Eccoci nel momento ”caldo“ delle iscrizioni per il prossimo anno, con il grande problema della scelta delle scuole superiori. E puntualmente si ripropone l’annoso quesito: «che senso ha iscriversi al liceo classico?». Neanche a dirlo, a essere tirate in ballo sono soprattutto il latino e il greco, discipline “caratterizzanti” il corso di studi.

Alla domanda «a che serve?» ha tentato una risposta, qualche anno fa, Martha Nussbaum nel volumetto Non per profitto cui abbiamo già fatto riferimento (“Cultura umanistica e democrazia”). Ma il quesito continua a rimbalzare e questa volta mi piace riprendere un bell’articolo di Vito Mancuso, pubblicato lo scorso 12 gennaio su “La Repubblica”, in occasione della IV edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico.

Una domanda annosa

Ricordo da giovane studente del ginnasio e del liceo classico – osserva Mancuso – l’obiezione che ricevevo spesso dai miei amici che frequentavano altre scuole e che anch’io, non di rado, muovevo a me stesso: ma a che servono il greco e il latino? Perché tanto dispendio di energie per studiarli?

Era il tempo in cui l’inglese non aveva ancora assunto l’importanza (per non dire l’invadenza) odierna, il tempo in cui l’informatica non la conosceva nessuno perché nessuno aveva un personal computer, eppure già allora l’obiezione procedeva come un tarlo nella mente: il greco e il latino, ma non sarebbe meglio studiare altro al loro posto?

Eccoci al punto: le risposte che si sono sempre date (e che talora si riesumano ancor oggi, sempre con minore convinzione…) a ben vedere non reggono. In particolare, questa è la classica motivazione di difesa: lo studio del greco e del latino “aprono la mente” e “aiutano a ragionare”.

Ma cosa vuol dire? Che la matematica, le lingue moderne e la biologia rincretiniscono?

Otium, che non fa rima con ozio

Poi ho compreso che in realtà il greco e il latino dispiegano veramente il loro senso per l’oggi, solo se, conformemente alla grande intuizione della civiltà classica di cui essi sono la voce, si esce dalle categorie dell’utile e del necessario, cioè da quella sfera che con una parola sola i latini chiamavano negotium, e si entra nella sfera contrapposta denominata otium.

In altre parole: il latino e il greco non “servono”. Non servono, perché sono espressione della libertà interiore. 

Il punto cruciale, osserva Mancuso, è proprio l’otium, che non coincide con il nostro “non far niente”, ma è il tempo liberato al lavoro, che si può dedicare alla lettura, allo studio e alla riflessione. È proprio questa facoltà di dedicarsi ad “altro”, rispetto a ciò che è monetizzabile a fini utilitaristici, che distingue l’uomo e ne caratterizza la distanza dagli altri esseri viventi. 

La nobiltà del tempo libero

È quello che intendeva Aristotele a proposito dello σχολάζειν «avere tempo libero» rispetto alle necessità della sopravvivenza (vedi Politica, 1338 a 1-6).

τὸ δὲ σχολάζειν ἔχειν αὐτὸ δοκεῖ τὴν ἡδονὴν καὶ τὴν εὐδαιμονίαν καὶ τὸ ζῆν μακαρίως. Τοῦτο δ’ οὐ τοῖς ἀσχολοῦσιν ὑπάρχει ἀλλὰ τοῖς σχολάζουσιν· ὁ μὲν γὰρ ἀσχολῶν ἕνεκα τινος ἀσχολεῖ τέλους ὡς οὐχ ὑπάρχοντος, ἡ δ’ εὐδαιμονία τέλος ἐστίν, ἣν οὐ μετὰ λύπης ἀλλὰ μεθ’ ἡδονῆς οἴονται πάντες εἶναι. Il tempo libero sembra già di per sé possedere il piacere, la felicità e una vita serena. Però questo godimento non tocca a chi non dispone di tempo libero, ma solo a chi ne ha. Effettivamente, se uno nel lavoro opera in vista di un fine, è perché quel fine non lo possiede; e la felicità è un fine che ciascuno crede esente da dolore, e accompagnato da piacere.

L’idea che nello σχολάζειν ci sia beatitudine implica un preciso modello educativo che riconosce piena dignità a quelle discipline che non rivestono un’utilità immediatamente riconoscibile (ibidem, 9-22): 

Ὥστε φανερὸν ὅτι δεῖ καὶ πρὸς τὴν ἐν τῇ διαγωγῇ σχολὴν μανθάνειν ἄττα καὶ παιδεύεσθαι, καὶ ταῦτα μὲν τὰ παιδεύματα καὶ ταύτας τὰς μαθήσεις ἑαυτῶν εἶναι χάριν, τὰς δὲ πρὸς τὴν ἀσχολίαν ὡς ἀναγκαίας καὶ χάριν ἄλλων. Διὸ καὶ τὴν μουσικὴν οἱ πρότερον εἰς παιδείαν ἔταξαν οὐχ ὡς ἀναγκαῖον, οὐδ’ ὡς χρήσιμον. Di conseguenza è chiaro che bisogna imparare a essere educati in talune cose in vista dell’ozio che c’è nello svago nobile, e che queste discipline e queste nozioni sono in funzione di se stesse, mentre quelle che servono all’attività pratica vanno riguardate come necessarie e in funzione di altro. Perciò gli antenati inclusero la musica nell’educazione, non in quanto necessaria, né in quanto utile.

Non perché “serve” la musica venne inserita nell’educazione, ma πρὸς τὴν ἐν τῇ σχολῇ διαγωγήν, «per conseguire lo svago nobile che c’è nell’ozio».

E si tratta di una prerogativa degli uomini liberi (τῶν ἐλευθέρων).

Riscoprire l’umanesimo

Restituisco la parola a Mancuso:

Ciò che Aristotele diceva della filosofia, a mio avviso si può dire oggi dell’intera civiltà classica: “Come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa. Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa, ma nessuna sarà superiore” (Metafisica, I, 2) […]. 

A suo tempo Kant introdusse la geniale distinzione tra prezzo e dignità col dire che “ciò che concerne le inclinazioni e i bisogni generali degli uomini ha un prezzo di mercato… ma ciò che costituisce la condizione necessaria perché qualcosa possa essere un fine in sé, non ha soltanto un valore relativo o prezzo, ma un valore intrinseco, cioè dignità” (Fondazione della metafisica dei costumi, BA 77).

Sto dicendo che nella difesa della cultura classica, e del luogo che ne è il simbolo cioè il liceo classico, si gioca la grande partita dell’umanesimo, di chi vogliamo essere veramente: se solo faber, o ancora, nonostante tutto, sapiens.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: