La caduta dell’eroe

Data: 29 marzo 2013. Categorie: recensioni, teatro antico. Autore: Roberto Rossi

Eracle

Per la collana «Classici della Letteratura Greca» dell’editore Cappelli è uscito in vista delle adozioni scolastiche dell’anno prossimo – e sarà presto anche in libreria – la nuova edizione commentata dell’Eracle di Euripide che ho curato insieme con l’amico Luciano Lanzi (Eracle furente. La caduta dell’eroe).

La nuova collana ha l’intento di permettere la lettura e la comprensione di classici greci in testo originale con traduzione e commento: è rivolta quindi non solo agli studenti, ma anche e soprattutto al pubblico di coloro che sono interessati ai grandi capolavori del mondo classico.

Come invito alla lettura, mi permetto di citare l’introduzione:

Eracle è l’eroe greco che ha contribuito a portare la luce a un’umanità arcaica minacciata ancora da una natura ferina. A lui si sono aggrappate le genti delle contrade terrorizzate da scorrerie di predoni e dalla minaccia di mostri. Ed Eracle si fa carico del suo popolo, così come della propria famiglia e dei propri figli: «Li condurrò prendendoli per mano come scialuppe, li trascinerò come fossi una nave. E infatti non mi vergogno della cura dei figli».

Questa però non è che la premessa alla tragedia: quando tutto sembra essere concluso con l’happy end del ritorno dell’eroe dall’Ade e il ripristino dell’ordine nella famiglia e nella polis tiranneggiate da Lico, ecco il colpo di coda di Euripide che rimette tutto in discussione.

Lo shining ingovernabile, mandato dagli dèi (segnatamente da Era), colpisce il benefattore dell’umanità e penetra il suo sguardo, deformandolo. Eracle si trasforma in mostro e massacra senza pietà moglie e figli.

Il  nodo su cui si sviluppa la tragedia origina proprio da questa seconda parte: perché l’ha fatto? Perché gli dèi inducono gli uomini, anche i migliori, a perdere la lucidità e a sprofondare nell’ignominia?

Euripide non dà una risposta.

Solo l’amicizia, il sentimento che lega Eracle a Teseo, farà sì che l’eroe perduto, tornato conscio delle sue azioni, non punisca se stesso con il suicidio e trovi la forza per continuare. Intanto, però, la tragedia si è consumata, e con lei il fiducioso abbandono agli dèi benevoli della religione tradizionale.

Di fronte alla violenza drammaturgica del dramma euripideo, diventa quasi pleonastico sottolineare come questo senso di smarrimento dei valori sociali continui ad assillare anche noi, ogniqualvolta siamo costretti ad analizzare lucidamente le quotidiane manifestazioni della «banalità del male».

 

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