Il ruggito del vecchio leone

Dopo tempo immemorabile e decenni di indugi, la Società Editrice Dante Alighieri ha deciso di rinnovare il glorioso “Rocci”, il vocabolario sul quale generazioni di studenti si sono cimentate e arrabattate (spesso con discapito delle facoltà visive) nella traduzione delle versioni di greco: uno strumento che è stato indispensabile compagno di viaggio degli studenti classici … Leggi tuttoIl ruggito del vecchio leone

Vergogna e pudore

Il termine αἰδώς, connesso con il verbo αἴδομαι, indica il «senso di vergogna, modestia, pudore», un sentimento particolarmente denso di implicazioni già nell’ambito della mentalità greca arcaica. Esso costituisce un tratto saliente della società omerica: «la più potente forza morale nota all’uomo omerico è il rispetto dell’opinione pubblica, aidós» (E. Dodds). Si tratta di un concetto fondamentale, che consiste essenzialmente, come osserva O. Taplin, in un «senso di compunzione che inibisce gli uomini dal comportarsi male».

Pietro Canonica, Pudore (Museo Pietro Canonica a Villa Borghese)

Affine ad αἴδομαι è il verbo αἰδέομαι «vergognarsi di fare una cosa» (si costruisce con l’infinito) o «sentire riverenza, temere, rispettare qualcuno o qualcosa» (con l’accusativo: vedi ad esempio le celebri parole di Ettore ad Andromaca: αἰδέομαι Τρῶας καὶ Τρῳάδας ἑλκεσιπέπλους, «ho vergogna dei Troiani e delle Troiane dai lunghi pepli»).
Fra i principi cardinali dell’educazione aristocratica, la αἰδώς riveste un ruolo di primo piano: «il fattore educativo della nobiltà sta nel destare il sentimento dell’obbligo verso l’ideale, che è così posto continuamente sott’occhio dal singolo. A questo sentimento, alla aidós, si può sempre fare appello; l’offenderlo suscita negli altri il sentimento, intimamente connesso a quello, della némesis» (W. Jäger).

Nella riflessione di Esiodo il concetto di αἰδώς non individua un atteggiamento univocamente positivo, ma subisce uno sdoppiamento di valore (così come accade anche, ad esempio, per la ἔρις «la contesa»), a seconda delle circostanze: alla αἰδώς che costituisce valore etico fondamentale, si contrappone una αἰδὼς δ᾽ οὐκ ἀγαθή «aidós non buona», che costituisce un impedimento, «perché rappresenta quel misto di senso di inferiorità e di vergogna che è proprio di chi si trova nella condizione di povertà» (G. Arrighetti).

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Per chi suona la… campanella?

È partito l’anno scolastico 2010-2011 (anche se la cerimonia “ufficiale” di inaugurazione è prevista il 21 settembre al Quirinale). Al di là delle novità “epocali”, sbandierate dal ministero, quello che è iniziato si prospetta un anno difficile per la scuola, alle prese con problemi atavici, aggravati dal peso di una “riforma”, tutta a carico del … Leggi tuttoPer chi suona la… campanella?

Essere giovani in Grecia

Breve excursus sulla παιδεία fra Atene e Sparta


Nelle diverse poleis le leggi ed i costumi erano differenti e differente era anche il modo in cui si diventava cittadini, cioè il percorso di formazione che i giovani dovevano compiere per giungere a ricoprire quel privilegiato ruolo sociale cui la loro nascita li aveva destinati.

Se scendiamo nel particolare e osserviamo i due modelli “di riferimento”, vedremo che i processi educativi si distinguevano già nel nome perché, se il programma ateniese era universalmente conosciuto come παιδεία, a Sparta si parlava piuttosto di ἀγωγή, e la diversa terminologia può suggerire la differenza di tenore.

La παιδεία era un progetto di educazione/istruzione fisica, culturale e psicologica, che doveva garantire l’armonica partecipazione dell’individuo al consorzio sociale, previa la consapevole interiorizzazione dei valori universali dell’ethos ateniese.

Al centro è il παῖς, che concluderà la sua formazione con un biennio di efebia, preparandosi ai compiti militari dell’oplita: il futuro cittadino insomma doveva dimostrare di condividere l’ideologia della polis e di potersi assumere doveri e responsabilità nei confronti della collettività, come contropartita di quei diritti di cui avrebbe goduto.

