Dionysus ex Machina

È di recente pubblicazione (in linea dal 13 ottobre scorso) questa nuova rivista online, dedicata agli studi sul teatro antico, che si presenta in modo molto promettente.

Pubblicata dall’editore Palumbo, con cadenza annuale, ha come direttore Giusto Picone e nel Comitato Scientifico annovera personaggi del calibro di Maurizio Bettini, Maria Grazia Bonanno, Eva Cantarella, Giulio Guidorizzi, Giuseppe Mastromarco, Jaume Pòrtulas …

La rivista è organizzata in 6 sezioni, in ognuna delle quali è possibile (credo sia un’opzione promozionale limitata a questo primo numero) scaricare gratuitamente un articolo in formato PDF.

Vediamo nei dettagli le singole sezioni:

Testi (redattore responsabile Angela M. Andrisano): sezione dedicata all’esegesi testuale del teatro greco e latino, con approcci di natura filologico-linguistica o drammaturgica.

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Codro si sacrifica per la patria

[et_pb_section][et_pb_row][et_pb_column type=”4_4″][et_pb_text]Mi è stato recentemente richiesto di occuparmi di una versione di greco, tratta dall’orazione Contro Leocrate, di Licurgo (l’autore è un oratore del IV secolo: attenzione a non confonderlo con l’omonimo mitico legislatore spartano del IX-VIII secolo a.C., con cui non ha nulla a che vedere!).
Domenico Beccafumi: Il sacrificio di re Codro
(Siena, Palazzo Pubblico. Fonte: Wikimedia commons)
Licurgo accusa di diserzione il concittadino Leocrate, in quanto, per sfuggire ai pericoli della guerra, egli avrebbe abbandonato la città poco prima della battaglia di Cheronea (338 a.C.), venendo così meno ai suoi doveri nei confronti della patria e dei concittadini (ricordiamo che Cheronea è l’episodio militare decisivo per l’affermarsi del dominio di Filippo II, il re macedone padre di Alessandro Magno). È un passo collocato circa a metà dell’orazione (capp. 84-87), nel quale Licurgo propone una carrellata di esempi mitico-storici, che dimostrano l’abnegazione, il senso del dovere e l’eroismo degli Ateniesi del passato: da questo confronto la pusillanimità di Leocrate emerge in modo ancor più evidente. L’esempio che ci interessa da vicino è quello dell’eroico sacrificio del re Codro, l’ultimo mitico re ateniese. La vicenda è ambientata in un periodo di carestia, quando i Peloponnesiaci dichiarano guerra ad Atene, per conquistarne il territorio e sfruttarne le risorse. Come succedeva in questi frangenti, prima di intraprendere le operazioni militari, inviano una delegazione a Delfi per consultare l’oracolo di Apollo sull’esito della guerra. L’oracolo risponde: «Cari Spartani, riuscirete a conquistare Atene, a patto che non uccidiate il suo re, Codro». I Peloponnesiaci partono fiduciosi per la guerra e avvertono tutti i soldati di non uccidere assolutamente il re Codro. Ma un abitante di Delfi, un certo Cleomanti, venuto a sapere del responso, informò in tutto segreto gli Ateniesi. Ecco qui il testo greco della prima parte della versione:

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Colin Austin (1941-2010)

Una delle ultime grandi imprese del prof. Austin: il "nuovo" Posidippo

La scorsa estate, il 13 agosto, è venuto meno Colin Austin, uno dei più brillanti specialisti mondiali di testi greci. Ho avuto modo di conoscerlo a Parma, nel maggio del 2006, quando tenne una suggestiva lezione sull’Antigone di Sofocle, dal titolo: The girl who said no.

Fra la sua sterminata produzione, mi piace ricordare la collaborazione all’editio maior di Posidippo di Pella (2001), ma soprattutto alla (cosiddetta) editio minor (2002), di cui ha curato il commento e nella quale ha esercitato le sue straordinarie capacità di ricostruzione di un testo frammentario: una edizione di riferimento, con cui ho avuto modo di confrontarmi al tempo del dottorato di ricerca, quando ho studiato la sezione degli ἀνδριαντοποιϊκά del papiro posidippeo.

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Il ruggito del vecchio leone

Dopo tempo immemorabile e decenni di indugi, la Società Editrice Dante Alighieri ha deciso di rinnovare il glorioso “Rocci”, il vocabolario sul quale generazioni di studenti si sono cimentate e arrabattate (spesso con discapito delle facoltà visive) nella traduzione delle versioni di greco: uno strumento che è stato indispensabile compagno di viaggio degli studenti classici … Leggi tutto Il ruggito del vecchio leone

Vergogna e pudore

Il termine αἰδώς, connesso con il verbo αἴδομαι, indica il «senso di vergogna, modestia, pudore», un sentimento particolarmente denso di implicazioni già nell’ambito della mentalità greca arcaica. Esso costituisce un tratto saliente della società omerica: «la più potente forza morale nota all’uomo omerico è il rispetto dell’opinione pubblica, aidós» (E. Dodds). Si tratta di un concetto fondamentale, che consiste essenzialmente, come osserva O. Taplin, in un «senso di compunzione che inibisce gli uomini dal comportarsi male».

