica di Aristotele (libri I-IV), la benemerita collana «Lorenzo Valla» della Mondadori inaugura un progetto sulla «Democrazia in Grecia», che comprenderà cinque volumi: ai due dedicati alla Politica di Aristotele (curati da T. J. Saunders e R. Robinson il primo, D. Keyt e R. Kraut il secondo – in entrambi i casi con la traduzione di R. Radice e T. Gargiulo), seguirà un volume con la Costituzione degli Ateniesi attribuita ad Aristotele (curatore P. J. Rhodes, con la traduzione di A. Zambrini) insieme con quella dello Pseudo-Senofonte (introduzione, traduzione e commento di G. Serra).

Seguiranno due volumi antologici, che raccolgono un’ampia scelta di passi «riguardanti il problema del governo del popolo da Omero sino all’epoca di Alessandro Magno» (dalla premessa del curatore P. Boitani). Il volume IV ha come titolo: Democrazia: la nascita, il consolidamento, i consensi, mentre il volume VDemocrazia: la crisi e le reazioni. Introduzione, traduzione e commento saranno in questo caso curati da D. Loscalzo. 

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Il letamaio di Eraclito

Leggendo in vari siti internet (e anche sui giornali) le traduzioni del passo di Aristotele assegnato alla maturità, si riscontra un’incomprensione, in cui sono incappati anche traduttori esperti: il sostantivo ἰπνός, viene reso nell’accezione di “forno”, “cucina”, o semplicemente “fuoco”, davanti al quale si scalderebbe Eraclito. Da qui traduzioni del tipo: «come si racconta che … Leggi tuttoIl letamaio di Eraclito

Non il caso, ma la finalità regna nelle opere della natura

Interessante e impegnativo il passo scelto dalla commissione ministeriale per i maturandi di quest’anno. Avrei voluto proporre un video con la traduzione ragionata, ma attualmente sono in condizioni di emergenza, perché sono privo di connessione internet (aspettando l’allacciamento di FastWeb). Vedrò se la situazione si sbloccherà a breve (è circa un mese che sono in … Leggi tuttoNon il caso, ma la finalità regna nelle opere della natura

Vergogna e pudore

Il termine αἰδώς, connesso con il verbo αἴδομαι, indica il «senso di vergogna, modestia, pudore», un sentimento particolarmente denso di implicazioni già nell’ambito della mentalità greca arcaica. Esso costituisce un tratto saliente della società omerica: «la più potente forza morale nota all’uomo omerico è il rispetto dell’opinione pubblica, aidós» (E. Dodds). Si tratta di un concetto fondamentale, che consiste essenzialmente, come osserva O. Taplin, in un «senso di compunzione che inibisce gli uomini dal comportarsi male».

Pietro Canonica, Pudore (Museo Pietro Canonica a Villa Borghese)

Affine ad αἴδομαι è il verbo αἰδέομαι «vergognarsi di fare una cosa» (si costruisce con l’infinito) o «sentire riverenza, temere, rispettare qualcuno o qualcosa» (con l’accusativo: vedi ad esempio le celebri parole di Ettore ad Andromaca: αἰδέομαι Τρῶας καὶ Τρῳάδας ἑλκεσιπέπλους, «ho vergogna dei Troiani e delle Troiane dai lunghi pepli»).
Fra i principi cardinali dell’educazione aristocratica, la αἰδώς riveste un ruolo di primo piano: «il fattore educativo della nobiltà sta nel destare il sentimento dell’obbligo verso l’ideale, che è così posto continuamente sott’occhio dal singolo. A questo sentimento, alla aidós, si può sempre fare appello; l’offenderlo suscita negli altri il sentimento, intimamente connesso a quello, della némesis» (W. Jäger).

Nella riflessione di Esiodo il concetto di αἰδώς non individua un atteggiamento univocamente positivo, ma subisce uno sdoppiamento di valore (così come accade anche, ad esempio, per la ἔρις «la contesa»), a seconda delle circostanze: alla αἰδώς che costituisce valore etico fondamentale, si contrappone una αἰδὼς δ᾽ οὐκ ἀγαθή «aidós non buona», che costituisce un impedimento, «perché rappresenta quel misto di senso di inferiorità e di vergogna che è proprio di chi si trova nella condizione di povertà» (G. Arrighetti).

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