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Ce ne corre tra il bicchiere e la punta del labbro

Giocatore di cottabo (Louvre)
Giocatore di cottabo (Louvre)

Suona forse un po’ più raffinato, ma in sostanza è un proverbio molto simile al «non dire gatto se non ce l’hai nel sacco», di trapattoniana memoria…

Protagonista è un certo Anceo, figlio di Posidone e di Astifalea, fondatore della città di Samo, nell’isola omonima e sovrano dei Lelegi (fra le altre sue referenze, partecipò alla spedizione degli Argonauti e dopo la morte di Tifi, venne eletto timoniere al suo posto).

La sua morte è collegata con il proverbio che recita: πολλὰ μεταξὺ πέλει κύλικος καὶ χείλεος ἄκρου «ce ne corre tra la coppa e l’estremità del labbro», a noi pervenuto grazie al grammatico Zenobio (età adrianea), autore della più importante raccolta di proverbi che ci sia giunta dall’antichità greca.

Dunque Anceo, mentre stava piantando una vite nel suo vigneto, venne colpito dalla profezia di un indovino: «Tu non berrai mai il vino di questa vite!».

Trascorso del tempo, la vigna produsse uva abbondante, ci fu la vendemmia e dopo la pigiatura dei grappoli maturi, il vino era pronto nel «ribollir de’ tini» (come direbbe Carducci). I servi accorrono per informare il loro signore che il vino era pronto. Anceo allora si riempie una coppa di quel vino e – mandato a chiamare l’indovino – comincia a farsi beffe di lui e della sua profezia di malaugurio.

Ma quello, impassibile: «Ce ne corre, tra la coppa e la punta del labbro!».

E infatti, a questo punto entrano affannati i servi e annunciano: «Padrone, un cinghiale selvatico si è scatenato nella nostra vigna!». Deposta la coppa senza nemmeno aver assaggiato il vino, Anceo afferra un giavellotto e si precipita fuori; ma il cinghiale, balzato all’improvviso fuori da una radura dov’era nascosto, assale Anceo uccidendolo.

Il nostro proverbio  risale probabilmente ad Aristotele, ma sembra avere origine popolare e folklorica, attestato anche nel mondo latino (Catone il Censore, presso Gellio XIII 18, 1: inter os atque offam multa intervenire possunt: «fra bocca e focaccia molte cose possono accadere») e il nostro «dalla mano alla bocca spesso si perde la zuppa».

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Socrate e la politica

Socrate (attr. a Lisippo)

Mi sembra che quest’anno i funzionari ministeriali siano stati – tutto sommato – abbastanza clementi nella scelta del compito di greco di seconda prova dell’Esame di Stato: il passo di Platone era lunghetto, ma molto noto e non particolarmente difficile.

Si tratta di un momento della Apologia di Socrate, nella quale il maestro di Platone rivendica i propri meriti di cittadino che ha sempre regolato il proprio atteggiamento sulla giustizia – quale che fosse il regime vigente ad Atene – anche a rischio della propria incolumità personale.

Ecco il passo, intitolato dal Ministero: Socrate e la politica.

