La nuova elegia di Archiloco

Il seguente frammento di origine papiracea, pubblicato per la prima volta nel 2005, costituisce il più recente (e straordinario) ritrovamento di testi del poeta Archiloco di Paro (VII secolo a.C.). Il recupero di questo testo – purtroppo non ben leggibile in molti punti – è stato possibile grazie a nuove indagini condotte con la tecnica del Multispectral Imaging, che ha consentito di decifrare le tracce anche minime, ormai quasi svanite, di un papiro che giaceva da decenni negli archivi dei papiri di Ossirinco (la pubblicazione, con la prima ricostruzione testuale, è opera del papirologo oxoniense Dirk Obbink).

Il P. Oxy. 4701 fr. 1 con il testo elegiaco di Archiloco

Questo testo, tuttora oggetto di grande attenzione da parte degli studiosi, costituisce il più lungo frammento elegiaco di Archiloco a noi pervenuto e si presenta molto problematico, perché privo dell’inizio e molto malconcio anche nel finale. Come se non bastasse, anche la parte che si riesce a leggere (per un totale di 24 versi) presenta lacune, più o meno ampie, in entrambi i margini.

Si tratta di un’ampia elegia di argomento mitologico, nella quale viene narrato un mito piuttosto raro, collocato al tempo della spedizione contro Troia. Perduta la rotta, gli Achei sbarcano per errore in Misia, credendo di essere nella Troade e si scontrano con il re del luogo, l’eroe Telefo figlio di Eracle e di Auge. Lo scontro è in un primo tempo favorevole ai Misî e Telefo riesce a ricacciare indietro gli Achei e a farne strage, arrossando del loro sangue il fiume Caico: ed è questo momento della vicenda che troviamo rappresentato nel frammento di Archiloco recuperato.

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Lo “strano caso” di Orfeo ed Euridice

La pronuncia in italiano delle parole greche: conclusioni

 

Continuando il nostro excursus sul “corretto” accento delle parole greche, vale la pena notare che la pronuncia alla latina presenta nell’italiano anche un notevole vantaggio, in quanto – proprio in virtù della già citata legge della baritonesiimpedisce il formarsi di parole tronche (cioè con l’accento sull’ultima sillaba), che nella nostra lingua suonano piuttosto male, soprattutto nei nomi propri (nel greco, invece, l’accento sull’ultima sillaba è più che normale, vista l’alta frequenza di parole ossitone e perispomene).

Come già avevamo accennato, insomma, con l’accentazione latina si evitano pronunce del tipo Periclè (Περικλῆς), Sofoclè (Σοφοκλῆς), o autentiche mostruosità del tipo Achillè (Ἀχιλλεύς, ma dovrebbe essere Achillèo, che orrore…), ecc.

Corot, Orfeo ed Euridice
(www.asuddibatrana.it/orfeo-mito-e-iconografia.html)

Riconosciuto questo e riconosciuta anche l’importanza di stabilire un criterio ragionevole e univoco per la pronuncia, è altrettanto vero, però, che voler imporre indiscriminatamente e comunque la lex Perrottae, può portare a posizioni rigide e talora addirittura ridicole, se non si tengono nel dovuto conto i singoli casi in cui una tradizione consolidata ha imposto deroghe che è doveroso tenere in considerazione.

Valga, per tutti, il “caso” di Orfeo ed Euridice, i due mitici sposi che per un momento riescono a oltrepassare i vincoli della morte, prima di subire la separazione definitiva.

Nonostante la “corretta” pronuncia (alla latina) imponga Òrfeo (Orpheus) ed Eurìdice (Euridĭces), è innegabile che in italiano si sia affermata la pronuncia Orféo (Ὀρφεύς) ed Euridìce (Εὐρυδίκης), soprattutto in virtù di un uso secolare, che è passato attraverso il melodramma barocco: sono state decisive opere come L’Orfeo di Monteverdi o, meglio ancora, l’Orfeo ed Euridice di C. W. Gluck, su libretto di Ranieri de’ Calzabigi.

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Graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur

Ma come vanno accentate le parole greche?

 

Luca Diamante, un attento lettore del blog, mi ha recentemente interpellato sulla corretta pronuncia italiana dei nomi di origine greca: si deve pronunciare Giasóne o Giàsone? Eràclito o Eraclìto? Òrfeo o Orfèo? E così via.

Il problema – spinoso quanto mai – è di antica data, se è vero che già nel 1679,  nella Regia Parnassi (un dizionario prosodico di parole latine), a tal proposito si osservava, con l’elegante esametro che ho messo nel titolo:

Graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur
«i [vocaboli] greci vagano senza legge nel territorio dell’Ausonia» (che è come dire: «in Italia ognuno accenta le parole greche come meglio gli pare»).

L’espressione divenne proverbiale, per indicare l’oscillazione della pronuncia delle parole greche, a seconda che si segua l’accentazione latina o quella greca (talvolta, addirittura, nessuna delle due).

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L’allievo sfida il maestro

Il potere mistificatorio e le possibilità di manipolazione della parola sono esemplificati da un notissimo aneddoto, di cui sono protagonisti due antichi oratori, considerati i primi artefici di τέχναι ῥητορικαί, ovvero di «manuali teorico-pratici di arte oratoria».

Si tratta di Corace e Tisia, che secondo la tradizione furono maestro e discepolo.

La scena è a Siracusa, nella prima metà del V secolo a.C.

Corace, maestro prestigioso e affermato, tiene una sorta di “scuola privata” alla quale si dirigono i giovani di belle speranze per imparare i rudimenti della retorica, una “scienza” ancora agli albori. Un giorno gli si presenta Tisia, un giovane intelligente e squattrinato, interessato ad apprendere i segreti del parlare in modo efficace e persuasivo.

