L’ignoranza acceca gli uomini

luciano
Luciano di Samosata

Il passo scelto quest’anno dal MIUR per la prova di greco dell’Esame di Stato (ovviamente per i licei classici) è di Luciano di Samosata, tratto dall’operina Περὶ μὴ τοῦ ῥᾳδίως πιστεύειν διαβολῇ (Calumniae non temere credendum, secondo la convenzione di citare queste opere con il titolo latino), ovvero Non si deve facilmente credere alla calunnia

Appartiene a quel novero di opere normalmente catalogate come “saggi retorici”, ma nel nostro caso mi sembra più convincente, con V. Longo (Utet, 1993), ritenerlo un «saggio psicologico sulla calunnia», piuttosto che uno sfoggio di mera esibizione retorica. In effetti l’indagine, che parte indicando l’ignoranza come responsabile del destino tragico dell’uomo, propone istanze di natura didascalica e filosofica che dimostrano una serietà di intenti probabilmente da ascrivere al «periodo filosofico» dell’autore (cioè fra il 160-165 d.C.), quando Luciano, disamoratosi della futilità della retorica, si andava interessando a temi di una certa serietà.

Ma veniamo a esaminare il testo. Siamo proprio all’inizio dell’opera: 

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Carl Joachim Classen (1928-2013)

Il prof. Classen nel 2009 (foto Wikipedia)
Il prof. Classen nel 2009 (foto Wikipedia)

Il 29 settembre scorso è mancato il professore C. J. Classen, emerito docente di Filosofia antica nelle università di Berlino, Würzburg e Gottinga. Oltre che di filosofia greca, si è occupato di storia della religione antica, di letteratura latina (Poetica e retorica in Lucrezio) e in particolare di oratoria.

Personalmente l’ho conosciuto grazie al saggio (del 1985) Diritto, retorica, politica. La strategia retorica di Cicerone, pubblicato in italiano nel 1998 (Il Mulino. Collezione di Testi e di Studi: si tratta dell’unico lavoro di Classen disponibile in lingua italiana).

Un volume che ho avuto modo di consultare a più riprese, che esamina 6 orazioni ciceroniane (Pro Cluentio, Pro Murena, Pro Flacco, De domo sua, De imperio Cn. Pompei, De lege agraria) per mettere in evidenza la strategia oratoria complessiva messa in atto dall’oratore arpinate, esempi di un «processo di persuasione, mediante il quale l’oratore vuole guadagnarsi l’uditorio a favore di una determinata opinione in un momento determinato o spingerlo a un determinato giudizio».

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Omero, maestro di eloquenza

Quintiliano
Marco Fabio Quintiliano (lo so è orribile, ma non ho trovato di meglio!). Fonte: Wikipedia.

Ed eccoci al rito consueto della prova d’esame: il passo di Quintiliano proposto (Istitutio oratoria, X 1, 45-48) è noto, interessante e denso di riferimenti. Propongo una mia rapida traduzione, cui seguirà un rapido commento.

Sed nunc genera ipsa lectionum, quae praecipue convenire intendentibus ut oratores fiant existimem, persequor. Igitur, ut Aratus ab Iove incipiendum putat, ita nos rite coepturi ab Homero videmur.

Ma ora intendo trattare proprio di quei tipi di letture che ritengo siano particolarmente utili a coloro che mirano a diventare oratori. Così, come Arato ritiene che si debba cominciare da Giove, così a noi sembra appropriato che iniziamo da Omero.

Quintiliano fa qui riferimento al poema didascalico di Arato di Soli intitolato Φαινόμενα (I fenomeni celesti), che inizia con la formula Ἐκ Διὸς ἀρχώμεσθα («Orsù, cominciamo da Giove»). Nell’empireo dei poeti Omero ha la medesima collocazione – agli occhi dell’oratore romano – che ha Giove nel mondo degli dei dell’Olimpo.

