Inaugurata l’attività degli “Amici dell’Ariosto”

Nella suggestiva cornice della «Sala del Capitano del Popolo» (Hotel Posta), si è tenuta ieri la prima iniziativa della neonata Associazione “Amici del Liceo Classico Ariosto – Accademia dei Furiosi” di Reggio Emilia.

L'Hotel Posta di Reggio Emilia, sede dell'incontro

L’occasione per il “battesimo” è stata la conferenza di Valerio Massimo Manfredi (autore talmente noto da non richiedere ulteriori presentazioni) sul tema «Narrazione storica e letteraria». Gli onori di casa sono stati fatti dal collega Luciano Lanzi, Presidente dell’Associazione, e da Carlo Baja Guarienti, impeccabile nell’organizzazione dell’evento.

Partendo dalla distinzione lessicale inglese fra story (“una” storia, un racconto, anche riferito a un aneddoto) e history (“la” storia) Valerio Massimo Manfredi, con una conversazione dal taglio amabilmente divulgativo, ha proposto osservazioni sulle tipologie diverse del narrare offerte dalla narrativa (story) e dalla storia (history): da una parte il fascino dell’emozione che si traduce nella magia del raccontare, dall’altro l’esigenza razionale di indagare la verità dei fatti, facendo leva sulla memoria, che consente la conservazione dell’unicità e irripetibilità dell’esperienza (del singolo o collettiva).

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Dioniso al cinema

Ritorno sulla giornata di studi parmense del 16 febbraio (“Il Classico nel Moderno”), per proporre una sintesi della interessante (e per più aspetti anche discutibile) relazione di Massimo Fusillo sul tema Echi e variazioni dionisiache nel cinema (e un problema di metodo).

W. A. Bouguereau, La giovinezza di Bacco (1884)fonte: Wikimedia

L’indagine, partita da necessarie considerazioni di metodo, ha cercato di individuare tracce del dionisismo delle Baccanti euripidee nel cinema del dopoguerra, proponendo – pur nella rapidità di una relazione contenuta nell’arco di 20 minuti – alcuni esempi di film nei quali tali tracce sembrano emergere, pur nella consapevolezza di quanto possa essere “marginale” una lettura filmica limitata a tale prospettiva.

Il relatore ha preventivamente osservato che cinema e tragedia greca, a conti fatti, non si amano: l’origine teatrale dei testi antichi e il rischio di verbosità eccessiva rendono problematica la trasposizione del testo tragico in film, e infatti la tragedia greca è un capitolo tutto sommato marginale nella storia del cinema. Marginale, ma non privo di interessanti tentativi, che si sono attuati in 3 modalità:

  1. teatro filmato, di interesse documentale, più che artistico;
  2. attualizzazione del testo tragico, con spostamento dell’ambientazione della vicenda in altro contesto spazio-temporale, come ad esempio in film del tipo Edipo sindaco (1996) di J. Ali Triana, Teatro di guerra (1998) di M. Martone, Luna Rossa (2001) di A. Capuano;
  3. libera riscrittura, con maggior interesse per il mito nel suo complesso, piuttosto che per il testo di una singola tragedia: si vedano ad esempio film come Edipo Re (1967) di P. P. Pasolini, Elettra, amore mio (1974) di Miklos Jancso’ o Medea (1988) di Lars von Trier.

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Il Classico nel Moderno

Ho assistito con interesse ieri al convegno promosso dall’Università degli Studi e dalla delegazione dell’AICC (Associazione Italiana di Cultura Classica) di Parma (vedi volantino a fianco). Il tema scelto dagli organizzatori è quanto mai “intrigante” e di ampio respiro: propone di oltrepassare i confini del mondo antico, per individuare la persistenza di temi e modelli che a … Leggi tuttoIl Classico nel Moderno

I Galli e il vino

In un passo tratto dalla Vita di Camillo (cap. XV), Plutarco ricostruisce l’episodio dell’invasione dei Galli del 390 a.C., che si concluse con il famoso “sacco di Roma” ad opera di Brenno.

Domenico Ghirlandaio: Furio Camillo (Sala dei gigli, Palazzo Vecchio. Firenze)

È ben nota la leggenda della trattativa intavolata dai Romani per convincere gli invasori a ritirarsi, previo esborso di un riscatto pari a 1000 libbre di oro puro, con annessa truffa dei Galli che, dopo aver truccato le bilance, imponevano l’umiliazione con quel «vae victis!» «guai ai vinti!», che è divenuto proverbiale: chi è stato sconfitto deve sottostare al nemico, anche quando compie evidenti soprusi.

