Greco in seconda prova d’esame!

Il ministro della Pubblica Istruzione, Francesco Profumo

Sono state rese pubbliche dal Ministero dell’Istruzione le materie e l’assegnazione dei Commissari Esterni per le prove d’esame, che avranno inizio mercoledì 20 giugno p.v. con la prima prova (italiano).

Il Ministero non ha riservato sorprese e ha rispettato – secondo le dichiarazioni del ministro Profumo – «il criterio della rotazione delle discipline», con l’aggiunta di «laddove si è rivelato opportuno».

Per i licei classici si è effettivamente rispettata la rotazione e ci si aspettava proprio il greco scritto (non so con quanto entusiasmo da parte degli studenti… il greco risulta in genere più ostico del latino). La seconda prova è comunque di competenza del commissario interno, il che mi sembra un bonus non indifferente…  😉

Ricapitolando, ai commissari esterni sono state assegnate: ITALIANO (prima prova scritta), FILOSOFIA, MATEMATICA.

Al commissario interno è stato assegnato GRECO (seconda prova scritta). Gli altri due commissari interni saranno decisi dai consigli di classe.

Ogni altra indicazione è reperibile sul sito del MIUR

Non rimane che augurare buon lavoro  😯 a tutti gli studenti maturandi, per i quali mi riprometto (una volta che avrò concluso gli impegni editoriali più pressanti) di proporre qualche iniziativa per preparare la seconda prova d’esame.

Parte il «Campus online»!

Dopo una lunga preparazione, ho il piacere di presentare una nuova iniziativa, per poter imparare (o perfezionare) online la conoscenza del greco, che spero possa essere d’aiuto per tutti coloro che sono interessati a imparare questa meravigliosa lingua, veicolo di una cultura che costituisce la base della nostra civiltà.

È un invito rivolto non solo agli studenti, ma soprattutto a tutti gli appassionati in cerca di uno strumento veramente efficace per poter imparare la  lingua di Erodoto e di Sofocle.

Il corso è articolato in una serie di lezioni audio-video online, con videoconferenza settimanale (secondo i ritmi di un normale anno accademico, da ottobre a maggio) per accompagnare i ritmi di apprendimento di tutti gli interessati.

Tutte le informazioni del caso sono presenti nella pagina “Corso di greco”, qui sopra.

Grazie dell’attenzione.

Seneca: traduzione ragionata del brano della Maturità

Come anticipato, nel filmato seguente propongo una mia traduzione ragionata del passo di Seneca intitolato “Il vero bene è la virtù”, assegnato quest’anno come seconda prova scritta agli Esami di Maturità.
Il file caricato su Youtube presenta solo la prima parte della lettura.

Per una visione completa in formato più largo clicca qui.

Per visionare la seconda parte clicca qui.

Seneca: il vero bene è la virtù


Seneca ritratto da Rubens (fonte: Wikipedia)

Mi permetto uno strappo alla regola per proporre un argomento OT, che non riguarda direttamente il greco antico, ma che interessa gli studenti del liceo classico: il tema di maturità scelto per la seconda prova è un passo di Seneca, Ep. ad Lucilium 74, 10.

Il titolo assegnato dagli esperti del Ministero è «Il vero bene è la virtù». Questo è il testo, abbastanza lungo (196 parole), ma – a prima vista – tutt’altro che proibitivo:

Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo.

Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis.

Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest.

Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis.

Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

In giornata mi ripropongo di ritornare su questo passo, per proporre un video con traduzione ragionata.

I Galli e il vino

In un passo tratto dalla Vita di Camillo (cap. XV), Plutarco ricostruisce l’episodio dell’invasione dei Galli del 390 a.C., che si concluse con il famoso “sacco di Roma” ad opera di Brenno.

Domenico Ghirlandaio: Furio Camillo (Sala dei gigli, Palazzo Vecchio. Firenze)

È ben nota la leggenda della trattativa intavolata dai Romani per convincere gli invasori a ritirarsi, previo esborso di un riscatto pari a 1000 libbre di oro puro, con annessa truffa dei Galli che, dopo aver truccato le bilance, imponevano l’umiliazione con quel «vae victis!» «guai ai vinti!», che è divenuto proverbiale: chi è stato sconfitto deve sottostare al nemico, anche quando compie evidenti soprusi.

