Ritratto di Tiberio (epoca imperiale, su busto rinascimentale), Venezia, Museo Archeologico Nazionale

Busto di Tiberio
(Venezia, Museo Archeologico Nazionale)

E così, il tanto temuto Tacito ha affaticato la mattinata degli studenti del Liceo Classico impegnati nella seconda prova dell’Esame di Stato. In realtà il passo scelto dal Ministero non mi sembra particolarmente complesso, ma tant’è… sempre di Tacito si tratta!

È il capitolo 50 del VI libro degli Annales, ovvero il penultimo capitolo del libro, nel quale è narrata la morte di Tiberio (il secondo imperatore della dinastia giulio-claudia, salito al trono dopo Augusto). Nel capitolo successivo, lo storico tratteggerà il bilancio della figura di questo imperatore.

Ma vediamo il passo scelto dal Ministero.

Gli ultimi giorni di Tiberio (Tacito, Annali VI 50)

Iam Tiberium corpus, iam vires, nondum dissimulatio deserebat: idem animi rigor; sermone ac vultu intentus quaesita interdum comitate quamvis manifestam defectionem tegebat.

Ormai stavano abbandonando Tiberio la forza fisica e la vitalità, ma non ancora la capacità di dissimulare; la durezza d’animo era la stessa di sempre; controllato nel parlare e nell’atteggiarsi, cercava di tener nascosta, con una bonomia talvolta affettata, lo stato di debolezza che pure era evidente.

La dissimulatio è – secondo quanto ci trasmette la storiografia senatoria – un elemento caratteristico del carattere di Tiberio. L’imperatore non vuol lasciar trapelare nulla delle sue precarie condizioni di salute. Svetonio, propone a tal proposito ulteriori dettagli: mentre dalla sua villa di Capri si accingeva a tornare a Roma, Tiberio fu dissuaso da un segno premonitore: «tornando dunque in fretta in Campania, cadde infermo in Astura; riavutosi un poco, si spinse fino a Circeio, e, per non dar sospetto di essere ammalato, non soltanto intervenne ai giuochi militari ma anche colpì dall’alto con saette un cinghiale che era stato immesso nell’arena; subito dopo, venutagli una fitta nel fianco e, sudato qual era, colpito da un’aria fredda, ricadde in più grave malattia. Si sostenne però alquanto tempo, benché, di là trasportato fino a Miseno, nulla mutasse delle quotidiane abitudini, nemmeno i conviti e gli altri piaceri, un po’ per intemperanza, un po’ per dissimulazione» (Vita di Tiberio, cap. 72, trad. G. Vitali, Zanichelli 1990).

Mutatisque saepius locis tandem apud promunturium Miseni consedit in villa cui L. Lucullus quondam dominus. Illic eum adpropinquare supremis tali modo compertum.

E, dopo avere piuttosto spesso cambiato residenza, alla fine si fermò presso capo Miseno, nella villa che un tempo era appartenuta a Lucio Lucullo. Qui risultò chiaro – nel modo che sto per riferire – che egli si stava avvicinando agli estremi istanti della sua vita.

Si noti il caratteristico stile nominale di Tacito, in particolare nella seconda proposizione (compertum ha sottinteso est e regge la proposizione infinitiva eum adpropinquare). L. Licinio Lucullo, seguace di Silla e vincitore di Mitridate, fu famoso per le sue ingenti ricchezze e per la sua prodigalità e per lo sfarzo delle cene che offriva (tanto che il suo nome ha acquisito valore antonomastico: si dice “pranzo luculliano”, per indicarne l’abbondanza e la magnificenza). Era stato proprietario di numerose ville, fra cui quella qui ricordata a capo Miseno, che gli era costata due milioni e mezzo di sesterzi: una villa che «posta sul colle, guarda da un lato il mare di Sicilia, dall’altro il Tirreno» come ricorda Fedro, in una favola di cui è protagonista proprio Tiberio.

