Chi comanda decide cosa sia giusto e cosa no

Il celeberrimo ritratto di Platone (con le sembianze di Leonardo da Vinci) proposto da Raffaello ne "La scuola di Atene"

Come avevo già anticipato, inizio oggi a proporre il primo di una serie di passi d’autore, per offrire la possibilità di esercizio agli studenti di terza liceo che saranno chiamati, fra poco più di due mesi, ad affrontare la versione di greco nella seconda prova d’Esame di Stato (quello che un tempo si chiamava esame di maturità).

Partiamo dunque da un famoso passo dal primo libro della Repubblica di Platone, nel quale il sofista Trasimaco, discutendo con Socrate, afferma con forza la sua idea, secondo la quale le leggi non sono altro che lo strumento di chi detiene il potere, per affermare i propri interessi. Secondo tale opinione, il diritto non si baserebbe dunque su ciò che è giusto, ma su ciò che è utile per chi governa.

Socrate nel corso del dialogo confuterà questa tesi, seguendo la sua caratteristica tecnica “maieutica”, che consiste nell’interpellare l’interlocutore ponendogli domande incalzanti, fino a farlo cadere in contraddizione. L’asserto iniziale risulta alla fine confutato proprio da colui che l’aveva proposto.
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Seneca: traduzione ragionata del brano della Maturità

Come anticipato, nel filmato seguente propongo una mia traduzione ragionata del passo di Seneca intitolato “Il vero bene è la virtù”, assegnato quest’anno come seconda prova scritta agli Esami di Maturità.
Il file caricato su Youtube presenta solo la prima parte della lettura.

Per una visione completa in formato più largo clicca qui.

Per visionare la seconda parte clicca qui.

Seneca: il vero bene è la virtù


Seneca ritratto da Rubens (fonte: Wikipedia)

Mi permetto uno strappo alla regola per proporre un argomento OT, che non riguarda direttamente il greco antico, ma che interessa gli studenti del liceo classico: il tema di maturità scelto per la seconda prova è un passo di Seneca, Ep. ad Lucilium 74, 10.

Il titolo assegnato dagli esperti del Ministero è «Il vero bene è la virtù». Questo è il testo, abbastanza lungo (196 parole), ma – a prima vista – tutt’altro che proibitivo:

Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo.

Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis.

Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest.

Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis.

Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

In giornata mi ripropongo di ritornare su questo passo, per proporre un video con traduzione ragionata.

Buona Pasqua (Χριστὸς ἀνέστη)!

Nella festività della S. Pasqua colgo l’occasione per gli auguri più sentiti a tutti gli amanti del mondo greco antico.

Mi sembra interessante proporre il passo della lettura del Vangelo di oggi, dell’evangelista Giovanni (Gv. 20,1-9), a confronto con uno degli ultimi testi della poesia epica del mondo greco antico. Ecco il testo evangelico in italiano:

Piero della Francesca, Resurrezione (Museo di Sansepolcro)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

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I Galli e il vino

In un passo tratto dalla Vita di Camillo (cap. XV), Plutarco ricostruisce l’episodio dell’invasione dei Galli del 390 a.C., che si concluse con il famoso “sacco di Roma” ad opera di Brenno.

Domenico Ghirlandaio: Furio Camillo (Sala dei gigli, Palazzo Vecchio. Firenze)

È ben nota la leggenda della trattativa intavolata dai Romani per convincere gli invasori a ritirarsi, previo esborso di un riscatto pari a 1000 libbre di oro puro, con annessa truffa dei Galli che, dopo aver truccato le bilance, imponevano l’umiliazione con quel «vae victis!» «guai ai vinti!», che è divenuto proverbiale: chi è stato sconfitto deve sottostare al nemico, anche quando compie evidenti soprusi.

Nel momento della massima vergogna, la leggenda vuole che intervenisse Furio Camillo a riscattare l’orgoglio e l’onore romano, con quella frase storica «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!» «Non con l’oro, ma col ferro (cioè con le armi) si riscatta Roma!», che avrebbe dato inizio alla reazione romana.

