Il valore della filosofia, secondo Seneca

Data: 23 giugno 2017. Categorie: esame di maturità, filosofia. Autore: Roberto Rossi

Busto noto come Pseudo Seneca
(Museo Archeologico di Napoli)

Sembra che la scelta ministeriale del brano d’esame di quest’anno (seconda prova dei licei classici) abbia messo d’accordo un po’ tutti: quel passaggio della Lettera a Lucilio 16 di Seneca presenta un contenuto significativo, una lunghezza equilibrata, un pensiero perspicuo e – cosa che non guasta mai – una struttura linguistica piuttosto semplice.

Non sono infatti presenti insidie grammaticali: piuttosto, richiede che si presti attenzione al lessico, per rendere in modo adeguato i  termini chiave: fatum (il destino, un’entità sovraordinata, al di fuori di qualsiasi controllo), fortuna (che, ben sappiamo, è vox media, che può aver significato positivo o negativo a seconda dei contesti), casus (che indica l’insieme delle vicende contingenti). Clicca qui per continuare la lettura »

Come anticipato, nel filmato seguente propongo una mia traduzione ragionata del passo di Seneca intitolato “Il vero bene è la virtù”, assegnato quest’anno come seconda prova scritta agli Esami di Maturità.
Il file caricato su Youtube presenta solo la prima parte della lettura.

Per una visione completa in formato più largo clicca qui.

Per visionare la seconda parte clicca qui.

Seneca: il vero bene è la virtù

Data: 23 giugno 2011. Categorie: esame di maturità, filosofia, testo d'autore, versioni. Autore: Roberto Rossi

Seneca ritratto da Rubens (fonte: Wikipedia)

Mi permetto uno strappo alla regola per proporre un argomento OT, che non riguarda direttamente il greco antico, ma che interessa gli studenti del liceo classico: il tema di maturità scelto per la seconda prova è un passo di Seneca, Ep. ad Lucilium 74, 10.

Il titolo assegnato dagli esperti del Ministero è «Il vero bene è la virtù». Questo è il testo, abbastanza lungo (196 parole), ma – a prima vista – tutt’altro che proibitivo:

Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo.

Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis.

Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest.

Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis.

Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

In giornata mi ripropongo di ritornare su questo passo, per proporre un video con traduzione ragionata.