Ἐγὼ γάρ, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, ἄλλην μὲν ἀρχὴν οὐδεμίαν πώποτε ἦρξα ἐν τῇ πόλει, ἐβούλευσα δέ· καὶ ἔτυχεν ἡμῶν ἡ φυλὴ Ἀντιοχὶς πρυτανεύουσα ὅτε ὑμεῖς τοὺς δέκα στρατηγοὺς τοὺς οὐκ ἀνελομένους τοὺς ἐκ τῆς ναυμαχίας ἐβουλεύσασθε ἁθρόους κρίνειν, παρανόμως, ὡς ἐν τῷ ὑστέρῳ χρόνῳ πᾶσιν ὑμῖν ἔδοξεν. Τότ’ ἐγὼ μόνος τῶν πρυτάνεων ἠναντιώθην ὑμῖν μηδὲν ποιεῖν παρὰ τοὺς νόμους καὶ ἐναντία ἐψηφισάμην· καὶ ἑτοίμων ὄντων ἐνδεικνύναι με καὶ ἀπάγειν τῶν ῥητόρων, καὶ ὑμῶν κελευόντων καὶ βοώντων, μετὰ τοῦ νόμου καὶ τοῦ δικαίου ᾤμην μᾶλλόν με δεῖν διακινδυνεύειν ἢ μεθ’ ὑμῶν γενέσθαι μὴ δίκαια βουλευομένων, φοβηθέντα δεσμὸν ἢ θάνατον. Καὶ ταῦτα μὲν ἦν ἔτι δημοκρατουμένης τῆς πόλεως· ἐπειδὴ δὲ ὀλιγαρχία ἐγένετο, οἱ τριάκοντα αὖ μεταπεμψάμενοί με πέμπτον αὐτὸν εἰς τὴν θόλον προσέταξαν ἀγαγεῖν ἐκ Σαλαμῖνος Λέοντα τὸν Σαλαμίνιον ἵνα ἀποθάνοι, οἷα δὴ καὶ ἄλλοις ἐκεῖνοι πολλοῖς πολλὰ προσέταττον, βουλόμενοι ὡς πλείστους ἀναπλῆσαι αἰτιῶν. Τότε μέντοι ἐγὼ οὐ λόγῳ ἀλλ’ ἔργῳ αὖ ἐνεδειξάμην ὅτι ἐμοὶ θανάτου μὲν μέλει, εἰ μὴ ἀγροικότερον ἦν εἰπεῖν, οὐδ’ ὁτιοῦν, τοῦ δὲ μηδὲν ἄδικον μηδ’ ἀνόσιον ἐργάζεσθαι, τούτου δὲ τὸ πᾶν μέλει. Ἐμὲ γὰρ ἐκείνη ἡ ἀρχὴ οὐκ ἐξέπληξεν, οὕτως ἰσχυρὰ οὖσα, ὥστε ἄδικόν τι ἐργάσασθαι, ἀλλ’ ἐπειδὴ ἐκ τῆς θόλου ἐξήλθομεν, οἱ μὲν τέτταρες ᾤχοντο εἰς Σαλαμῖνα καὶ ἤγαγον Λέοντα, ἐγὼ δὲ ᾠχόμην ἀπιὼν οἴκαδε.

Ed ecco la traduzione, con qualche (sparuta) annotazione di commento:

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Atene ha sempre difeso la libertà

Ecco un passo tratto dall’orazione Sulla corona, di Demostene.

Prima di procedere, vediamo gli antefatti.

Primavera del 336 a. C.: un certo Ctesifonte ateniese propone di conferire una corona d’oro a Demostene, in segno di riconoscenza dei suoi meriti nei confronti della città, per la quale ha speso grandi energie politiche, sacrificando anche parte delle proprie risorse economiche. La proclamazione solenne si sarebbe dovuta tenere a teatro, nel corso delle Grandi Dionisie, alla presenza del grande pubblico di Ateniesi e stranieri, convenuti per assistere alla rappresentazione delle tragedie “in cartellone” quella stagione.

La proposta di assegnare a Demostene la corona è approvata dalla Boulè (una sorta di “Consiglio di Stato”), ma l’incoronazione non avrà mai luogo, a causa dell’intervento di Eschine, il grande avversario di Demostene, che avanza contro Ctesifonte un’accusa di illegalità (γραφὴ παράνομον). Nel processo sarà Demostene stesso ad assumere le parti della difesa.

Ma passeranno ben 6 anni prima che il processo venga istruito (… a proposito di ritardi della giustizia!). Non è chiaro il motivo di tale ritardo: forse per la situazione difficile di Atene dopo la sconfitta di Cheronea (338 a. C.), che consegna – praticamente – Atene e le poleis greche nelle mani di Filippo II e del regno di Macedonia.

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Il genere del λόγος ἐπιτάφιος

Vienna_Pallas_closeup-587x1024Parlando di Iperide, abbiamo accennato al genere del λόγος ἐπιτάφιος, un particolare tipo di discorso epidittico, ovvero un tipo di discorso che viene pronunciato non per convincere il pubblico a prendere una decisione (come può avvenire in tribunale, dove l’oratore tende a sollecitare una sentenza di assoluzione o di condanna, a seconda dei casi); l’oratore epidittico non vuole sollecitare una decisione, ma richiamare al pubblico i valori più importanti, condivisi della comunità.

Questo accade in particolare in occasione del λόγος ἐπιτάφιος, ovvero il discorso funebre solenne, tenuto da un uomo politico di spicco, al momento della cerimonia di sepoltura collettiva di cittadini benemeriti nei confronti della città. Si tratta, più che di vere e proprie esequie, di una commemorazione, nella quale l’oratore di turno coglie l’occasione dell’elogio dei defunti, per rinsaldare i vincoli della comunità, facendo leva su valori come la libertà, la dedizione nei confronti della patria e dei famigliari, il senso dell’onore e dell’eroismo in guerra…

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