Wanted: una taglia su Diagora di Melo

Negli Uccelli (rappresenta alle Grandi Dionisie del 414 a.C.) Aristofane – come è ben noto – mette in scena l’ambizioso progetto dei due protagonisti, Pisetero ed Evelpide di emigrare in una nuova città. Vogliono sfuggire al tedio di un’Atene ormai invivibile (e per di più impegnata nell’interminabile guerra contro Sparta).

Si rivolgono quindi agli uccelli – più antichi di Crono e dei Titani – per fondare “Nubicuculia” (Νεφελοκοκκυγία), una città collocata in cielo, sospesa fra il mondo degli uomini e quello degli dei, nella quale vigerà la giustizia e l’armonia.

Nella nuova città non ci sarà spazio per esseri malvagi e corrotti, per evitare che questi possano contaminarla in qualche modo. 

Cacciare i mercanti

Uno di questi personaggi indesiderati a Nubicuculia è un “mercante di decreti” (ψηφισματοπώλης). Questo furfante si dichiara pronto a vendere a Pisetero ed Evelpide quelle leggi di cui la città ancora non dispone (vv. 1037-1038: «Sono un mercante di decreti, e sono venuto qui a vendervi delle leggi nuove di zecca»). Ovviamente l’individuo viene cacciato in malo modo. In scena rimane solo il coro, che propone una seconda parabasi (un intermezzo nel quale il coro si mescola al pubblico e lo sbeffeggia, mentre il corifeo prende la parola a nome del poeta).

Dopo l’uscita di scena degli attori, il coro (degli uccelli!) afferma una necessità urgente: bisogna bandire dalla città tutti coloro che siano colpevoli nei confronti degli uccelli (vv. 1077-1078): «Chiunque di voi uccida Filocrate di Passero, si prende un talento; e quattro, se lo porta qui vivo».

Un bando, quindi, con tanto di taglia sul capo di questo malcapitato.

Allusione comica, ma a un evento tragico…

È chiaro che Filocrate di Passero (Φιλοκράτης ὁ Στρούθιος) è frutto della fantasia comica di Aristofane. Si tratterebbe di un empio carnefice di pennuti (vv. 1079-1083): «Fa collane di fringuelli e poi li vende, sette per un obolo; i tordi li gonfia, e li mette in mostra così scempiati; ecc.».

Dietro al bando scherzoso di Filocrate, però, c’è l’allusione a un precedente significativo, che riguarda un personaggio reale (v. 1072-75):

ΧΟΡΟΣ

τῇδε μέντοι θἠμέρᾳ μάλιστ’ ἐπαναγορεύεται,
ἢν ἀποκτείνῃ τις ὑμῶν Διαγόραν τὸν Μήλιον,
λαμβάνειν τάλαντον, ἤν τε τῶν τυράννων τίς τινα
τῶν τεθνηκότων ἀποκτείνῃ, τάλαντον λαμβάνειν.

Coro: In questo giorno si sentono fare soprattutto proclami del tipo: “Chi di voi ucciderà Diagora di Melo, prenderà un talento; e un talento prenderà chi ucciderà uno dei tiranni già morti”.

Diagora di Melo, un personaggio molto scomodo

Diagora di Melo, poeta lirico vissuto, probabilmente, nella seconda metà del V a.C., fu bollato dalla tradizione come ‘ateo’: infatti mise in discussione l’esistenza delle divinità e, inoltre, demistificò i misteri eleusini; a causa del suo carattere spigoloso nel 415 a.C. fu costretto a lasciare Atene.

Su di lui la tradizione è stata poco propizia, infatti abbiamo scarse notizie riguardanti la sua vita e possiamo ipotizzare che sia morto nell’ultimo decennio del V a.C.

Negli Uccelli, Aristofane allude al bando emanato contro di lui l’anno precedente (cioè nel 415 a.C.), forse al tempo della reazione ispirata dalla mutilazione delle erme, cioè un evento socio-politico freschissimo ad Atene. Contro di lui era stata emessa una vera e propria taglia, con il compenso di un talento d’argento a chi lo riconducesse in città o lo uccidesse.

Quale che sia la data, Aristofane interpella il suo pubblico

La data del decreto contro Diagora non è sicura e potrebbe essere collocata in anni precedenti: Romer (F.E. Romer, Diagoras the Melian, «CW», 89, 1996, pp. 393-401) propende per il 432 a.C. e non il 415 a.C.

In ogni caso, anche accettando questa retrodatazione, la citazione di Aristofane mantiene il suo valore documentale: il riferimento a un evento di circa diciotto anni prima sarebbe la prova di come fosse ancor vivo ad Atene il ricordo di Diagora di Melo, questo personaggio controverso, un ateo dissacratore, e del bando che lo aveva colpito.

Il riferimento al poeta lirico dimostra una volta di più come le commedie di Aristofane fossero attente testimoni della realtà sociale e politica di Atene.

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