Copia romana in Palazzo Altemps
del busto di Aristotele di Lisippo

Si stanno ormai esaurendo le polemiche innescate dal passo scelto come seconda prova per l’Esame di Maturità (o – secondo la più recente dizione – l’Esame di Stato) del liceo classico.

Le polemiche d’altra parte sono, per certi aspetti, il sale della vita e non mi voglio sottrarre al gusto di contribuire. Anche se i giorni di riflessione che mi sono preso rendono ormai “inattuali” queste considerazioni sul “famigerato” passo dell’aristotelica Etica Nicomachea (libro VIII, 1155a).

A me il testo non è sembrato affatto “semplice” o “lineare”, come è stato da moti liquidato. Anzi, una valutazione del genere mi sembra quasi offensiva per i ragazzi che si sono cimentati e che davanti a questa prova immagino abbiano faticato non poco, di fronte alla prosa ellittica, frantumata e sussultoria di un testo che – come tutti ben sanno – ci è giunto in una forma non letterariamente compiuta (si tratta in sostanza di appunti redatti all’interno della scuola peripatetica).

Aggiungiamo il fatto che, al contrario di quanto sostiene la Marcolongo (clicca qui per leggere l’articolo) Aristotele non si traduce proprio – o lo si fa solo occasionalmente – nel triennio del liceo: rimango basito nel leggere testualmente che «Aristotele è uno degli autori su cui ci si concentra maggiormente a scuola negli ultimi anni del liceo» (ma che liceo ha frequentato questa benedetta donna? Boh, beata lei…). Per quel che riguarda la mia esperienza, non posso che smentire categoricamente.

E poi si tratta di un testo troppo lungo! Ben 217 parole (17 righe), con un ricarico del 26% rispetto al passo di Seneca (quello sì, “facile”) dello scorso anno.

Ma proviamo a toccare con mano la presunta “facile linearità” di questo testo, che il ministero ha proposto secondo l’edizione critica oxoniense di I. Bywater (1894, repr. 1962):

Μετὰ δὲ ταῦτα περὶ φιλίας ἕποιτ’ ἂν διελθεῖν· ἔστι γὰρ ἀρετή τις ἢ μετ’ ἀρετῆς, ἔτι δ’ ἀναγκαιότατον εἰς τὸν βίον. Dopo questi argomenti resterebbe da trattare l’amicizia: essa infatti è, per così dire, una virtù o un qualcosa che si accompagna alla virtù, e anzi è la cosa più necessaria di tutte per la vita.

ἕποιτ’ ἂν διελθεῖν: «resterebbe da trattare» il costrutto impersonale di ἕπομαι (ἕποιτο) con l’infinito è raro e costituirebbe già una difficoltà non indifferente, ma fortunatamente in questo caso il vocabolario è di aiuto, segnalando proprio il nostro passo (s.v. ἕπω, punto c).

ἔστι γὰρ ἀρετή τις ἢ μετ’ ἀρετῆς: «è infatti una sorta di virtù (una qualche virtù) o qualcosa che è insieme con la virtù». Il passaggio non è certo di immediata comprensione (quel complemento di unione che compare ex abrupto…), con un passaggio dal femminile al neutro (ἀρετή – ἀναγκαιότατον) che, seppure plausibile vista l’universalità del concetto, risulta non propriamente perspicuo, in questo contesto ellittico e astratto.

Ἄνευ γὰρ φίλων οὐδεὶς ἕλοιτ’ ἂν ζῆν, ἔχων τὰ λοιπὰ ἀγαθὰ πάντα· καὶ γὰρ πλουτοῦσι καὶ ἀρχὰς καὶ δυναστείας κεκτημένοις δοκεῖ φίλων μάλιστ’ εἶναι χρεία· τί γὰρ ὄφελος τῆς τοιαύτης εὐετηρίας ἀφαιρεθείσης εὐεργεσίας, ἣ γίγνεται μάλιστα καὶ ἐπαινετωτάτη πρὸς φίλους; Senza gli amici nessuno sceglierebbe di vivere, pur avendo tutti gli altri beni: infatti sembra che sia alle persone ricche che a coloro che hanno fatto carriera sia assolutamente necessaria l’amicizia: che vantaggio ci sarebbe da una tale condizione di benessere, se si elimina la possibilità di fare del bene, che avviene specialmente nei confronti degli amici ed è assolutamente degna di lode?

Dopo una prima frase piuttosto lineare (a patto che, ovviamente, si riconosca ἕλοιτο da αἱρέω e si individui il significato adatto al nostro contesto), troviamo i due participi (al dativo plurale) πλουτοῦσι καὶ … κεκτημένοις: sono sostantivati anche se non preceduti dall’articolo. Il fenomeno è abbastanza consueto e legittimo, trattandosi di sostantivi generici, ma sempre foriero di problemi per gli studenti (che potrebbero anche scambiare quel πλουτοῦσι per un presente indicativo).

