L’ignoranza acceca gli uomini

Data: 19 giugno 2014. Categorie: didattica, esame di maturità, oratoria, testo d'autore, vita della scuola. Autore: Roberto Rossi
luciano

Luciano di Samosata

Il passo scelto quest’anno dal MIUR per la prova di greco dell’Esame di Stato (ovviamente per i licei classici) è di Luciano di Samosata, tratto dall’operina Περὶ μὴ τοῦ ῥᾳδίως πιστεύειν διαβολῇ (Calumniae non temere credendum, secondo la convenzione di citare queste opere con il titolo latino), ovvero Non si deve facilmente credere alla calunnia

Appartiene a quel novero di opere normalmente catalogate come “saggi retorici”, ma nel nostro caso mi sembra più convincente, con V. Longo (Utet, 1993), ritenerlo un «saggio psicologico sulla calunnia», piuttosto che uno sfoggio di mera esibizione retorica. In effetti l’indagine, che parte indicando l’ignoranza come responsabile del destino tragico dell’uomo, propone istanze di natura didascalica e filosofica che dimostrano una serietà di intenti probabilmente da ascrivere al «periodo filosofico» dell’autore (cioè fra il 160-165 d.C.), quando Luciano, disamoratosi della futilità della retorica, si andava interessando a temi di una certa serietà.

Ma veniamo a esaminare il testo. Siamo proprio all’inizio dell’opera: 

Δεινόν γε ἡ ἄγνοια καὶ πολλῶν κακῶν ἀνθρώποις αἰτία, ὥσπερ ἀχλύν τινα καταχέουσα τῶν πραγμάτων καὶ τὴν ἀλήθειαν ἀμαυροῦσα καὶ τὸν ἑκάστου βίον ἐπισκιάζουσα. Ἐν σκότῳ γοῦν πλανωμένοις πάντες ἐοίκαμεν, μᾶλλον δὲ τυφλοῖς ὅμοια πεπόνθαμεν, τῷ μὲν προσπταίοντες ἀλόγως, τὸ δὲ ὑπερβαίνοντες, οὐδὲν δέον, καὶ τὸ μὲν πλησίον καὶ παρὰ πόδας οὐχ ὁρῶντες, τὸ δὲ πόρρω καὶ πάμπολυ διεστηκὸς ὡς ἐνοχλοῦν δεδιότες· καὶ ὅλως ἐφ’ ἑκάστου τῶν πραττομένων οὐ διαλείπομεν τὰ πολλὰ ὀλισθαίνοντες. Τοιγάρτοι μυρίας ἤδη τοῖς τραγῳδοδιδασκάλοις ἀφορμὰς εἰς τὰ δράματα τὸ τοιοῦτο παρέσχηται, τοὺς Λαβδακίδας καὶ τοὺς Πελοπίδας καὶ τὰ τούτοις παραπλήσια· σχεδὸν γὰρ τὰ πλεῖστα τῶν ἐν τῇ σκηνῇ ἀναβαινόντων κακῶν εὕροι τις ἂν ὑπὸ τῆς ἀγνοίας καθάπερ ὑπὸ τραγικοῦ τινος δαίμονος κεχορηγημένα. Λέγω δὲ καὶ ἐς τὰ ἄλλα μὲν ἀποβλέπων, μάλιστα δὲ ἐς τὰς οὐκ ἀληθεῖς κατὰ τῶν συνήθων καὶ φίλων διαβολάς, ὑφ’ ὧν ἤδη καὶ οἶκοι ἀνάστατοι γεγόνασι καὶ πόλεις ἄρδην ἀπολώλασι, πατέρες τε κατὰ παίδων ἐξεμάνησαν καὶ ἀδελφοὶ κατὰ τῶν ὁμογενῶν καὶ παῖδες κατὰ τῶν γειναμένων καὶ ἐρασταὶ κατὰ τῶν ἐρωμένων· πολλαὶ δὲ καὶ φιλίαι συνεκόπησαν καὶ ὅρκοι συνεχύθησαν ὑπὸ τῆς κατὰ τὰς διαβολὰς πιθανότητος. 

L'operina da cui è tratto il passo d'esame.

L’operina da cui è tratto il passo d’esame.

Il passo è incentrato – per lo meno nella prima parte – sulla ἄγνοια, ovvero l’ignoranza, e – come accennato sopra – costituisce l’introduzione all’argomento vero e proprio del trattato, che ha come obbiettivo la calunnia e gli effetti rovinosi che essa produce. La calunnia (διαβολή) che nell’ignoranza trova proprio il suo terreno fertile.

Vediamo la traduzione della prima parte:

Cosa veramente tremenda è l’ignoranza ed è causa per gli uomini di molte sciagure, spargendo per così dire una nebbia sulle cose e offuscando la verità e gettando ombra sulla vita di ciascuno. Noi tutti, a dire il vero, sembriamo persone che vagano nell’oscurità, o per meglio dire, ci troviamo nella stessa condizione dei ciechi, ora inciampando a caso su qualcosa, ora superandone un’altra, senza nessun motivo, e non vedendo ciò che è vicino e fra i piedi, ma d’altro canto temendo come un ostacolo ciò che invece è lontano e si trova a grande distanza; e – per farla breve – in ciascuna delle cose che facciamo, il più delle volte non facciamo che sbagliare. E in effetti tale realtà ha già offerto agli autori di tragedie moltissimi spunti per i loro drammi: le vicende dei Labdacidi e dei Pelopidi e altre simili a queste; infatti la totalità, o quasi, delle sventure che vengono portate sulla scena uno potrebbe osservare che sono manovrate dall’ignoranza, quasi che fosse un dio della tragedia.