Erat medicus arte insignis, nomine Charicles, non quidem regere valetudines principis solitus, consilii tamen copiam praebere. Is velut propria ad negotia digrediens et per speciem officii manum complexus pulsum venarum attigit.

Neque fefellit: nam Tiberius, incertum an offensus tantoque magis iram premens, instaurari epulas iubet discumbitque ultra solitum, quasi honori abeuntis amici tribueret.

Gli Annali di Tacito, nell'ancor valida edizione BUR

Gli Annali di Tacito
nell’ancor valida edizione BUR

C’era a corte un medico di nome Caricle, rinomato per la sua capacità professionale, abituato non tanto a curare direttamente la salute del principe, quanto piuttosto a offrirgli il suo consulto. Questi, fingendo di prendere congedo per curare i propri affari e presagli la mano apparentemente per salutarlo, in realtà gli tastò il polso.

Non riuscì però a ingannarlo: Tiberio infatti, probabilmente stizzito e tanto più cercando di soffocare la collera, diede ordine che si riprendesse il banchetto e rimase a tavola più a lungo del solito, quasi volesse far onore all’amico che stava partendo.

È singolare la figura di questo Caricle, che si trova a corte non quale medico ufficiale, ma funge quasi da consigliere, una sorta di personal trainer del principe, visto che – come ricorda precedentemente Tacito (VI 46, 5) – secondo Tiberio era ridicolo affidarsi alle cure dei medici dopo aver compiuto i trent’anni: «sebbene le sue condizioni di salute andassero peggiorando, egli non rinunciava a nessuna delle sue dissolutezze, ostentando fermezza nel soffrire e facendosi beffe dei medici e di coloro che, dopo i trent’anni, hanno bisogno del consiglio altrui per distinguere ciò che è utile o meno al proprio corpo».

Svetonio, che probabilmente dipende da Tacito, conferma l’episodio, sottolineando però la sospettosità di Tiberio e scagionando quasi Caricle da ogni intenzionalità: «una volta che il medico Caricle mentre prendeva commiato uscendo dal convito gli prese la mano per baciarla, egli, credendo che quello gli tastasse il polso, lo invitò a rimanere e a mettersi nuovamente a mensa, e prolungò la cena» (Vita di Tiberio, 72).

Charicles tamen labi spiritum nec ultra biduum duraturum Macroni firmavit. Inde cuncta conloquiis inter praesentis, nuntiis apud legatos et exercitus festinabantur.

Tuttavia Caricle assicurò a Macrone che l’energia vitale stava venendo meno e che a Tiberio non rimanevano più di due giorni di vita. Quindi si prendevano in fretta tutti i provvedimenti del caso, per mezzo di colloqui fra coloro che erano presenti e di messaggi inviati ai governatori e agli eserciti.

Dal racconto di Tacito, diversamente dalla versione di Svetonio, sembra evidente che Caricle sia in combutta con Macrone, il prefetto del pretorio succeduto a Seiano, che avrà un ruolo di protagonista nello svolgimento successivo delle vicende. Oltre che da Tacito (Annales VI 45, 3) la figura di Quinto Nevio Sutorio Macrone è tratteggiata dallo storico Dione Cassio come quella di un arrivista senza scrupoli: «quando Tiberio era gravemente ammalato, (Macrone) cercava di guadagnarsi il favore del fanciullo [cioè di Caligola], soprattutto perché aveva fatto in modo che egli s’innamorasse di sua moglie, Ennia Trasilla. Tiberio, che sospettava di ciò, una volta disse: “Fai bene ad abbandonare l’astro che tramonta per rivolgerti a quello nascente”» (LVII, 28; trad. di A. Stroppa, BUR 1999). Il grado di prefetto del pretorio, cioè di comandante del corpo dei pretoriani (istituito da Augusto quale guardia del corpo dell’imperatore), fa di Macrone il più stretto collaboratore del principe e – nei momenti di transizione come questo – l’uomo più potente dell’impero.