Pietro Canonica, Pudore (Museo Pietro Canonica a Villa Borghese)

Affine ad αἴδομαι è il verbo αἰδέομαι «vergognarsi di fare una cosa» (si costruisce con l’infinito) o «sentire riverenza, temere, rispettare qualcuno o qualcosa» (con l’accusativo: vedi ad esempio le celebri parole di Ettore ad Andromaca: αἰδέομαι Τρῶας καὶ Τρῳάδας ἑλκεσιπέπλους, «ho vergogna dei Troiani e delle Troiane dai lunghi pepli»).
Fra i principi cardinali dell’educazione aristocratica, la αἰδώς riveste un ruolo di primo piano: «il fattore educativo della nobiltà sta nel destare il sentimento dell’obbligo verso l’ideale, che è così posto continuamente sott’occhio dal singolo. A questo sentimento, alla aidós, si può sempre fare appello; l’offenderlo suscita negli altri il sentimento, intimamente connesso a quello, della némesis» (W. Jäger).

Nella riflessione di Esiodo il concetto di αἰδώς non individua un atteggiamento univocamente positivo, ma subisce uno sdoppiamento di valore (così come accade anche, ad esempio, per la ἔρις «la contesa»), a seconda delle circostanze: alla αἰδώς che costituisce valore etico fondamentale, si contrappone una αἰδὼς δ᾽ οὐκ ἀγαθή «aidós non buona», che costituisce un impedimento, «perché rappresenta quel misto di senso di inferiorità e di vergogna che è proprio di chi si trova nella condizione di povertà» (G. Arrighetti).

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Per chi suona la… campanella?

È partito l’anno scolastico 2010-2011 (anche se la cerimonia “ufficiale” di inaugurazione è prevista il 21 settembre al Quirinale). Al di là delle novità “epocali”, sbandierate dal ministero, quello che è iniziato si prospetta un anno difficile per la scuola, alle prese con problemi atavici, aggravati dal peso di una “riforma”, tutta a carico del … Leggi tutto Per chi suona la… campanella?

Essere giovani in Grecia

Breve excursus sulla παιδεία fra Atene e Sparta


Nelle diverse poleis le leggi ed i costumi erano differenti e differente era anche il modo in cui si diventava cittadini, cioè il percorso di formazione che i giovani dovevano compiere per giungere a ricoprire quel privilegiato ruolo sociale cui la loro nascita li aveva destinati.

Se scendiamo nel particolare e osserviamo i due modelli “di riferimento”, vedremo che i processi educativi si distinguevano già nel nome perché, se il programma ateniese era universalmente conosciuto come παιδεία, a Sparta si parlava piuttosto di ἀγωγή, e la diversa terminologia può suggerire la differenza di tenore.

La παιδεία era un progetto di educazione/istruzione fisica, culturale e psicologica, che doveva garantire l’armonica partecipazione dell’individuo al consorzio sociale, previa la consapevole interiorizzazione dei valori universali dell’ethos ateniese.

Al centro è il παῖς, che concluderà la sua formazione con un biennio di efebia, preparandosi ai compiti militari dell’oplita: il futuro cittadino insomma doveva dimostrare di condividere l’ideologia della polis e di potersi assumere doveri e responsabilità nei confronti della collettività, come contropartita di quei diritti di cui avrebbe goduto.

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Ce ne corre tra il bicchiere e la punta del labbro

Giocatore di cottabo (Louvre)
Giocatore di cottabo (Louvre)

Suona forse un po’ più raffinato, ma in sostanza è un proverbio molto simile al «non dire gatto se non ce l’hai nel sacco», di trapattoniana memoria…

Protagonista è un certo Anceo, figlio di Posidone e di Astifalea, fondatore della città di Samo, nell’isola omonima e sovrano dei Lelegi (fra le altre sue referenze, partecipò alla spedizione degli Argonauti e dopo la morte di Tifi, venne eletto timoniere al suo posto).

La sua morte è collegata con il proverbio che recita: πολλὰ μεταξὺ πέλει κύλικος καὶ χείλεος ἄκρου «ce ne corre tra la coppa e l’estremità del labbro», a noi pervenuto grazie al grammatico Zenobio (età adrianea), autore della più importante raccolta di proverbi che ci sia giunta dall’antichità greca.

Dunque Anceo, mentre stava piantando una vite nel suo vigneto, venne colpito dalla profezia di un indovino: «Tu non berrai mai il vino di questa vite!».

Trascorso del tempo, la vigna produsse uva abbondante, ci fu la vendemmia e dopo la pigiatura dei grappoli maturi, il vino era pronto nel «ribollir de’ tini» (come direbbe Carducci). I servi accorrono per informare il loro signore che il vino era pronto. Anceo allora si riempie una coppa di quel vino e – mandato a chiamare l’indovino – comincia a farsi beffe di lui e della sua profezia di malaugurio.

Ma quello, impassibile: «Ce ne corre, tra la coppa e la punta del labbro!».

E infatti, a questo punto entrano affannati i servi e annunciano: «Padrone, un cinghiale selvatico si è scatenato nella nostra vigna!». Deposta la coppa senza nemmeno aver assaggiato il vino, Anceo afferra un giavellotto e si precipita fuori; ma il cinghiale, balzato all’improvviso fuori da una radura dov’era nascosto, assale Anceo uccidendolo.

Il nostro proverbio  risale probabilmente ad Aristotele, ma sembra avere origine popolare e folklorica, attestato anche nel mondo latino (Catone il Censore, presso Gellio XIII 18, 1: inter os atque offam multa intervenire possunt: «fra bocca e focaccia molte cose possono accadere») e il nostro «dalla mano alla bocca spesso si perde la zuppa».

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