τῆς τοιαύτης εὐετηρίας ἀφαιρεθείσης εὐεργεσίας: si auspica che i commissari di greco nel leggere il testo abbiano ben scandito la frase, con una bella pausa dopo εὐετηρίας, così da isolare τῆς τοιαύτης εὐετηρίας dal genitivo assoluto immediatamente successivo*. Anche in questo caso, però, non me la sentirei di ritenere facile questo passaggio, sia sotto il profilo sintattico che per il lessico: εὐετηρία è spiegata dal GI: «buona annata, prosperità, abbondanza» (spesso indicando il raccolto). Si spera che lo studente non si incaponisca sulla prima accezione, altrimenti sono dolori…

* Come mi segnala l’amico Marco Ubaldelli (che ringrazio), «ἀφαιρηθείσης εὐεργεσίας non è necessario ritenerlo un genitivo assoluto: meglio un participio congiunto + genitivo di privazione (ἀπό già c’è nel verbo)». Osservazione condivisibile: il senso non cambia, ma la struttura sintattica mi pare più fluida «che vantaggio ci sarebbe da una tale condizione di benessere, privata della benevolenza che si ha soprattutto nei confronti degli amici… ?».

ἣ γίγνεται μάλιστα καὶ ἐπαινετωτάτη πρὸς φίλους; «che è per l’appunto in massimo grado lodevole nei confronti degli amici»: pretendiamo pure che lo studente abbia riconosciuto la proposizione relativa, ma bisogna poi raccordare il significato di γίγνεται con πρὸς φίλους, per non parlare di quel καί (che interpreto con valore intensivo) che sembra assolutamente fuori posto.
Mi immagino lo scoramento dello studente che arrivato a questo punto (forse annaspando) si rende conto di essere appena a un terzo del testo da tradurre…

Ἢ πῶς ἂν τηρηθείη καὶ σῴζοιτ’ ἄνευ φίλων; Ὅσῳ γὰρ πλείων, τοσούτῳ ἐπισφαλεστέρα. Ο come potrebbe essere mantenuta e salvaguardata senza amici? Quanto più è grande, infatti, tanto più è esposta al rischio.

Questo passaggio è tutto sommato agevole, a patto di tener fermo che il soggetto cui fanno riferimento i due ottativi τηρηθείη e σῴζοιτο è εὐετηρία («la condizione di benessere», ovviamente, scartando il fuorviante «la buona annata») e non il successivo εὐεργεσία «il fare del bene», che grammaticalmente potrebbe anche stare, ma non sul piano del significato (è «il benessere» che è esposto al pericolo quanto più è grande, non «la beneficenza»).

Ἐν πενίᾳ τε καὶ ταῖς λοιπαῖς δυστυχίαις μόνην οἴονται καταφυγὴν εἶναι τοὺς φίλους. E nella povertà e nelle altre sventure gli uomini pensano che l’unico rifugio siano gli amici.

Ok. A patto di comprendere il soggetto sottinteso e generico di οἴονται, la frase scorre lineare.

Καὶ νέοις δὲ πρὸς τὸ ἀναμάρτητον καὶ πρεσβυτέροις πρὸς θεραπείαν καὶ τὸ ἐλλεῖπον τῆς πράξεως δι’ ἀσθένειαν βοηθείας, τοῖς τ’ ἐν ἀκμῇ πρὸς τὰς καλὰς πράξεις· “σύν τε δύ’ ἐρχομένω·” καὶ γὰρ νοῆσαι καὶ πρᾶξαι δυνατώτεροι. Pensano poi che gli amici siano un aiuto per i giovani a non commettere errori, per i vecchi a trovare assistenza e ciò che alla loro capacità d’azione viene a mancare a causa della debolezza, ed infine, per coloro che sono nel pieno vigore a compiere le azioni belle moralmente: “Due persone che procedono insieme”: e infatti sono più capaci sia di pensare sia di agire.

Qui però il treno rischia di deragliare…

Καὶ νέοις… βοηθείας: è un passaggio che ha dato filo da torcere agli studiosi ed è sospetto di corruttela, visto che la gloriosa edizione del Bekker ha βοηθεῖ (dal cod. Parisinus 1417), mentre l’editore teubneriano Fr. Susemihl stampa βοήθεια. Dando per buono il βοηθείας di I. Bywater (ed. oxoniense), avremmo un accusativo plurale che dipende da οἴονται della frase precedente, con un εἶναι sottinteso.

Tutto lineare? Mah… qui il testo o è corrotto, o quanto meno contorto.

E a questo si aggiunge la citazione omerica immediatamente successiva (Iliade X 224), che costituisce problema sia per il punto in alto dopo ἐρχομένω (secondo l’edizione del già citato Bywater), sia per il successivo καί.

