Una speranza per i Papiri di Ercolano?

Ercolano, la villa dei Papiri (da www.antika.it)
Ercolano, la villa dei Papiri (da www.antika.it)

Dalla rivista Nature Communications giunge una notizia decisamente interessante, che sembra aprire la strada a nuove possibili acquisizioni di testi provenienti dalla biblioteca di Pisone a Ercolano (notizia che vedo ripresa in italiano in una agenzia della ANSA e in un annuncio del Mattino di Napoli).

Si tratta dell’unica biblioteca sopravvissuta del mondo classico, conservatasi sotto le ceneri dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.: non restano che rotoli carbonizzati, che per la loro fragilità sono destinati a non resistere ai tentativi di lettura meccanica.

Anche le indagini attraverso fonti convenzionali come raggi X, infrarossi (a partire dal 1990) e microtomografia non avevano portato a risultati pienamente soddisfacenti, a causa della difficoltà di distinguere l’inchiostro (nerofumo) dal foglio di papiro carbonizzato.

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Saffo: un ‘cri du coeur’ (ovvero: l’alba della ‘conscientia’)

Una mitra per Kleis di Franco Ferrari (2007)
Una mitra per Kleis. Saffo e il suo pubblico, di Franco Ferrari (2007)

Dopo la traduzione del primo carme di Saffo (in corso di pubblicazione da parte di D. Obbink), l’amico Franco Ferrari mette a disposizione dei lettori di grecoantico.it questo corposo articolo sul secondo carme, di cui si è recentemente scoperta la coincidenza con il fr. 26 Voigt. 

Di questa importante ricostruzione lo ringrazio sentitamente, anche a nome dei lettori del blog. [r.r.]

Nel secondo carme di Saffo appena ritrovato, i cui resti parzialmente si sovrappongono con quelli del fr. 26, non incontriamo, come nel primo, una vicenda familiare ma un cri du coeur, una di quelle accensioni emotive per le quali la poetessa di Mitilene è specialmente famosa.

Non essere riamati da chi si ama suscita un’ansia simile a un conato di vomito (le ‘nausee’ di 1.3 ἄσαισι μηδ᾽ὀνίαισι, e cf. anche fr. 3.7 ἄσαιο) tanto più se Kypris, ‘padrona’ dei destini amorosi, non fa che incitare colei che rifiuta a tormentare chi la vorrebbe richiamare indietro inoculandole una passione che, come l’Eros che scioglie le membra (λυσιμέλης) di fr. 130.1, “piega le ginocchia”.

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Dalla sofferenza a una sorte migliore?

Come ho già avuto modo di segnalare, nel nuovo Brothers Poem di Saffo (in corso di pubblicazione da parte di D. Obbink), la quarta strofa mi sembra porre problemi linguistici e di senso che fanno molto dubitare sulla correttezza del testo tramandato dal papiro. Per restituire congruenza alla frase, proporrei di leggere i vv. 13-14 in questo … Leggi tuttoDalla sofferenza a una sorte migliore?

Carasso, Larico e… gli accusativi

La copertina dell'edizione di Alceo curata da G. Liberman
La copertina dell’edizione di Alceo curata da Gauthier Liberman

Ho il piacere di pubblicare una nota testuale gentilmente inviatami dal prof. Gauthier Liberman, dell’Università di Bordeaux. Commentando il mio post del 19 gennaio, con il testo provvisorio e la traduzione di F. Ferrari del carme intitolato da Obbink “Brothers Poem”, il prof. Liberman aveva espresso il suo scetticismo: «Fictum esse mihi fragmentum videtur, upote quod tot frigide ac mire nec saltem recte dicta contineat. Plura alias, si opus est, dicam»; dopo ulteriore riflessione, però, il prof. Liberman è arrivato al convincimento che non ci siano evidenti motivi per sospettare il frammento di inautenticità. Il suo contributo – in inglese – riguarda l’interpretazione globale del carme e i problemi di restituzione testuale della quarta strofa superstite. [ndr]

Apparently, Sappho says that the thing one must pray for is the safe arrival of Charaxos and their own safety (so Sappho and the woman she addresses seem to be under serious threat); «all the rest» (ll. 9-10), including whether the ship is laden with what the woman and perhaps Sappho expect, is to be left to the heavenly powers, δαιμόνεσσιν. 

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Se Larico diventasse finalmente uomo!

Il prof. Dirk Obbink
Il prof. Dirk Obbink

Una novità fenomenale: il recupero di due frammenti di Saffo!

 

È stata da pochi giorni condivisa da Dirk Obbink la versione preliminare dell’edizione (che uscirà nel prossimo numero della rivista ZPE) di due nuovi carmi della poetessa eolica, presenti in un papiro proveniente da una collezione privata.