Nel momento della massima vergogna, la leggenda vuole che intervenisse Furio Camillo a riscattare l’orgoglio e l’onore romano, con quella frase storica «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!» «Non con l’oro, ma col ferro (cioè con le armi) si riscatta Roma!», che avrebbe dato inizio alla reazione romana.

È particolare il motivo che avrebbe portato i Galli a valicare le Alpi e invadere la pianura padana e poi l’Italia: sarebbe stato l’amore per il vino a trascinarli al di qua delle Alpi. Qui entra in scena il racconto del già citato Plutarco:

Οἱ δὲ Γαλάται τοῦ Κελτικοῦ γένους ὄντες ὑπὸ πλήθους λέγονται τὴν αὑτῶν ἀπολιπόντες, οὐκ οὖσαν αὐτάρκη τρέφειν πάντας, ἐπὶ γῆς ζήτησιν ἑτέρας ὁρμῆσαι· μυριάδες δὲ πολλαὶ γενόμενοι νέων ἀνδρῶν καὶ μαχίμων, ἔτι δὲ πλείους παίδων καὶ γυναικῶν ἄγοντες, οἱ μὲν ἐπὶ τὸν βόρειον Ὠκεανὸν ὑπερβαλόντες τὰ Ῥιπαῖα ὄρη ῥυῆναι καὶ τὰ ἔσχατα τῆς Εὐρώπης κατασχεῖν, οἱ δὲ μεταξὺ Πυρήνης ὄρους καὶ τῶν Ἄλπεων ἱδρυθέντες ἐγγὺς Σενώνων καὶ Βιτουρίγων κατοικεῖν χρόνον πολύν· ὀψὲ δ’ οἴνου γευσάμενοι τότε πρῶτον ἐξ Ἰταλίας κομισθέντος, οὕτως ἄρα θαυμάσαι τὸ πόμα καὶ πρὸς τὴν καινότητα τῆς ἡδονῆς ἔκφρονες γενέσθαι πάντες, ὥστ’ ἀράμενοι τὰ ὅπλα καὶ γενεὰς ἀναλαβόντες ἐπὶ τὰς Ἄλπεις φέρεσθαι καὶ ζητεῖν ἐκείνην τὴν γῆν ἣ τοιοῦτον καρπὸν ἀναδίδωσι, τὴν δ’ ἄλλην ἄκαρπον ἡγεῖσθαι καὶ ἀνήμερον.

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Vergogna e pudore

Il termine αἰδώς, connesso con il verbo αἴδομαι, indica il «senso di vergogna, modestia, pudore», un sentimento particolarmente denso di implicazioni già nell’ambito della mentalità greca arcaica. Esso costituisce un tratto saliente della società omerica: «la più potente forza morale nota all’uomo omerico è il rispetto dell’opinione pubblica, aidós» (E. Dodds). Si tratta di un concetto fondamentale, che consiste essenzialmente, come osserva O. Taplin, in un «senso di compunzione che inibisce gli uomini dal comportarsi male».

Pietro Canonica, Pudore (Museo Pietro Canonica a Villa Borghese)

Affine ad αἴδομαι è il verbo αἰδέομαι «vergognarsi di fare una cosa» (si costruisce con l’infinito) o «sentire riverenza, temere, rispettare qualcuno o qualcosa» (con l’accusativo: vedi ad esempio le celebri parole di Ettore ad Andromaca: αἰδέομαι Τρῶας καὶ Τρῳάδας ἑλκεσιπέπλους, «ho vergogna dei Troiani e delle Troiane dai lunghi pepli»).
Fra i principi cardinali dell’educazione aristocratica, la αἰδώς riveste un ruolo di primo piano: «il fattore educativo della nobiltà sta nel destare il sentimento dell’obbligo verso l’ideale, che è così posto continuamente sott’occhio dal singolo. A questo sentimento, alla aidós, si può sempre fare appello; l’offenderlo suscita negli altri il sentimento, intimamente connesso a quello, della némesis» (W. Jäger).

Nella riflessione di Esiodo il concetto di αἰδώς non individua un atteggiamento univocamente positivo, ma subisce uno sdoppiamento di valore (così come accade anche, ad esempio, per la ἔρις «la contesa»), a seconda delle circostanze: alla αἰδώς che costituisce valore etico fondamentale, si contrappone una αἰδὼς δ᾽ οὐκ ἀγαθή «aidós non buona», che costituisce un impedimento, «perché rappresenta quel misto di senso di inferiorità e di vergogna che è proprio di chi si trova nella condizione di povertà» (G. Arrighetti).

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Essere giovani in Grecia

Breve excursus sulla παιδεία fra Atene e Sparta


Nelle diverse poleis le leggi ed i costumi erano differenti e differente era anche il modo in cui si diventava cittadini, cioè il percorso di formazione che i giovani dovevano compiere per giungere a ricoprire quel privilegiato ruolo sociale cui la loro nascita li aveva destinati.