Teatro greco di Siracusa: Sofocle, Antigone 2005 (foto mia)

Corace si commuove, di fronte all’entusiasmo del suo giovane interlocutore e decide di accettarlo gratuitamente come discepolo, a questo patto: Tisia avrebbe pagato l’onorario al maestro nel momento in cui avesse affrontato e vinto il suo primo processo, dimostrando così di essere diventato oratore abile e in grado di guadagnarsi da vivere.

Passa il tempo, le lezioni si sono ormai concluse, ma Tisia continua a rimandare il giorno del suo primo processo. Corace comincia a seccarsi, perché ritiene l’allievo ormai perfettamente in grado di destreggiarsi con l’arte che gli è stata insegnata.

Ma poiché Tisia pervicacemente rimanda l’attività forense e si rifiuta di pagare il maestro, Corace lo cita in tribunale:

«Se vincerò io il processo, mi dovrai pagare in virtù della sentenza dei giudici; se invece sarai tu il vincitore, dovrai pagarmi in virtù dei nostri accordi, visto che sarai riuscito a vincere il tuo primo processo. In ogni caso, caro il mio Tisia, sarai costretto a pagare».

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Dionysus ex Machina

È di recente pubblicazione (in linea dal 13 ottobre scorso) questa nuova rivista online, dedicata agli studi sul teatro antico, che si presenta in modo molto promettente.

Pubblicata dall’editore Palumbo, con cadenza annuale, ha come direttore Giusto Picone e nel Comitato Scientifico annovera personaggi del calibro di Maurizio Bettini, Maria Grazia Bonanno, Eva Cantarella, Giulio Guidorizzi, Giuseppe Mastromarco, Jaume Pòrtulas …

La rivista è organizzata in 6 sezioni, in ognuna delle quali è possibile (credo sia un’opzione promozionale limitata a questo primo numero) scaricare gratuitamente un articolo in formato PDF.

Vediamo nei dettagli le singole sezioni:

Testi (redattore responsabile Angela M. Andrisano): sezione dedicata all’esegesi testuale del teatro greco e latino, con approcci di natura filologico-linguistica o drammaturgica.

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Codro si sacrifica per la patria

[et_pb_section][et_pb_row][et_pb_column type=”4_4″][et_pb_text]Mi è stato recentemente richiesto di occuparmi di una versione di greco, tratta dall’orazione Contro Leocrate, di Licurgo (l’autore è un oratore del IV secolo: attenzione a non confonderlo con l’omonimo mitico legislatore spartano del IX-VIII secolo a.C., con cui non ha nulla a che vedere!).
Domenico Beccafumi: Il sacrificio di re Codro
(Siena, Palazzo Pubblico. Fonte: Wikimedia commons)
Licurgo accusa di diserzione il concittadino Leocrate, in quanto, per sfuggire ai pericoli della guerra, egli avrebbe abbandonato la città poco prima della battaglia di Cheronea (338 a.C.), venendo così meno ai suoi doveri nei confronti della patria e dei concittadini (ricordiamo che Cheronea è l’episodio militare decisivo per l’affermarsi del dominio di Filippo II, il re macedone padre di Alessandro Magno). È un passo collocato circa a metà dell’orazione (capp. 84-87), nel quale Licurgo propone una carrellata di esempi mitico-storici, che dimostrano l’abnegazione, il senso del dovere e l’eroismo degli Ateniesi del passato: da questo confronto la pusillanimità di Leocrate emerge in modo ancor più evidente. L’esempio che ci interessa da vicino è quello dell’eroico sacrificio del re Codro, l’ultimo mitico re ateniese. La vicenda è ambientata in un periodo di carestia, quando i Peloponnesiaci dichiarano guerra ad Atene, per conquistarne il territorio e sfruttarne le risorse. Come succedeva in questi frangenti, prima di intraprendere le operazioni militari, inviano una delegazione a Delfi per consultare l’oracolo di Apollo sull’esito della guerra. L’oracolo risponde: «Cari Spartani, riuscirete a conquistare Atene, a patto che non uccidiate il suo re, Codro». I Peloponnesiaci partono fiduciosi per la guerra e avvertono tutti i soldati di non uccidere assolutamente il re Codro. Ma un abitante di Delfi, un certo Cleomanti, venuto a sapere del responso, informò in tutto segreto gli Ateniesi. Ecco qui il testo greco della prima parte della versione:

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Colin Austin (1941-2010)

Una delle ultime grandi imprese del prof. Austin: il "nuovo" Posidippo

La scorsa estate, il 13 agosto, è venuto meno Colin Austin, uno dei più brillanti specialisti mondiali di testi greci. Ho avuto modo di conoscerlo a Parma, nel maggio del 2006, quando tenne una suggestiva lezione sull’Antigone di Sofocle, dal titolo: The girl who said no.

Fra la sua sterminata produzione, mi piace ricordare la collaborazione all’editio maior di Posidippo di Pella (2001), ma soprattutto alla (cosiddetta) editio minor (2002), di cui ha curato il commento e nella quale ha esercitato le sue straordinarie capacità di ricostruzione di un testo frammentario: una edizione di riferimento, con cui ho avuto modo di confrontarmi al tempo del dottorato di ricerca, quando ho studiato la sezione degli ἀνδριαντοποιϊκά del papiro posidippeo.

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Il ruggito del vecchio leone

Dopo tempo immemorabile e decenni di indugi, la Società Editrice Dante Alighieri ha deciso di rinnovare il glorioso “Rocci”, il vocabolario sul quale generazioni di studenti si sono cimentate e arrabattate (spesso con discapito delle facoltà visive) nella traduzione delle versioni di greco: uno strumento che è stato indispensabile compagno di viaggio degli studenti classici … Leggi tuttoIl ruggito del vecchio leone

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