È necessario precisare che non si tratta dell’ignoranza tipica di chi manca di cultura: a questo tipo di ignoranza Luciano stesso ha dedicato una gustosa “diatriba” dal titolo Πρὸς τὸν ἀπαίδεύτον καὶ πολλὰ βιβλία ὠνούμενον (Adversus indoctumA un incolto che compra molti libri. In quel caso è usato il termine ἀπαιδευσία, cioè mancanza di παιδεία (ovvero di quella preparazione culturale che diventa anche habitus comportamentale).

Nel nostro passo, invece, l’ignoranza, la ἄγνοια, fa riferimento alla mancanza di conoscenza di ciò che riguarda il destino di ciascuno, il proprio passato e gli orizzonti futuri. In particolare, riguarda la conoscenza di se stesso.
È un tema collegato specificamente con la tragedia, come Luciano sottolinea, facendo riferimento in particolare alla saga tebana dei Labdacidi (i discendenti di Labdaco, fra i quali Edipo) e quella dei Pelopidi (la stirpe che da Tantalo, attraverso Pelope arriva ad Atreo e Tieste e poi ad Agamennone e Menelao). È una ignoranza che sembra richiamare proprio il caso specifico di Edipo, perseguitato da un destino che gioca proprio sulla sua ignoranza (cioè il fatto che lui non conosca le sue origini) per trasformarlo in incestuoso parricida.
Su questa ignoranza “tragica” si fonda il destino di infelicità del personaggio del mito, che altro non è che la rappresentazione – più in generale – dell’umanità.
La sezione successiva, che costituisce il vero e proprio inizio del “trattato” sulla calunnia, mi sembra abbia un legame piuttosto esile con la parte precedente (e del resto, il nesso ἐς τὰ ἄλλα μέν… μάλιστα δέ sembra tradire una certa impasse dell’autore):

Più che guardando ad altro, io faccio riferimento soprattutto alle calunnie, menzogne prive di fondamento mosse contro gli amici e le persone care, a causa delle quali, in passato, sono state distrutte famiglie e città sono state abbattute dalle fondamenta, e padri si sono lanciati folli contro i figli, e fratelli contro i fratelli e figli contro i genitori, amanti contro gli amati: molte amicizie sono andate distrutte e giuramenti sono stati infranti a causa del credito attribuito alle calunnie.

Per finire, qualche considerazione sulla scelta e la qualità del testo, proposto come prova d’esame.

Mi sembra che si tratti di una passo equilibrato: che presenta un argomento non futile (anche se è abbastanza netta la cesura fra la prima e la seconda parte, con uno scivolamento nella banalità, nella frase finale) e che non offre difficoltà superiori a quanto si può chiedere a conclusione del ciclo di studi: oltre che avere dimestichezza con il perfetto, è necessario saper interpretare correttamente i participi (fra questi il πλανωμένοις del secondo periodo, sostantivato indeterminato e per questo senza articolo; ma forse la difficoltà maggiore è nella costruzione οὐ διαλείπομεν con il participio predicativo ὀλισθάνοντες); conoscere locuzioni del tipo ὅμοια πάσχειν + dativo e districarsi nella successione di articoli pronominali τῷ μέν … τὸ δέ; τὸ μέν … τὸ δέ. Sotto il profilo logico non è poi chiara l’espressione οὐδὲν δέον, verso l’inizio del passo «senza che ce ne sia bisogno» («bisogno»… “de che”? Cosa significa «superare qualcosa senza che ce ne sia alcuna necessità»? Forse che le superiamo, ma non dovremmo farlo? Oppure, le superiamo «senza accorgercene»? Comunque, non mi risulta del tutto perspicuo).

Ma per una buona resa del testo si devono superare anche difficoltà di natura lessicale e fraseologica: in particolare citerei il passaggio di transizione Λέγω δὲ καὶ ἐς τὰ ἄλλα μὲν ἀποβλέπων, μάλιστα δέ…, non difficile in sé e per sé, ma la cui resa può ingenerare qualche incertezza.

P. S. Gironzolando per il web, vedo che da diverse parti si attribuisce la scelta di questo passo al tentativo da parte del Ministero di rendere meno agevole la copiatura: per questo motivo sarebbe stata individuata un’opera non molto nota di Luciano, difficile da reperire in rete dalla generazione degli “studenti smartphone”…

Se le motivazioni della scelta sono state queste, mi permetto di osservare che si tratta di una pia illusione e che è una battaglia persa in partenza.

La soluzione al problema delle copiature via etere credo sarebbe relativamente semplice, ma ho l’impressione che si tratti di un tabù che non si vuole affrontare. Basterebbe isolare le scuole, interrompendo qualsiasi tipo di connessione nel periodo (4 ore!) di svolgimento delle prove. Al momento non se ne fa nulla, perché si configurerebbe il reato di interruzione di pubblico servizio. No comment.

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