Cultura umanistica e democrazia

I dati delle iscrizioni per l’anno prossimo non sono stati entusiasmanti per il mio liceo, che ha risentito di un certo calo, sia nella sezione classica (nella quale abbiamo perso una classe), sia in quella scientifica. Non so se sia il vento della crisi economica che porta i futuri studenti a privilegiare l’istruzione tecnica o professionale, certo è che dispiace riscontrare una diffusa indifferenza, anche da parte delle Istituzioni, nei confronti della formazione umanistica.

Liceo "Aristo-Spallanzani" di Reggio Emilia:
sede della sezione classica

Approfitto, a tal proposito, delle riflessioni di una collega, Claudia Carri, apparse nei giorni scorsi nelle pagine locali del “Resto del Carlino”, che riporto integralmente:

Leggendo i dati delle nuove iscrizioni alle scuole superiori, mi ha particolarmente colpito la dichiarazione dell’assessore all’Istruzione della Provincia, la quale registra con soddisfazione il fatto che i risultati abbiano premiato la cultura tecnico-scientifica, sulla quale – dice l’Istituzione Provinciale – «ha molto investito»: l’incremento dei tecnici «rafforza le nostre scelte e la nostra volontà di continuare a investire sulla cultura tecnico-scientifica», afferma l’assessore Malavasi.

Dà da pensare, il fatto che un rappresentante della pubblica amministrazione mostri compiacimento per l’aumento delle iscrizioni agli istituti tecnici, ma non spenda neppure una parola (non dico di rammarico, ma almeno di commento) sul calo dei licei storici della nostra città.

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Dioniso al cinema

Ritorno sulla giornata di studi parmense del 16 febbraio (“Il Classico nel Moderno”), per proporre una sintesi della interessante (e per più aspetti anche discutibile) relazione di Massimo Fusillo sul tema Echi e variazioni dionisiache nel cinema (e un problema di metodo).

W. A. Bouguereau, La giovinezza di Bacco (1884)fonte: Wikimedia

L’indagine, partita da necessarie considerazioni di metodo, ha cercato di individuare tracce del dionisismo delle Baccanti euripidee nel cinema del dopoguerra, proponendo – pur nella rapidità di una relazione contenuta nell’arco di 20 minuti – alcuni esempi di film nei quali tali tracce sembrano emergere, pur nella consapevolezza di quanto possa essere “marginale” una lettura filmica limitata a tale prospettiva.

Il relatore ha preventivamente osservato che cinema e tragedia greca, a conti fatti, non si amano: l’origine teatrale dei testi antichi e il rischio di verbosità eccessiva rendono problematica la trasposizione del testo tragico in film, e infatti la tragedia greca è un capitolo tutto sommato marginale nella storia del cinema. Marginale, ma non privo di interessanti tentativi, che si sono attuati in 3 modalità:

  1. teatro filmato, di interesse documentale, più che artistico;
  2. attualizzazione del testo tragico, con spostamento dell’ambientazione della vicenda in altro contesto spazio-temporale, come ad esempio in film del tipo Edipo sindaco (1996) di J. Ali Triana, Teatro di guerra (1998) di M. Martone, Luna Rossa (2001) di A. Capuano;
  3. libera riscrittura, con maggior interesse per il mito nel suo complesso, piuttosto che per il testo di una singola tragedia: si vedano ad esempio film come Edipo Re (1967) di P. P. Pasolini, Elettra, amore mio (1974) di Miklos Jancso’ o Medea (1988) di Lars von Trier.

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Il Classico nel Moderno

Ho assistito con interesse ieri al convegno promosso dall’Università degli Studi e dalla delegazione dell’AICC (Associazione Italiana di Cultura Classica) di Parma (vedi volantino a fianco). Il tema scelto dagli organizzatori è quanto mai “intrigante” e di ampio respiro: propone di oltrepassare i confini del mondo antico, per individuare la persistenza di temi e modelli che a … Leggi tuttoIl Classico nel Moderno

Il greco antico: una sopravvivenza “inutile”?

Cito con piacere questo articolo, tratto dal blog di Alain Juppé, ex primo ministro francese fondatore dell’UMP e attuale titolare del Ministero della Difesa nel III governo Fillon (a suo tempo segnalatosi come brillante grecista e latinista, vincendo il primo premio di latino e di greco al concorso generale fra tutti i liceali di Francia).

