Tempo di tesine

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Per un’idea all’ultimo minuto…

Si avvicina l’appuntamento con l’Esame di Stato, con le sue incombenze, i suoi riti, i patemi e il cicaleccio diffuso che inevitabilmente ogni anno si scatena…

Fra gli argomenti più gettonati c’è la tesina, con la quale si apre la prova orale. Non mi avventurerei ora sull’argomento, se non fosse che qualche giorno fa sono stato interpellato da Lorenzo Vendemiale de “il Fatto Quotidiano”, che mi ha citato in un articolo uscito il 13 giugno scorso.

Distribuire consigli adesso risulta probabilmente tardivo (chi si prepara da mesi all’esame sarà ormai in dirittura d’arrivo anche nella tesina), ma potranno magari servire a chi sarà impegnato in futuro (anche se rimango convinto che i migliori consigli ciascuno li potrà trarre dai propri insegnanti).

Ecco quelli che secondo me sono gli ingredienti necessari per affrontare al meglio questo tipo di lavoro:

1. Interesse: scegliere un argomento per il quale si provi interesse (o addirittura passione), a prescindere dalla sua “spendibilità”. Si tratta di una molla formidabile, per riuscire a essere convincenti di fronte alla commissione. (altro…)

Omero, maestro di eloquenza

Quintiliano

Marco Fabio Quintiliano (lo so è orribile, ma non ho trovato di meglio!). Fonte: Wikipedia.

Ed eccoci al rito consueto della prova d’esame: il passo di Quintiliano proposto (Istitutio oratoria, X 1, 45-48) è noto, interessante e denso di riferimenti. Propongo una mia rapida traduzione, cui seguirà un rapido commento.

Sed nunc genera ipsa lectionum, quae praecipue convenire intendentibus ut oratores fiant existimem, persequor. Igitur, ut Aratus ab Iove incipiendum putat, ita nos rite coepturi ab Homero videmur.

Ma ora intendo trattare proprio di quei tipi di letture che ritengo siano particolarmente utili a coloro che mirano a diventare oratori. Così, come Arato ritiene che si debba cominciare da Giove, così a noi sembra appropriato che iniziamo da Omero.

Quintiliano fa qui riferimento al poema didascalico di Arato di Soli intitolato Φαινόμενα (I fenomeni celesti), che inizia con la formula Ἐκ Διὸς ἀρχώμεσθα («Orsù, cominciamo da Giove»). Nell’empireo dei poeti Omero ha la medesima collocazione – agli occhi dell’oratore romano – che ha Giove nel mondo degli dei dell’Olimpo. (altro…)

Il termine naturale del nostro viaggio

Statua equestre dell’imperatore Marco Aurelio
(Roma, Musei Capitolini)

Tempo fa, cercando un brano da assegnare per la terza liceo, mi sono imbattuto in un bel passo di Marco Aurelio (in realtà ho poi optato per un meno interessante – ma linguisticamente più rassicurante – Isocrate): l’imperatore filosofo è per me una lettura sempre stimolante e suggestiva, con quel suo modo di riflettere così caratteristicamente «antiretorico» che affascina irresistibilmente (è stato giustamente osservato che, con un maestro quale Frontone, Marco Aurelio ha acquisito una sicura padronanza degli strumenti retorici: nella sua prosa, però, egli riesce abilmente a dissimulare ogni artificio).

Marco Aurelio rivolge a se stesso (Τὰ εἰς ἑαυτόν «pensieri rivolti a se stesso» è il titolo della sua opera) una serie di esortazioni che percorrono i temi più importanti dell’esperienza umana, cercando di indagare, attraverso il filtro della filosofia stoica, il senso più profondo della vita, che altrimenti rischia di sfuggire, soffocato dalle occupazioni quotidiane. (altro…)

Il letamaio di Eraclito

Eraclito
(particolare da La scuola di Atene, di Raffaello)

Leggendo in vari siti internet (e anche sui giornali) le traduzioni del passo di Aristotele assegnato alla maturità, si riscontra un’incomprensione, in cui sono incappati anche traduttori esperti: il sostantivo ἰπνός, viene reso nell’accezione di “forno”, “cucina”, o semplicemente “fuoco”, davanti al quale si scalderebbe Eraclito.

Da qui traduzioni del tipo: «come si racconta che Eraclito parlasse ai forestieri che volevano incontrarlo, i quali, avvicinandosi, dopo averlo visto che si scaldava davanti al fuoco (πρòς τῷ ἰπνῷ), si bloccavano».

Ma perché questi suoi ospiti avrebbero mai dovuto bloccarsi, di fronte a lui che si scaldava davanti al fuoco? Che ci sarebbe di strano o di disgustoso, come peraltro il contesto richiede?

In realtà Eraclito si scaldava immerso nel letame e accoglieva gli ospiti nel letamaio.

Come infatti ci informa Diogene Laerzio (Eraclito, in Vite dei filosofi IX 1.3), il filosofo avrebbe cercato di curare la sua idropisia riscaldandosi con sterco bovino in un letamaio. Da qui l’esitazione e lo schifo dei suoi visitatori.

Non il caso, ma la finalità regna nelle opere della natura

Interessante e impegnativo il passo scelto dalla commissione ministeriale per i maturandi di quest’anno.

Avrei voluto proporre un video con la traduzione ragionata, ma attualmente sono in condizioni di emergenza, perché sono privo di connessione internet (aspettando l’allacciamento di FastWeb).

Vedrò se la situazione si sbloccherà a breve (è circa un mese che sono in attesa!).
Per il momento, in bocca al lupo a tutti!

Chi comanda decide cosa sia giusto e cosa no

Il celeberrimo ritratto di Platone (con le sembianze di Leonardo da Vinci) proposto da Raffaello ne "La scuola di Atene"

Come avevo già anticipato, inizio oggi a proporre il primo di una serie di passi d’autore, per offrire la possibilità di esercizio agli studenti di terza liceo che saranno chiamati, fra poco più di due mesi, ad affrontare la versione di greco nella seconda prova d’Esame di Stato (quello che un tempo si chiamava esame di maturità).

Partiamo dunque da un famoso passo dal primo libro della Repubblica di Platone, nel quale il sofista Trasimaco, discutendo con Socrate, afferma con forza la sua idea, secondo la quale le leggi non sono altro che lo strumento di chi detiene il potere, per affermare i propri interessi. Secondo tale opinione, il diritto non si baserebbe dunque su ciò che è giusto, ma su ciò che è utile per chi governa.

Socrate nel corso del dialogo confuterà questa tesi, seguendo la sua caratteristica tecnica “maieutica”, che consiste nell’interpellare l’interlocutore ponendogli domande incalzanti, fino a farlo cadere in contraddizione. L’asserto iniziale risulta alla fine confutato proprio da colui che l’aveva proposto.
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