Se scendiamo nel particolare e osserviamo i due modelli “di riferimento”, vedremo che i processi educativi si distinguevano già nel nome perché, se il programma ateniese era universalmente conosciuto come παιδεία, a Sparta si parlava piuttosto di ἀγωγή, e la diversa terminologia può suggerire la differenza di tenore.

La παιδεία era un progetto di educazione/istruzione fisica, culturale e psicologica, che doveva garantire l’armonica partecipazione dell’individuo al consorzio sociale, previa la consapevole interiorizzazione dei valori universali dell’ethos ateniese.

Al centro è il παῖς, che concluderà la sua formazione con un biennio di efebia, preparandosi ai compiti militari dell’oplita: il futuro cittadino insomma doveva dimostrare di condividere l’ideologia della polis e di potersi assumere doveri e responsabilità nei confronti della collettività, come contropartita di quei diritti di cui avrebbe goduto.

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Ce ne corre tra il bicchiere e la punta del labbro

Giocatore di cottabo (Louvre)
Giocatore di cottabo (Louvre)

Suona forse un po’ più raffinato, ma in sostanza è un proverbio molto simile al «non dire gatto se non ce l’hai nel sacco», di trapattoniana memoria…

Protagonista è un certo Anceo, figlio di Posidone e di Astifalea, fondatore della città di Samo, nell’isola omonima e sovrano dei Lelegi (fra le altre sue referenze, partecipò alla spedizione degli Argonauti e dopo la morte di Tifi, venne eletto timoniere al suo posto).

La sua morte è collegata con il proverbio che recita: πολλὰ μεταξὺ πέλει κύλικος καὶ χείλεος ἄκρου «ce ne corre tra la coppa e l’estremità del labbro», a noi pervenuto grazie al grammatico Zenobio (età adrianea), autore della più importante raccolta di proverbi che ci sia giunta dall’antichità greca.

Dunque Anceo, mentre stava piantando una vite nel suo vigneto, venne colpito dalla profezia di un indovino: «Tu non berrai mai il vino di questa vite!».

Trascorso del tempo, la vigna produsse uva abbondante, ci fu la vendemmia e dopo la pigiatura dei grappoli maturi, il vino era pronto nel «ribollir de’ tini» (come direbbe Carducci). I servi accorrono per informare il loro signore che il vino era pronto. Anceo allora si riempie una coppa di quel vino e – mandato a chiamare l’indovino – comincia a farsi beffe di lui e della sua profezia di malaugurio.

Ma quello, impassibile: «Ce ne corre, tra la coppa e la punta del labbro!».

E infatti, a questo punto entrano affannati i servi e annunciano: «Padrone, un cinghiale selvatico si è scatenato nella nostra vigna!». Deposta la coppa senza nemmeno aver assaggiato il vino, Anceo afferra un giavellotto e si precipita fuori; ma il cinghiale, balzato all’improvviso fuori da una radura dov’era nascosto, assale Anceo uccidendolo.

Il nostro proverbio  risale probabilmente ad Aristotele, ma sembra avere origine popolare e folklorica, attestato anche nel mondo latino (Catone il Censore, presso Gellio XIII 18, 1: inter os atque offam multa intervenire possunt: «fra bocca e focaccia molte cose possono accadere») e il nostro «dalla mano alla bocca spesso si perde la zuppa».

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Il genere del λόγος ἐπιτάφιος

Vienna_Pallas_closeup-587x1024Parlando di Iperide, abbiamo accennato al genere del λόγος ἐπιτάφιος, un particolare tipo di discorso epidittico, ovvero un tipo di discorso che viene pronunciato non per convincere il pubblico a prendere una decisione (come può avvenire in tribunale, dove l’oratore tende a sollecitare una sentenza di assoluzione o di condanna, a seconda dei casi); l’oratore epidittico non vuole sollecitare una decisione, ma richiamare al pubblico i valori più importanti, condivisi della comunità.

Questo accade in particolare in occasione del λόγος ἐπιτάφιος, ovvero il discorso funebre solenne, tenuto da un uomo politico di spicco, al momento della cerimonia di sepoltura collettiva di cittadini benemeriti nei confronti della città. Si tratta, più che di vere e proprie esequie, di una commemorazione, nella quale l’oratore di turno coglie l’occasione dell’elogio dei defunti, per rinsaldare i vincoli della comunità, facendo leva su valori come la libertà, la dedizione nei confronti della patria e dei famigliari, il senso dell’onore e dell’eroismo in guerra…

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