Si tratta di due spezzoni di componimenti provenienti dal primo libro dell’edizione alessandrina di Saffo (il metro utilizzato è infatti la strofe saffica): meglio conservato il primo, di cui rimangono cinque strofe pressoché integre, mentre del secondo poco si riesce a leggere (solo i resti lacunosi delle prime due strofe, da cui si evince che si doveva trattare di un carme in onore di Afrodite, cfr. Κύπρι, o forse Κύπρ᾽ al v. 2).

Qui di seguito il testo del primo componimento di cui è andato perso l’inizio (in mancanza di numero di frammento, Obbink lo indica come Brothers Poem):

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La sorella di Neobule

Il Papiro di Colonia con il fr. 196a W. di Archiloco

Il frammento elegiaco di Archiloco proposto qualche giorno fa (elegia “di Telefo”, P. Oxy. LXIX 4708) non è che l’ultimo in ordine di tempo fra i ritrovamenti papiracei significativi del grande poeta di Paro. Ma una sensazione ancora maggiore aveva suscitato, più di 35 anni fa – nell’ormai lontano 1974 – la pubblicazione dell’Epodo di Colonia (fr. 196a W2).

Restituito dal cartonnage di una mummia egizia risalente al I-II secolo d.C., il componimento, divenuto ben presto un autentico must, propone un disinibito quanto “imbarazzante” dialogo fra l’io narrante (che probabilmente coincide con il poeta) e una ragazzina (al v. 42 è definita παρθένος) che dal contesto sembrerebbe essere la sorella minore di Neobule.

L’imbarazzo, in realtà, è da addebitare più che altro ai primi editori del frammento, in particolare al Merkelbach, che accusò addirittura Archiloco di essere «ein schwer Psychopath» («uno psicopatico grave»): avrebbe infatti abusato sessualmente di una minorenne, come sadica vendetta contro la più anziana sorella (la pur volubile Neobule, con cui il poeta aveva in sospeso una disattesa promessa di matrimonio).

E c’è pure l’aggravante di aver consumato lo stupro in luogo consacrato (probabilmente il τέμενος, «il recinto sacro», del tempio della dea Era). Se poi aggiungiamo che la ragazzina doveva essere pure votata alla verginità, ce ne sarebbe abbastanza per l’impeachement e un’immediata (e giustificata) condanna all’esilio, per il poeta afflitto da turbe sessuali del genere…

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La nuova elegia di Archiloco

Il seguente frammento di origine papiracea, pubblicato per la prima volta nel 2005, costituisce il più recente (e straordinario) ritrovamento di testi del poeta Archiloco di Paro (VII secolo a.C.). Il recupero di questo testo – purtroppo non ben leggibile in molti punti – è stato possibile grazie a nuove indagini condotte con la tecnica del Multispectral Imaging, che ha consentito di decifrare le tracce anche minime, ormai quasi svanite, di un papiro che giaceva da decenni negli archivi dei papiri di Ossirinco (la pubblicazione, con la prima ricostruzione testuale, è opera del papirologo oxoniense Dirk Obbink).

Il P. Oxy. 4701 fr. 1 con il testo elegiaco di Archiloco

Questo testo, tuttora oggetto di grande attenzione da parte degli studiosi, costituisce il più lungo frammento elegiaco di Archiloco a noi pervenuto e si presenta molto problematico, perché privo dell’inizio e molto malconcio anche nel finale. Come se non bastasse, anche la parte che si riesce a leggere (per un totale di 24 versi) presenta lacune, più o meno ampie, in entrambi i margini.

Si tratta di un’ampia elegia di argomento mitologico, nella quale viene narrato un mito piuttosto raro, collocato al tempo della spedizione contro Troia. Perduta la rotta, gli Achei sbarcano per errore in Misia, credendo di essere nella Troade e si scontrano con il re del luogo, l’eroe Telefo figlio di Eracle e di Auge. Lo scontro è in un primo tempo favorevole ai Misî e Telefo riesce a ricacciare indietro gli Achei e a farne strage, arrossando del loro sangue il fiume Caico: ed è questo momento della vicenda che troviamo rappresentato nel frammento di Archiloco recuperato.

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Colin Austin (1941-2010)

Una delle ultime grandi imprese del prof. Austin: il "nuovo" Posidippo

La scorsa estate, il 13 agosto, è venuto meno Colin Austin, uno dei più brillanti specialisti mondiali di testi greci. Ho avuto modo di conoscerlo a Parma, nel maggio del 2006, quando tenne una suggestiva lezione sull’Antigone di Sofocle, dal titolo: The girl who said no.

Fra la sua sterminata produzione, mi piace ricordare la collaborazione all’editio maior di Posidippo di Pella (2001), ma soprattutto alla (cosiddetta) editio minor (2002), di cui ha curato il commento e nella quale ha esercitato le sue straordinarie capacità di ricostruzione di un testo frammentario: una edizione di riferimento, con cui ho avuto modo di confrontarmi al tempo del dottorato di ricerca, quando ho studiato la sezione degli ἀνδριαντοποιϊκά del papiro posidippeo.

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