È particolare il motivo che avrebbe portato i Galli a valicare le Alpi e invadere la pianura padana e poi l’Italia: sarebbe stato l’amore per il vino a trascinarli al di qua delle Alpi. Qui entra in scena il racconto del già citato Plutarco:

Οἱ δὲ Γαλάται τοῦ Κελτικοῦ γένους ὄντες ὑπὸ πλήθους λέγονται τὴν αὑτῶν ἀπολιπόντες, οὐκ οὖσαν αὐτάρκη τρέφειν πάντας, ἐπὶ γῆς ζήτησιν ἑτέρας ὁρμῆσαι· μυριάδες δὲ πολλαὶ γενόμενοι νέων ἀνδρῶν καὶ μαχίμων, ἔτι δὲ πλείους παίδων καὶ γυναικῶν ἄγοντες, οἱ μὲν ἐπὶ τὸν βόρειον Ὠκεανὸν ὑπερβαλόντες τὰ Ῥιπαῖα ὄρη ῥυῆναι καὶ τὰ ἔσχατα τῆς Εὐρώπης κατασχεῖν, οἱ δὲ μεταξὺ Πυρήνης ὄρους καὶ τῶν Ἄλπεων ἱδρυθέντες ἐγγὺς Σενώνων καὶ Βιτουρίγων κατοικεῖν χρόνον πολύν· ὀψὲ δ’ οἴνου γευσάμενοι τότε πρῶτον ἐξ Ἰταλίας κομισθέντος, οὕτως ἄρα θαυμάσαι τὸ πόμα καὶ πρὸς τὴν καινότητα τῆς ἡδονῆς ἔκφρονες γενέσθαι πάντες, ὥστ’ ἀράμενοι τὰ ὅπλα καὶ γενεὰς ἀναλαβόντες ἐπὶ τὰς Ἄλπεις φέρεσθαι καὶ ζητεῖν ἐκείνην τὴν γῆν ἣ τοιοῦτον καρπὸν ἀναδίδωσι, τὴν δ’ ἄλλην ἄκαρπον ἡγεῖσθαι καὶ ἀνήμερον.

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L’allievo sfida il maestro

Il potere mistificatorio e le possibilità di manipolazione della parola sono esemplificati da un notissimo aneddoto, di cui sono protagonisti due antichi oratori, considerati i primi artefici di τέχναι ῥητορικαί, ovvero di «manuali teorico-pratici di arte oratoria».

Si tratta di Corace e Tisia, che secondo la tradizione furono maestro e discepolo.

La scena è a Siracusa, nella prima metà del V secolo a.C.

Corace, maestro prestigioso e affermato, tiene una sorta di “scuola privata” alla quale si dirigono i giovani di belle speranze per imparare i rudimenti della retorica, una “scienza” ancora agli albori. Un giorno gli si presenta Tisia, un giovane intelligente e squattrinato, interessato ad apprendere i segreti del parlare in modo efficace e persuasivo.

Teatro greco di Siracusa: Sofocle, Antigone 2005 (foto mia)

Corace si commuove, di fronte all’entusiasmo del suo giovane interlocutore e decide di accettarlo gratuitamente come discepolo, a questo patto: Tisia avrebbe pagato l’onorario al maestro nel momento in cui avesse affrontato e vinto il suo primo processo, dimostrando così di essere diventato oratore abile e in grado di guadagnarsi da vivere.

Passa il tempo, le lezioni si sono ormai concluse, ma Tisia continua a rimandare il giorno del suo primo processo. Corace comincia a seccarsi, perché ritiene l’allievo ormai perfettamente in grado di destreggiarsi con l’arte che gli è stata insegnata.

Ma poiché Tisia pervicacemente rimanda l’attività forense e si rifiuta di pagare il maestro, Corace lo cita in tribunale:

«Se vincerò io il processo, mi dovrai pagare in virtù della sentenza dei giudici; se invece sarai tu il vincitore, dovrai pagarmi in virtù dei nostri accordi, visto che sarai riuscito a vincere il tuo primo processo. In ogni caso, caro il mio Tisia, sarai costretto a pagare».

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