L’allievo sfida il maestro

Data: 17 novembre 2010. Categorie: oratoria, testo d'autore, versioni. Autore: Roberto Rossi

Il potere mistificatorio e le possibilità di manipolazione della parola sono esemplificati da un notissimo aneddoto, di cui sono protagonisti due antichi oratori, considerati i primi artefici di τέχναι ῥητορικαί, ovvero di «manuali teorico-pratici di arte oratoria».

Si tratta di Corace e Tisia, che secondo la tradizione furono maestro e discepolo.

La scena è a Siracusa, nella prima metà del V secolo a.C.

Corace, maestro prestigioso e affermato, tiene una sorta di “scuola privata” alla quale si dirigono i giovani di belle speranze per imparare i rudimenti della retorica, una “scienza” ancora agli albori. Un giorno gli si presenta Tisia, un giovane intelligente e squattrinato, interessato ad apprendere i segreti del parlare in modo efficace e persuasivo.

Teatro greco di Siracusa: Sofocle, Antigone 2005 (foto mia)

Corace si commuove, di fronte all’entusiasmo del suo giovane interlocutore e decide di accettarlo gratuitamente come discepolo, a questo patto: Tisia avrebbe pagato l’onorario al maestro nel momento in cui avesse affrontato e vinto il suo primo processo, dimostrando così di essere diventato oratore abile e in grado di guadagnarsi da vivere.

Passa il tempo, le lezioni si sono ormai concluse, ma Tisia continua a rimandare il giorno del suo primo processo. Corace comincia a seccarsi, perché ritiene l’allievo ormai perfettamente in grado di destreggiarsi con l’arte che gli è stata insegnata.

Ma poiché Tisia pervicacemente rimanda l’attività forense e si rifiuta di pagare il maestro, Corace lo cita in tribunale:

«Se vincerò io il processo, mi dovrai pagare in virtù della sentenza dei giudici; se invece sarai tu il vincitore, dovrai pagarmi in virtù dei nostri accordi, visto che sarai riuscito a vincere il tuo primo processo. In ogni caso, caro il mio Tisia, sarai costretto a pagare».

Ma l’allievo non si dà per vinto:

«No, caro maestro. Se vincerò io il processo, non ti pagherò in virtù della sentenza dei giudici; se invece sarai tu il vincitore, non ti pagherò in virtù dei nostri accordi, perché non avrò vinto ancora il mio primo processo. In ogni caso non ti pagherò, maestro mio caro».

Una rilettura dell’episodio, nell’individuazione del carattere “immorale” della retorica, è stata offerta da Giuseppe Pontiggia in I Classici in prima persona.

L’aneddoto è tramandato da più fonti, per lo più da parte di antichi trattati di retorica. Si veda, ad esempio, l’autore anonimo dei Prolegomena in artem rhetoricam (XIV 26, 11).

Τισίας δέ τῖ μαθεῖν καὶ αὐτὸς ἐθέλων τὴν ῥητορικὴν καὶ ἰδών, ὡς πολλοὺς εἰσπράττεται μισθοὺς ὁ Κόραξ τῆς διδασκαλίας, προσῆλθε πρῶτον τῷ Κόρακι προσδιαλεγόμενος αὐτῷ ταῦτα ὡς «Μαθεῖν ἐθέλω τὴν ῥητορικήν, καὶ νῦν μὲν μισθοὺς οὐκ ἔχω, μαθὼν δὲ ἀποτίσω διπλοῦς τοὺς μισθούς». Κόραξ δὲ φιλανθρώπως φερόμενος ὑπέσχετο καὶ ἐδίδαξε τὸν Τισίαν τὴν ῥητορικήν. Μαθὼν τοίνυν ὁ Τισίας τὰ τῆς τέχνης ἀγνωμονεῖν ἐπειρᾶτο τὸν διδάσκαλον καί φησι πρὸς αὐτὸν· «Ὦ Κόραξ, λέξον ἡμῖν τὸν ὅρον τῆς ῥητορικῆς». Ὃ δέ φησι «Ῥητορική ἐστι πειθοῦς δημιουργός». Λαβὼν τοίνυν τὸν ὅρον ὁ Τισίας πειρᾶται συλλογίζεσθαι τὸν διδάσκαλον καί φησιν ὅτι «Δικάζομαί σοι περὶ τῶν μισθῶν, καὶ εἰ μὲν πείσω μὴ δοῦναί με μισθούς, ὡς πείσας οὐκ ἔδωκα, εἰ δὲ μὴ ἰσχύσω πεῖσαι, πάλιν οὐκ ἔδωκα, οὐ γὰρ ἐδιδάχθην παρὰ σοῦ τὸ πείθειν». Ὁ δὲ Κόραξ ἀντέστρεψεν αὐτὸν ὅτι «Δικάζομαι κἀγώ, καὶ εἰ μὲν πείσω λαβεῖν με μισθούς, ὡς πείσας ἔλαβον, εἰ δὲ μὴ πείσω λαβεῖν με, καὶ πάλιν ὀφείλω λαβεῖν μισθούς, ἐπειδὴ τηλικούτους ἐξέθρεψα μαθητάς, ὥστε τῶν διδασκάλων ἐπικρατεῖν». Τότε οἱ παρεστηκότες ἐπεβόησαν λέγοντες «κακοῦ κόρακος κακὸν ᾠόν», ἀντὶ τοῦ «δεινοῦ διδασκάλου δεινότερος ὁ μαθητής».

Per un percorso sulla retorica, puoi consultare questa pagina dell’UCIIM di Torino.

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5 Commenti a L’allievo sfida il maestro

  1. luca diamante ha detto:

    Salve, avrei una domanda per Lei, che, anche se non attinente al tema della discussione, vorrei proporLe:

    Nelle parole derivanti dalla lingua greca, è più opportuno porre l’accento dove nella lingua originaria cadeva,o si deve pronunciarlo come più consono all’ italiano? (es. giasone)

    E’ da molto che ho questo dubbio e spero mi sia d’aiuto.

    • Francesco ha detto:

      Premetto di non essere un laureato in Lettere antiche, non ancora, perlomeno.
      Credo di non venire smentito dicendo che ormai sono ben accette sia la pronuncia latina sia quella greca, senza distinzione di sorta; l’ unico criterio di preferenza sembra essere una particolare predilezione per una delle due lingue.
      Ovviamente potrei anche sbagliarmi..
      Grazie al dott. Rossi per i suoi interessantissimi approfondimenti.
      Buona serata.

      • Roberto Rossi ha detto:

        Grazie dell’apprezzamento, Francesco! La tua risposta è improntata a buon senso, ma credo sia opportuna qualche precisazione. A risentirci presto sull’argomento!

    • Roberto Rossi ha detto:

      Ti ringrazio della domanda, Luca. Dedicherò all’argomento un articoletto, nei prossimi giorni. A risentirci presto e grazie dell’attenzione!

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