Prendendo spunto da una richiesta rivoltami qualche tempo fa da Viviana D., colgo l’occasione per fare gli auguri per il 2013 con un post di approfondimento sulla notissima massima sapienziale γνῶθι σ(ε)αυτόν («conosci te stesso»).

La morte di Socrate (J. Louis David 1787)

La morte di Socrate (J. Louis David 1787)

«Conosci te stesso» era scritto a caratteri cubitali sul frontone del tempio di Apollo a Delfi (insieme con l’invito alla moderazione, espresso nel motto: μηδὲν ἄγαν, «nulla di eccessivo»): in questo modo l’oracolo di Apollo – con l’efficacia mediatica che avevano a quel tempo i santuari – rivolgeva all’uomo di allora (e di sempre…) l’invito a indagare dentro di sé, per scoprire che l’essenza della nostra vita è dentro, non al di fuori di noi.

Una valorizzazione dell’interiorità che offrirà motivi di riflessione a Socrate, che sulla conoscenza di se stesso costruirà uno dei cardini del suo pensiero.

E proprio Socrate, nel Protagora platonico (343ab), racconta l’origine di tale iscrizione, che risalirebbe alla tradizione dei sette sapienti:

Tra gli antichi vi furono Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Priene, il nostro Solone, Cleobulo di Lindo, Misone di Chene e il settimo tra costoro si annoverava Chilone di Sparta: tutti quanti furono ammiratori, appassionati amanti e discepoli dell’educazione spirituale spartana. E che la loro sapenza fosse di tale natura lo si può capire considerando quelle sentenze concise e memorabili, che furono pronunciate da ciascuno, e che, radunatisi insieme, essi offrirono come primizie di sapienza ad Apollo, nel tempio di Delfi, facendo scolpire quelle sentenze che tutti celebrano: Conosci te stesso (γνώθι σαυτόν) e Nulla di troppo (μηδὲν ἄγαν).

Nell’antichità, in effetti, c’era grande incertezza nell’attribuire la paternità di sentenze del genere: in particolare il γνῶθι σαυτόν è attribuito da molti testimoni allo spartano Chilone. Clemente Alessandrino osserva che «secondo alcuni è espressione di Chilone, secondo altri di Camaleonte, mentre secondo Aristotele è della Pizia» (la sacerdotessa del santuario di Apollo a Delfi).Camaleonte, a sua volta, lo attribuiva a Talete, mentre Diogeniano (II sec. d. C.) lo attribuisce a Solone. E così via.

Diodoro Siculo, che cita il motto all’interno di un pensiero un po’ più ampio («Uomo, non essere superbo, conosci te stesso, vedi che la sorte è signora di tutti» ἄνθρωπε, μὴ μέγα φρόνει, γνῶθι σαυτόν, ἰδὲ τὴν τύχην ἁπάντων οὖσαν κυρίαν), lo riferisce come una delle “espressioni dei sapienti di un tempo” (τῶν πάλαι σοφῶν ἀποφάσεις).

«Conosci te stesso». È una raccomandazione solo apparentemente banale, come osserva un filosofo anonimo citato da Fozio: «sembra essere la cosa più facile, e invece è la più difficile di tutte», infatti τὸ γνῶναι ἑαυτὸν οὐδὲν ἄλλο ἐστὶν ἢ τοῦ σύμπαντος κόσμου φύσιν γνῶναι «conoscere se stesso non è altro che conoscere la natura dell’universo».

Templo_of_Apollo_Delfi

Delfi, il tempio di Apollo un tempo sede dell’oracolo

L’invito a guardare dentro di sé, γνῶθι σαυτόν godrà poi di grande fortuna anche presso i Cristiani: ad esempio, Gregorio di Nissa (De mortuis non esse dolendum 9.40) invita a guardare dentro di sé, perché è da questa indagine che emerge ciò che veramente uno è, mentre invece se si guarda all’esterno non si potrà mai cogliere la propria vera essenza (γνῶθι σεαυτὸν ἀκριβῶς τίς εἶ, διαστείλας τῷ λογισμῷ τί μὲν ἀληθῶς εἶ σύ, τί δὲ περὶ σὲ καθορᾶται. Μήποτε τὰ ἔξω σοῦ βλέπων σεαυτὸν καθορᾶν νομίσῃς).

In ambiente suggestionato dal neo-pitagorismo troviamo l’interessante variante γνῶθι θεόν, ἵνα γνῷς καὶ σαυτόν «conosci Dio, per conoscere anche te stesso» (Sententiae Sexti 577 Chadwick), che ritorna, ampliata, nel trattato Ad imaginem Dei et ad similitudinem (attribuito a Gregorio di Nissa): «se vuoi conoscere Dio, devi prima conoscere te stesso: parti dalla comprensione di te stesso, dal tuo modo di essere, dal tuo intimo. Entra, sprofondandoti in te stesso, scruta nella tua anima, per individuare la sua essenza e vedrai che tu sei fatto a immagine e somiglianza di Dio».

L’idea per questo rapido approfondimento sul tema del γνῶθι σαυτόν mi è stata suggerita da una (per me) misteriosa rielaborazione della massima delfica, citata da più parti nella rete: internet è un pozzo inesauribile, si sa, ma non è tutto oro…

Basta una rapida ricerca con google per trovare da molte parti (compresa wikipedia), spesso in epigrafe, l’ampliamento del γνῶθι σαυτόν che propongo qui di seguito, che costituirebbe il messaggio dell’oracolo al pellegrino, proprio all’ingresso del santuario di Delfi:

Ti avverto, chiunque tu sia. Oh, tu che desideri sondare gli arcani della natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie? In te si trova occulto il tesoro degli dei. Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo degli dei.

[Non so da dove possa derivare questa frase, che rimbalza da un sito all’altro –  sempre con le stesse identiche parole – e che ho cercato inutilmente, consultando il Thesaurus Linguae Graecae di Irvine. In greco non mi risulta attestata: non ne ho trovato la minima traccia in nessuna opera e in nessun autore dell’antichità, così come non vi è traccia nelle attestazioni epigrafiche a me note. Ho la netta impressione che possa trattarsi di una bufala, che si autoalimenta moltiplicandosi negli snodi della rete (a meno che non derivi da tradizione non greca: orientale o araba che sia, ma ho qualche dubbio al proposito). Se qualcuno avesse qualche informazione in più, giungerebbe molto gradita, e non solo a me, presumibilmente!].

Concludo l’excursus sul tema del «conosci te stesso» con un epigramma in distici elegiaci di Pallada (un poeta di Alessandria d’Egitto del IV secolo d.C.):

Εἰπέ, πόθεν σὺ μετρεῖς κόσμον καὶ πείρατα γαίης
   ἐξ ὀλίγης γαίης σῶμα φέρων ὀλίγον.
Σαυτὸν ἀρίθμησον πρότερον καὶ γνῶθι σεαυτόν,
   καὶ τότ᾽ ἀριθμήσεις γαῖαν ἀπειρεσίην.
Εἰ δ᾽ ὀλίγον πηλὸν τοῦ σώματος οὐ καταριθμεῖς,
   πῶς δύνασαι γνῶναι τῶν ἀμέτρων τὰ μέτρα;

Dì un po’: com’è che tu misuri il cosmo e i limiti della terra,
   tu che porti un piccolo corpo formato da poca terra?
Misura prima te stesso e conosci te stesso,
   e poi calcolerai l’infinita estensione della terra.
Se non riesci a calcolare il poco fango del tuo corpo,
   come puoi conoscere la misura dell’incommensurabile?

(Antologia Palatina, XI 349)

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