In ogni caso, il passaggio risulta decisamente problematico. Tenendo conto del testo proposto dal Ministero, si potrebbe pensare che la citazione omerica vada isolata sintatticamente, con effetto di risalto: il participio duale (ἐρχομένω) potrebbe essere attributivo di δύο: «“due persone che camminano insieme:” e infatti sono più capaci di pensare e di agire».
Questa definizione sarebbe epesegetica del precedente μόνην οἴονται καταφυγὴν εἶναι τοὺς φίλους. Il senso sarebbe: «pensano che il solo rifugio siano gli amici», cui seguirebbe logicamente la domanda “e chi sarebbero gli amici?” «“due persone che camminano insieme:” e infatti sono più capaci di pensare e di agire». Si può anche pensare che per effetto della citazione venga meno la quadratura sintattica, come se dicesse: «come dice Omero, “quando due procedono insieme”», mentre subito dopo il pensiero torna agli amici che compiono τὰς καλὰς πράξεις: «e infatti sono più capaci sia di pensare sia di agire».

Come alternativa si può togliere il punto in alto, e la frase sembrerebbe scorrere meglio: «“Due che marciano insieme…”, infatti hanno una capacità maggiore sia di pensare sia di agire» (trad. di C. Mazzarelli, Bompiani 2000), se non fosse che la presenza di quel maledetto καί (che, guarda caso, il traduttore ha soppresso) continua – secondo me – a fare difficoltà.

Insomma, altro che lineare! Si tratta invece di un testo complesso, che denuncia la caratteristica mancanza di elaborazione formale dei trattati acroamatici.

Φύσει τ’ ἐνυπάρχειν ἔοικε πρὸς τὸ γεγεννημένον τῷ γεννήσαντι καὶ πρὸς τὸ γεννῆσαν τῷ γεννηθέντι, οὐ μόνον ἐν ἀνθρώποις ἀλλὰ καὶ ἐν ὄρνισι καὶ τοῖς πλείστοις τῶν ζῴων, καὶ τοῖς ὁμοεθνέσι πρὸς ἄλληλα, καὶ μάλιστα τοῖς ἀνθρώποις, ὅθεν τοὺς φιλανθρώπους ἐπαινοῦμεν. E sembra che un tale atteggiamento sia connaturato nel genitore nei confronti della prole e nella prole nei confronti del genitore, non solo negli uomini, ma anche negli uccelli e nella maggior parte degli animali, reciprocamente negli individui della stessa, e soprattutto negli uomini, ragion per cui noi lodiamo coloro che amano gli altri esseri umani.

Qui però, nell’accostamento fra amicizia e amore per la prole, si scivola in un’argomentazione che non sembra strettamente coesa con la precedente.

Ἴδοι δ’ ἄν τις καὶ ἐν ταῖς πλάναις ὡς οἰκεῖον ἅπας ἄνθρωπος ἀνθρώπῳ καὶ φίλον. Uno lo potrebbe osservare anche nei viaggi come ogni uomo si senta affine e amico nei confronti dell’uomo.

Qui poco da dire, se non rilevare la concordanza con ἅπας ἄνθρωπος degli aggettivi οἰκεῖον e φίλον al neutro: «ogni uomo è qualcosa di affine e amico…».

Ἔοικε δὲ καὶ τὰς πόλεις συνέχειν ἡ φιλία, καὶ οἱ νομοθέται μᾶλλον περὶ αὐτὴν σπουδάζειν ἢ τὴν δικαιοσύνην· ἡ γὰρ ὁμόνοια ὅμοιόν τι τῇ φιλίᾳ ἔοικεν εἶναι, ταύτης δὲ μάλιστ’ ἐφίενται καὶ τὴν στάσιν ἔχθραν οὖσαν μάλιστα ἐξελαύνουσιν. Sembra, poi, che sia l’amicizia a tenere coese le città, e i legislatori si preoccupano più di lei che della giustizia: infatti, la concordia sembra essere qualcosa di simile all’amicizia; ed è a questa che essi soprattutto tendono ed è la discordia, in quanto è una forma di inimicizia, che essi cercano soprattutto di scacciare.

In quest’ultima parte le difficoltà risultano tutto sommato congruenti a ciò che si richiede a uno studente di fine corso liceale (riconoscere ἔοικα, verificare il costrutto di ἐφίημι e coglierne il significato opportuno al contesto, riconoscere il valore del participio οὖσαν).

Però, sinceramente, non me la sento di unirmi al coro degli ammiratori di questo testo, che rimescola valenze eterogenee dell’amicizia (esistenziale, utilitaristica, politica), andando a sconfinare in ambiti che non mi sembrano del tutto coerenti e scivolando anche – mi si perdoni – nel banale.

È una brutta prosa e, per giunta, la riflessione non mi sembra un gran che profonda.

Ma questo è Aristotele, o meglio, quell’Aristotele che ci è consegnato dagli appunti dei suoi allievi (metti che qualcuno valuti noi insegnanti sulla base degli appunti dei nostri studenti: che idea mai salterebbe fuori di quelle lezioni di cui peraltro andiamo fieri?).

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