Non entro nel merito delle controverse vicende del personaggio, ma la sua difesa delle lingue classiche mi sembra meriti di essere tenuta in considerazione.

Lingue antiche, bersagli emozionanti

Riprendo il titolo di un bell’articolo pubblicato da “Le Monde”, sotto la firma di un gruppo di studiosi che non si rassegnano allo sradicamento dei programmi di latino e greco nella nostra formazione Nazionale.

Antigone e il corpo di Polinice (progetto Gutenberg)

Ho spesso avuto occasione di dire quanto ho condiviso la loro convinzione: permettere ai nostri studenti di imparare le lingue che sono fondamento della nostra civiltà, non è un atteggiamento elitario o di retroguardia, o – peggio ancora – una perdita di tempo. È al contrario una meravigliosa occasione per immergersi in profondità nella storia intima di queste culture, concedendosi una rivisitazione che è così rara, nella nostra società del tempo detto “reale”.

Jacqueline de Romilly ha apportato a questa causa un contributo ammirevole. Nei suoi libri si trovano moltissime argomantazioni. Me ne vengono in mente due o tre.

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Umberto Albini (1923-2011)

Vengo a sapere ora che è morto l’altro ieri, 25 gennaio, a Genova, Umberto Albini, noto anche al di fuori del pubblico dei classicisti, in virtù del suo interesse per il teatro antico, cui si è dedicato con attività di alta divulgazione, attraverso la traduzione di opere rappresentate sui palcoscenici di tutta Italia.

Teatro greco di Siracusa: Sofocle, Trachinie. Traduzione di U. Albini e V. Faggi; Regia di G. Cobelli

Nella sua Genova ha collaborato con il teatro della Tosse e con il Teatro Stabile, ma è soprattutto ricordato per la presidenza dell’INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa).

I suoi interessi non si sono limitati all’ambito greco, ma hanno spaziato anche alla letteratura ungherese, segnalandosi nel dopoguerra fra i primi traduttori di teatro e poesia ungheresi, tanto da essere insignito di una laurea honoris causa dall’Università di Budapest e della medaglia d’oro per la cultura.

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La sorella di Neobule

Il Papiro di Colonia con il fr. 196a W. di Archiloco

Il frammento elegiaco di Archiloco proposto qualche giorno fa (elegia “di Telefo”, P. Oxy. LXIX 4708) non è che l’ultimo in ordine di tempo fra i ritrovamenti papiracei significativi del grande poeta di Paro. Ma una sensazione ancora maggiore aveva suscitato, più di 35 anni fa – nell’ormai lontano 1974 – la pubblicazione dell’Epodo di Colonia (fr. 196a W2).

Restituito dal cartonnage di una mummia egizia risalente al I-II secolo d.C., il componimento, divenuto ben presto un autentico must, propone un disinibito quanto “imbarazzante” dialogo fra l’io narrante (che probabilmente coincide con il poeta) e una ragazzina (al v. 42 è definita παρθένος) che dal contesto sembrerebbe essere la sorella minore di Neobule.

L’imbarazzo, in realtà, è da addebitare più che altro ai primi editori del frammento, in particolare al Merkelbach, che accusò addirittura Archiloco di essere «ein schwer Psychopath» («uno psicopatico grave»): avrebbe infatti abusato sessualmente di una minorenne, come sadica vendetta contro la più anziana sorella (la pur volubile Neobule, con cui il poeta aveva in sospeso una disattesa promessa di matrimonio).

E c’è pure l’aggravante di aver consumato lo stupro in luogo consacrato (probabilmente il τέμενος, «il recinto sacro», del tempio della dea Era). Se poi aggiungiamo che la ragazzina doveva essere pure votata alla verginità, ce ne sarebbe abbastanza per l’impeachement e un’immediata (e giustificata) condanna all’esilio, per il poeta afflitto da turbe sessuali del genere…

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I Galli e il vino

In un passo tratto dalla Vita di Camillo (cap. XV), Plutarco ricostruisce l’episodio dell’invasione dei Galli del 390 a.C., che si concluse con il famoso “sacco di Roma” ad opera di Brenno.

Domenico Ghirlandaio: Furio Camillo (Sala dei gigli, Palazzo Vecchio. Firenze)

È ben nota la leggenda della trattativa intavolata dai Romani per convincere gli invasori a ritirarsi, previo esborso di un riscatto pari a 1000 libbre di oro puro, con annessa truffa dei Galli che, dopo aver truccato le bilance, imponevano l’umiliazione con quel «vae victis!» «guai ai vinti!», che è divenuto proverbiale: chi è stato sconfitto deve sottostare al nemico, anche quando compie evidenti soprusi.