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L’allievo sfida il maestro

Il potere mistificatorio e le possibilità di manipolazione della parola sono esemplificati da un notissimo aneddoto, di cui sono protagonisti due antichi oratori, considerati i primi artefici di τέχναι ῥητορικαί, ovvero di «manuali teorico-pratici di arte oratoria».

Si tratta di Corace e Tisia, che secondo la tradizione furono maestro e discepolo.

La scena è a Siracusa, nella prima metà del V secolo a.C.

Corace, maestro prestigioso e affermato, tiene una sorta di “scuola privata” alla quale si dirigono i giovani di belle speranze per imparare i rudimenti della retorica, una “scienza” ancora agli albori. Un giorno gli si presenta Tisia, un giovane intelligente e squattrinato, interessato ad apprendere i segreti del parlare in modo efficace e persuasivo.

Teatro greco di Siracusa: Sofocle, Antigone 2005 (foto mia)

Corace si commuove, di fronte all’entusiasmo del suo giovane interlocutore e decide di accettarlo gratuitamente come discepolo, a questo patto: Tisia avrebbe pagato l’onorario al maestro nel momento in cui avesse affrontato e vinto il suo primo processo, dimostrando così di essere diventato oratore abile e in grado di guadagnarsi da vivere.

Passa il tempo, le lezioni si sono ormai concluse, ma Tisia continua a rimandare il giorno del suo primo processo. Corace comincia a seccarsi, perché ritiene l’allievo ormai perfettamente in grado di destreggiarsi con l’arte che gli è stata insegnata.

Ma poiché Tisia pervicacemente rimanda l’attività forense e si rifiuta di pagare il maestro, Corace lo cita in tribunale:

«Se vincerò io il processo, mi dovrai pagare in virtù della sentenza dei giudici; se invece sarai tu il vincitore, dovrai pagarmi in virtù dei nostri accordi, visto che sarai riuscito a vincere il tuo primo processo. In ogni caso, caro il mio Tisia, sarai costretto a pagare».

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Codro si sacrifica per la patria


[et_pb_section][et_pb_row][et_pb_column type=”4_4″][et_pb_text]Mi è stato recentemente richiesto di occuparmi di una versione di greco, tratta dall’orazione Contro Leocrate, di Licurgo (l’autore è un oratore del IV secolo: attenzione a non confonderlo con l’omonimo mitico legislatore spartano del IX-VIII secolo a.C., con cui non ha nulla a che vedere!).

Domenico Beccafumi: Il sacrificio di re Codro
(Siena, Palazzo Pubblico. Fonte: Wikimedia commons)

Licurgo accusa di diserzione il concittadino Leocrate, in quanto, per sfuggire ai pericoli della guerra, egli avrebbe abbandonato la città poco prima della battaglia di Cheronea (338 a.C.), venendo così meno ai suoi doveri nei confronti della patria e dei concittadini (ricordiamo che Cheronea è l’episodio militare decisivo per l’affermarsi del dominio di Filippo II, il re macedone padre di Alessandro Magno).

È un passo collocato circa a metà dell’orazione (capp. 84-87), nel quale Licurgo propone una carrellata di esempi mitico-storici, che dimostrano l’abnegazione, il senso del dovere e l’eroismo degli Ateniesi del passato: da questo confronto la pusillanimità di Leocrate emerge in modo ancor più evidente.

L’esempio che ci interessa da vicino è quello dell’eroico sacrificio del re Codro, l’ultimo mitico re ateniese.
La vicenda è ambientata in un periodo di carestia, quando i Peloponnesiaci dichiarano guerra ad Atene, per conquistarne il territorio e sfruttarne le risorse. Come succedeva in questi frangenti, prima di intraprendere le operazioni militari, inviano una delegazione a Delfi per consultare l’oracolo di Apollo sull’esito della guerra. L’oracolo risponde: «Cari Spartani, riuscirete a conquistare Atene, a patto che non uccidiate il suo re, Codro». I Peloponnesiaci partono fiduciosi per la guerra e avvertono tutti i soldati di non uccidere assolutamente il re Codro. Ma un abitante di Delfi, un certo Cleomanti, venuto a sapere del responso, informò in tutto segreto gli Ateniesi.

