Ma come vanno accentate le parole greche?

 

Luca Diamante, un attento lettore del blog, mi ha recentemente interpellato sulla corretta pronuncia italiana dei nomi di origine greca: si deve pronunciare Giasóne o Giàsone? Eràclito o Eraclìto? Òrfeo o Orfèo? E così via.

Il problema – spinoso quanto mai – è di antica data, se è vero che già nel 1679,  nella Regia Parnassi (un dizionario prosodico di parole latine), a tal proposito si osservava, con l’elegante esametro che ho messo nel titolo:

Graeca per Ausoniae fines sine lege vagantur
«i [vocaboli] greci vagano senza legge nel territorio dell’Ausonia» (che è come dire: «in Italia ognuno accenta le parole greche come meglio gli pare»).

L’espressione divenne proverbiale, per indicare l’oscillazione della pronuncia delle parole greche, a seconda che si segua l’accentazione latina o quella greca (talvolta, addirittura, nessuna delle due).

Ma qual è la pronuncia corretta? E, soprattutto, perché dovrebbe essere corretta una forma e sbagliata l’altra?

Giasone consegna a Pelia il vello d’oro.
Cratere a figure rosse (340-330 a.C.).
Parigi, Museo del Louvre (Wikimedia Commons).

Premesso che gli errori di accentazione non hanno mai ucciso nessuno, se a qualcuno la questione interessa, conviene prendere il discorso da lontano…

Il fatto è che furono per primi i Romani a non rispettare la pronuncia originale dei nomi greci, adattandola alle leggi dell’accento latino.

In greco la collocazione dell’accento (per lo meno al nominativo) non è regolata da nessuna legge: non c’è motivo per cui Περικλῆς abbia l’accento sull’ultima sillaba, mentre Δημοσθένης sulla penultima o Ἀρχίλοχος sulla terzultima…

È così e stop.

Invece in latino – come è ben noto – l’accento ubbidisce a leggi ferree:
1) non sta mai sull’ultima sillaba (legge della baritonesi)
2) non risale mai oltre la terzultima sillaba (legge del trisillabismo)
3) per decidere dove va l’accento si deve guardare la quantità della penultima sillaba: se è lunga porta l’accento, se è breve l’accento arretra sulla terzultima sillaba (legge della penultima).

Trasportando i nomi greci nella propria lingua, i Romani hanno adattato alle parole greche le leggi dell’accento latino: quindi Περικλῆς è divenuto Pèrĭcles (penultima sillaba breve, l’accento si sposta sulla terzultima; ovviamente l’accento tonico sulla prima “e” è una mia aggiunta), Δημοσθένης è passato a Demòsthĕnes, Ἡράκλειτος a Heraclìtus, Θεσεύς a Thèseus (vista la legge secondo la quale in latino l’accento non cade mai sull’ultima sillaba) e così via.

Venendo all’italiano, il passaggio dei nomi greci è avvenuto attraverso il filtro dei dotti dell’età umanistica, che si esprimevano in latino: per questo motivo l’italiano tende a mantenere la pronuncia latina dei nomi greci, e infatti noi generalmente leggiamo: Aristòtele, alla latina (Aristotĕles) e non Aristotéle, alla greca (Ἀριστοτέλης); Pitàgora (Pythagŏras), non Pitagòra (Πυθαγόρας); Sòfocle (Sophŏcles) e non Sofoclè (Σοφοκλῆς); Tucìdide (Thucidĭdes), non Tucidìde (Θουκυδίδης) e via discorrendo.

Un passaggio del (a mio avviso non gran che riuscito) film d’animazione “Hercules” della Disney: notare a 1:04 come vengono accentate le parole “Tesèo, Odissèo, Persèo”…(da YouTube)

A questo punto, nella necessità di adottare un criterio univoco, in ambito accademico si arriva a stabilire la norma secondo la quale la pronuncia dei termini greci va basata sull’accento latino (lex Perrottae, dal grecista Gennaro Perrotta – 1900-1962 – che per primo l’ha formulata in modo coerente).

(1. continua)

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