Nel momento della massima vergogna, la leggenda vuole che intervenisse Furio Camillo a riscattare l’orgoglio e l’onore romano, con quella frase storica «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!» «Non con l’oro, ma col ferro (cioè con le armi) si riscatta Roma!», che avrebbe dato inizio alla reazione romana.

È particolare il motivo che avrebbe portato i Galli a valicare le Alpi e invadere la pianura padana e poi l’Italia: sarebbe stato l’amore per il vino a trascinarli al di qua delle Alpi. Qui entra in scena il racconto del già citato Plutarco:

Οἱ δὲ Γαλάται τοῦ Κελτικοῦ γένους ὄντες ὑπὸ πλήθους λέγονται τὴν αὑτῶν ἀπολιπόντες, οὐκ οὖσαν αὐτάρκη τρέφειν πάντας, ἐπὶ γῆς ζήτησιν ἑτέρας ὁρμῆσαι· μυριάδες δὲ πολλαὶ γενόμενοι νέων ἀνδρῶν καὶ μαχίμων, ἔτι δὲ πλείους παίδων καὶ γυναικῶν ἄγοντες, οἱ μὲν ἐπὶ τὸν βόρειον Ὠκεανὸν ὑπερβαλόντες τὰ Ῥιπαῖα ὄρη ῥυῆναι καὶ τὰ ἔσχατα τῆς Εὐρώπης κατασχεῖν, οἱ δὲ μεταξὺ Πυρήνης ὄρους καὶ τῶν Ἄλπεων ἱδρυθέντες ἐγγὺς Σενώνων καὶ Βιτουρίγων κατοικεῖν χρόνον πολύν· ὀψὲ δ’ οἴνου γευσάμενοι τότε πρῶτον ἐξ Ἰταλίας κομισθέντος, οὕτως ἄρα θαυμάσαι τὸ πόμα καὶ πρὸς τὴν καινότητα τῆς ἡδονῆς ἔκφρονες γενέσθαι πάντες, ὥστ’ ἀράμενοι τὰ ὅπλα καὶ γενεὰς ἀναλαβόντες ἐπὶ τὰς Ἄλπεις φέρεσθαι καὶ ζητεῖν ἐκείνην τὴν γῆν ἣ τοιοῦτον καρπὸν ἀναδίδωσι, τὴν δ’ ἄλλην ἄκαρπον ἡγεῖσθαι καὶ ἀνήμερον.

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L’allievo sfida il maestro

Il potere mistificatorio e le possibilità di manipolazione della parola sono esemplificati da un notissimo aneddoto, di cui sono protagonisti due antichi oratori, considerati i primi artefici di τέχναι ῥητορικαί, ovvero di «manuali teorico-pratici di arte oratoria».

Si tratta di Corace e Tisia, che secondo la tradizione furono maestro e discepolo.

La scena è a Siracusa, nella prima metà del V secolo a.C.

Corace, maestro prestigioso e affermato, tiene una sorta di “scuola privata” alla quale si dirigono i giovani di belle speranze per imparare i rudimenti della retorica, una “scienza” ancora agli albori. Un giorno gli si presenta Tisia, un giovane intelligente e squattrinato, interessato ad apprendere i segreti del parlare in modo efficace e persuasivo.

Teatro greco di Siracusa: Sofocle, Antigone 2005 (foto mia)

Corace si commuove, di fronte all’entusiasmo del suo giovane interlocutore e decide di accettarlo gratuitamente come discepolo, a questo patto: Tisia avrebbe pagato l’onorario al maestro nel momento in cui avesse affrontato e vinto il suo primo processo, dimostrando così di essere diventato oratore abile e in grado di guadagnarsi da vivere.

Passa il tempo, le lezioni si sono ormai concluse, ma Tisia continua a rimandare il giorno del suo primo processo. Corace comincia a seccarsi, perché ritiene l’allievo ormai perfettamente in grado di destreggiarsi con l’arte che gli è stata insegnata.

Ma poiché Tisia pervicacemente rimanda l’attività forense e si rifiuta di pagare il maestro, Corace lo cita in tribunale:

«Se vincerò io il processo, mi dovrai pagare in virtù della sentenza dei giudici; se invece sarai tu il vincitore, dovrai pagarmi in virtù dei nostri accordi, visto che sarai riuscito a vincere il tuo primo processo. In ogni caso, caro il mio Tisia, sarai costretto a pagare».

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