Ecco qui il testo greco della prima parte della versione:

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Atene ha sempre difeso la libertà

Ecco un passo tratto dall’orazione Sulla corona, di Demostene.

Prima di procedere, vediamo gli antefatti.

Primavera del 336 a. C.: un certo Ctesifonte ateniese propone di conferire una corona d’oro a Demostene, in segno di riconoscenza dei suoi meriti nei confronti della città, per la quale ha speso grandi energie politiche, sacrificando anche parte delle proprie risorse economiche. La proclamazione solenne si sarebbe dovuta tenere a teatro, nel corso delle Grandi Dionisie, alla presenza del grande pubblico di Ateniesi e stranieri, convenuti per assistere alla rappresentazione delle tragedie “in cartellone” quella stagione.

La proposta di assegnare a Demostene la corona è approvata dalla Boulè (una sorta di “Consiglio di Stato”), ma l’incoronazione non avrà mai luogo, a causa dell’intervento di Eschine, il grande avversario di Demostene, che avanza contro Ctesifonte un’accusa di illegalità (γραφὴ παράνομον). Nel processo sarà Demostene stesso ad assumere le parti della difesa.

Ma passeranno ben 6 anni prima che il processo venga istruito (… a proposito di ritardi della giustizia!). Non è chiaro il motivo di tale ritardo: forse per la situazione difficile di Atene dopo la sconfitta di Cheronea (338 a. C.), che consegna – praticamente – Atene e le poleis greche nelle mani di Filippo II e del regno di Macedonia.

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Il genere del λόγος ἐπιτάφιος

Vienna_Pallas_closeup-587x1024Parlando di Iperide, abbiamo accennato al genere del λόγος ἐπιτάφιος, un particolare tipo di discorso epidittico, ovvero un tipo di discorso che viene pronunciato non per convincere il pubblico a prendere una decisione (come può avvenire in tribunale, dove l’oratore tende a sollecitare una sentenza di assoluzione o di condanna, a seconda dei casi); l’oratore epidittico non vuole sollecitare una decisione, ma richiamare al pubblico i valori più importanti, condivisi della comunità.

Questo accade in particolare in occasione del λόγος ἐπιτάφιος, ovvero il discorso funebre solenne, tenuto da un uomo politico di spicco, al momento della cerimonia di sepoltura collettiva di cittadini benemeriti nei confronti della città. Si tratta, più che di vere e proprie esequie, di una commemorazione, nella quale l’oratore di turno coglie l’occasione dell’elogio dei defunti, per rinsaldare i vincoli della comunità, facendo leva su valori come la libertà, la dedizione nei confronti della patria e dei famigliari, il senso dell’onore e dell’eroismo in guerra…

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Atene è il sole della Grecia

Alla notizia della morte di Alessandro Magno, avvenuta a Babilonia il 10 giugno del 323 a.C., Atene intravide la possibilità di scrollarsi di dosso il giogo macedone e guidò un’insurrezione delle poleis greche, arrivando ad assediare la fortezza di Lamia, in Tessaglia, nella quale era stato costretto a rifugiarsi il generale macedone Antipatro, che era accorso per sedare la rivolta.

Le anime del partito antimacedone ateniese sono due personaggi di primo piano nel panorama culturale di fine IV secolo: gli oratori Demostene e Iperide.

Quest’ultimo pronunciò il λόγος ἐπιτάφιος, ovvero l’orazione funebre ufficiale per celebrare il valore dei soldati caduti in battaglia nel primo anno di guerra. L’anno successivo, con la definitiva sconfitta delle forze delle poleis alleate, tramontò la speranza di Atene di poter riacquistare l’indipendenza e Iperide, caduto nelle mani dei nemici, venne giustiziato. Stessa sorte subirà di lì a poco anche Demostene, che si suiciderà per non cadere nelle mani degli emissari di Antipatro.

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