Nel momento della massima vergogna, la leggenda vuole che intervenisse Furio Camillo a riscattare l’orgoglio e l’onore romano, con quella frase storica «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!» «Non con l’oro, ma col ferro (cioè con le armi) si riscatta Roma!», che avrebbe dato inizio alla reazione romana.

È particolare il motivo che avrebbe portato i Galli a valicare le Alpi e invadere la pianura padana e poi l’Italia: sarebbe stato l’amore per il vino a trascinarli al di qua delle Alpi. Qui entra in scena il racconto del già citato Plutarco:

Οἱ δὲ Γαλάται τοῦ Κελτικοῦ γένους ὄντες ὑπὸ πλήθους λέγονται τὴν αὑτῶν ἀπολιπόντες, οὐκ οὖσαν αὐτάρκη τρέφειν πάντας, ἐπὶ γῆς ζήτησιν ἑτέρας ὁρμῆσαι· μυριάδες δὲ πολλαὶ γενόμενοι νέων ἀνδρῶν καὶ μαχίμων, ἔτι δὲ πλείους παίδων καὶ γυναικῶν ἄγοντες, οἱ μὲν ἐπὶ τὸν βόρειον Ὠκεανὸν ὑπερβαλόντες τὰ Ῥιπαῖα ὄρη ῥυῆναι καὶ τὰ ἔσχατα τῆς Εὐρώπης κατασχεῖν, οἱ δὲ μεταξὺ Πυρήνης ὄρους καὶ τῶν Ἄλπεων ἱδρυθέντες ἐγγὺς Σενώνων καὶ Βιτουρίγων κατοικεῖν χρόνον πολύν· ὀψὲ δ’ οἴνου γευσάμενοι τότε πρῶτον ἐξ Ἰταλίας κομισθέντος, οὕτως ἄρα θαυμάσαι τὸ πόμα καὶ πρὸς τὴν καινότητα τῆς ἡδονῆς ἔκφρονες γενέσθαι πάντες, ὥστ’ ἀράμενοι τὰ ὅπλα καὶ γενεὰς ἀναλαβόντες ἐπὶ τὰς Ἄλπεις φέρεσθαι καὶ ζητεῖν ἐκείνην τὴν γῆν ἣ τοιοῦτον καρπὸν ἀναδίδωσι, τὴν δ’ ἄλλην ἄκαρπον ἡγεῖσθαι καὶ ἀνήμερον.

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La nuova elegia di Archiloco

Il seguente frammento di origine papiracea, pubblicato per la prima volta nel 2005, costituisce il più recente (e straordinario) ritrovamento di testi del poeta Archiloco di Paro (VII secolo a.C.). Il recupero di questo testo – purtroppo non ben leggibile in molti punti – è stato possibile grazie a nuove indagini condotte con la tecnica del Multispectral Imaging, che ha consentito di decifrare le tracce anche minime, ormai quasi svanite, di un papiro che giaceva da decenni negli archivi dei papiri di Ossirinco (la pubblicazione, con la prima ricostruzione testuale, è opera del papirologo oxoniense Dirk Obbink).

Il P. Oxy. 4701 fr. 1 con il testo elegiaco di Archiloco

Questo testo, tuttora oggetto di grande attenzione da parte degli studiosi, costituisce il più lungo frammento elegiaco di Archiloco a noi pervenuto e si presenta molto problematico, perché privo dell’inizio e molto malconcio anche nel finale. Come se non bastasse, anche la parte che si riesce a leggere (per un totale di 24 versi) presenta lacune, più o meno ampie, in entrambi i margini.

Si tratta di un’ampia elegia di argomento mitologico, nella quale viene narrato un mito piuttosto raro, collocato al tempo della spedizione contro Troia. Perduta la rotta, gli Achei sbarcano per errore in Misia, credendo di essere nella Troade e si scontrano con il re del luogo, l’eroe Telefo figlio di Eracle e di Auge. Lo scontro è in un primo tempo favorevole ai Misî e Telefo riesce a ricacciare indietro gli Achei e a farne strage, arrossando del loro sangue il fiume Caico: ed è questo momento della vicenda che troviamo rappresentato nel frammento di Archiloco recuperato.

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