Septimum decimum kal. Aprilis interclusa anima creditus est mortalitatem explevisse; et multo gratantum concursu ad capienda imperii primordia G. Caesar egrediebatur, cum repente adfertur redire Tiberio vocem ac visus vocarique qui recreandae defectioni cibum adferrent.

Nel diciassettesimo giorno prima delle calende d’aprile (il 16 marzo), arrestatosi il respiro, si credette che (Tiberio) avesse concluso la sua vita mortale: e già Gaio Cesare usciva per assumere il potere, in mezzo a una gran folla di persone che si congratulavano, quando all’improvviso si viene a sapere che a Tiberio erano ritornate la voce e la vista, e che chiamava qualcuno che gli portasse del cibo per riaversi dallo sfinimento.

Un coup de théâtre inatteso, che introduce un elemento di tensione nella ricostruzione drammatica della vicenda!

Pavor hinc in omnis, et ceteri passim dispergi, se quisque maestum aut nescium fingere; Caesar in silentium fixus a summa spe novissima expectabat.

Ci fu in tutti un momento di panico: ma mentre gli altri si disperdevano qua e là, e ciascuno si fingeva triste o all’oscuro di tutto, Gaio Cesare (Caligola), immobile e muto, (precipitato) dal vertice della speranza, attendeva l’estremo castigo.

Il panico di Caligola si spiega se si tiene conto della pessima opinione che di lui aveva Tiberio, al punto tale che il principe aveva addirittura meditato di escluderlo dalla successione, cercando un possibile successore al di fuori della famiglia (i motivi di tale ostilità sono esposti in VI 46: «il figlio di Germanico possedeva sì il vigore della giovinezza, ma godeva le simpatie del popolo, cosa che lo rendeva odioso agli occhi dell’avo […] A Caligola che, discorrendone casualmente, derideva L. Silla, predisse che egli avrebbe avuto tutti i vizi di quello, ma nessuna delle sue virtù»). In questo momento, quindi, il timore di Caligola è che Tiberio, riprendendosi, colga al volo il pretesto per sbarazzarsi di lui.

Macro intrepidus opprimi senem iniectu multae vestis iubet discedique ab limine. Sic Tiberius finivit octavo et septuagesimo aetatis anno.

Macrone allora, senza batter ciglio, ordinò che il vecchio fosse soffocato sotto un mucchio di coperte e che ci si allontanasse dalla camera. Così Tiberio morì, all’età di settantasette anni.

In Svetonio, il prefetto Macrone non ha questo ruolo di protagonista, ma le responsabilità dell’assassinio di Tiberio ricadono, pur con qualche dubbio, su Caligola stesso: «v’è chi crede che Caio [Caligola] gli avesse propinato un lento e struggente veleno; altri che gli fosse stato negato il cibo, da lui chiesto al cessare di un repentino attacco di febbre; e alcuni che gli fosse stato premuto addosso un guanciale quando, tornato in sé dopo un deliquio, richiese l’anello che gli era stato tolto dal dito» (Vita di Tiberio, cap. 73). Svetonio poi cita anche la versione di Seneca (a noi altrimenti non pervenuta) secondo la quale Tiberio «accortosi del suo venir meno, tenne per un poco l’anello che si era sfilato come per darlo a qualcuno, e che poi se lo infilò di nuovo e giacque a lungo immobile con la mano sinistra chiusa; che poi si levò a un tratto chiamando i familiari, e, poiché nessuno rispondeva, venutegli meno le forze cadde morto poco lontano dal letto».

Più cruda ancora è la ricostruzione che Svetonio stesso propone nella Vita di Caligola (cap. 12): dopo essersi assicurato la collaborazione di Macrone, Caligola «adoperò contro Tiberio, come taluni asseriscono, il veleno; e mentre ancora quello respirava gli fece togliere dal dito l’anello, e, poiché sospettava che volesse pur tenerlo, gli fece gettare sopra un cuscino e con la sua propria mano gli strinse la gola, facendo poi mettere subito in croce un liberto, che per l’atroce misfatto si era messo a gridare».

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