La pronuncia in italiano delle parole greche: conclusioni

Continuando il nostro excursus sul “corretto” accento delle parole greche, vale la pena notare che la pronuncia alla latina presenta nell’italiano anche un notevole vantaggio, in quanto – proprio in virtù della già citata legge della baritonesiimpedisce il formarsi di parole tronche (cioè con l’accento sull’ultima sillaba), che nella nostra lingua suonano piuttosto male, soprattutto nei nomi propri (nel greco, invece, l’accento sull’ultima sillaba è più che normale, vista l’alta frequenza di parole ossitone e perispomene).

Come già avevamo accennato, insomma, con l’accentazione latina si evitano pronunce del tipo Periclè (Περικλῆς), Sofoclè (Σοφοκλῆς), o autentiche mostruosità del tipo Achillè (Ἀχιλλεύς, ma dovrebbe essere Achillèo, che orrore…), ecc.

Corot, Orfeo ed Euridice
(www.asuddibatrana.it/orfeo-mito-e-iconografia.html)

Riconosciuto questo e riconosciuta anche l’importanza di stabilire un criterio ragionevole e univoco per la pronuncia, è altrettanto vero, però, che voler imporre indiscriminatamente e comunque la lex Perrottae, può portare a posizioni rigide e talora addirittura ridicole, se non si tengono nel dovuto conto i singoli casi in cui una tradizione consolidata ha imposto deroghe che è doveroso tenere in considerazione.

Valga, per tutti, il “caso” di Orfeo ed Euridice, i due mitici sposi che per un momento riescono a oltrepassare i vincoli della morte, prima di subire la separazione definitiva.

Nonostante la “corretta” pronuncia (alla latina) imponga Òrfeo (Orpheus) ed Eurìdice (Euridĭces), è innegabile che in italiano si sia affermata la pronuncia Orféo (Ὀρφεύς) ed Euridìce (Εὐρυδίκης), soprattutto in virtù di un uso secolare, che è passato attraverso il melodramma barocco: sono state decisive opere come L’Orfeo di Monteverdi o, meglio ancora, l’Orfeo ed Euridice di C. W. Gluck, su libretto di Ranieri de’ Calzabigi.

Basta sentire la famosissima aria “Che farò senza Euridice”, per rendersi conto di come sarebbe assurda la pronuncia “Che farò senza Eurìdice”, oltretutto ametrica (dall’ottonario si passerebbe al settenario). Evidentemente Gluck e il suo librettista pronunciavano “Orféo” ed “Euridìce” alla greca. E anche noi, facendo riferimento a tale opera, non possiamo che adeguarci all’uso degli autori.

In casi come questo, credo opportuno adottare una distinzione di ambito: se stai leggendo l’episodio narrato da Virgilio nel finale delle Georgiche (o quello proposto da Ovidio nelle Metamorfosi), conviene pronunciare Òrfeo ed Eurìdice; i protagonisti dell’opera di Gluck, invece, li chiameremo Orféo ed Euridìce. Analogamente, si può parlare di Èdipo in ambito colto o filologico-specialistico, ma accetteremo senza batter ciglio lo psicanalitico “complesso di Edìpo”.

Si tratta certo di un compromesso, che mi sembra comunque del tutto ragionevole.

Del resto sono numerosi i casi di termini greci entrati nella nostra lingua con accento “sbagliato”. Se applicassimo indiscriminatamente la lex Perrottae, dovremmo essere disposti a sorbire pronunce del tipo: filosòfia, accademìa, Alessandrìa (!), per non parlare di metamorfòsi, con buona pace di Cleòpatra.

Queste accentazioni non corrispondenti alla corretta regola derivano dall’evoluzione stessa della lingua: nel latino medievale si perse il concetto di quantità sillabica, che era alla base della giusta accentazione; la natura stessa dell’accento cambiò, passando da melodica a intensiva: e si ingenerarono così, già allora, pronunce errate rispetto alla norma latina, che poi passarono stabilmente nell’uso, divenendo correnti e originando le corrispondenti accentazioni italiane (P. Zampini).

In questi casi credo sia saggio seguire l’uso corrente, rinunciando a voler perseguire la coerenza assoluta, nell’imporre una norma che, nella migliore delle ipotesi, sortirebbe effetto ridicolo. È d’altra parte risaputo che in linguistica è l’uso che detta la norma e non viceversa.

Su questa linea si colloca la maggior parte dei linguisti e dei grammatici. Ad esempio Luca Serianni nella sua Grammatica afferma:

Per un certo numero di grecismi […] l’accento greco contrasta con quello latino. In linea di massima, è preferibile seguire l’accentazione latina, proprio per riconoscere la parte che spetta a questa lingua nella formazione del lessico intellettuale e scientifico e nella trasmissione del patrimonio onomastico dell’antichità.

Subito dopo, però:

Tuttavia esistono usi consolidati che sarebbe assurdo pretendere di modificare. Come nessuno parlerebbe di ‘complesso di Èdipo’, alla latina, così appare senza concorrenti la pronuncia alla greca di ‘accadèmia’ (contro il latino ‘accademìa’).

Anche lo strumento online di riferimento per la pronuncia dell’italiano, il DOP (Dizionario italiano multimediale e multilingue d’Ortografia e di Pronunzia), che consente anche di ascoltare l’audio delle parole, lascia una certa discrezionalità nella pronuncia dei nomi greci.

Concludo con un’osservazione: ammettiamo pure di lasciare libera l’opzione fra pronuncia greca o pronuncia latina, ma per quel che riguarda Giasone – eh, no! – quello non può essere altro che Giàsone, rispettando contemporaneamente sia l’accento greco, sia quello latino!

Alla malora quel cacofonico Giasóne, che pure è così frequente nell’uso, forse per effetto dell’Ode al signor Mongolfier del Monti, che esordisce: «Quando Giasón dal Pelio» (in realtà, anche in questo caso ho il sospetto che abbia giocato un ruolo molto importante il melodramma barocco, che – ad esempio – richiede “Giasóne” per far rima con “agone”. Cfr. F. Cavalli, Il Giasone. Dramma per musica, atto I, scena seconda [1649]).

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