Carl Joachim Classen (1928-2013)

Data: 12 ottobre 2013. Categorie: necrologio, oratoria. Autore: Roberto Rossi
Il prof. Classen nel 2009 (foto Wikipedia)

Il prof. Classen nel 2009 (foto Wikipedia)

Il 29 settembre scorso è mancato il professore C. J. Classen, emerito docente di Filosofia antica nelle università di Berlino, Würzburg e Gottinga. Oltre che di filosofia greca, si è occupato di storia della religione antica, di letteratura latina (Poetica e retorica in Lucrezio) e in particolare di oratoria.

Personalmente l’ho conosciuto grazie al saggio (del 1985) Diritto, retorica, politica. La strategia retorica di Cicerone, pubblicato in italiano nel 1998 (Il Mulino. Collezione di Testi e di Studi: si tratta dell’unico lavoro di Classen disponibile in lingua italiana).

Un volume che ho avuto modo di consultare a più riprese, che esamina 6 orazioni ciceroniane (Pro Cluentio, Pro Murena, Pro Flacco, De domo sua, De imperio Cn. Pompei, De lege agraria) per mettere in evidenza la strategia oratoria complessiva messa in atto dall’oratore arpinate, esempi di un «processo di persuasione, mediante il quale l’oratore vuole guadagnarsi l’uditorio a favore di una determinata opinione in un momento determinato o spingerlo a un determinato giudizio».

Alla fine, nella strategia ciceroniana, la distinzione fra orazione giudiziaria e orazione politica si riduce molto, anche se è evidente che «per l’oratore in tribunale è più facile far apparire la verità che espone nella luce da lui voluta, in quanto ogni volta viene preso in esame un settore molto limitato». Quando invece l’orazione riguarda l’ambito politico, «l’oratore può senz’altro tentare di esporre la questione secondo il suo punto di vista; però non solo il numero delle persone e delle circostanze di cui deve tener conto è più elevato, ma anche, per loro natura, queste non sono così facilmente modificabili, anzi hanno un proprio peso maggiore e perciò limitano chiaramente le possibilità dell’oratore di rappresentarle come gli fa comodo» (pag. 368-69, passim).


Propongo alcune pagine tratte dall’introduzione del volume (pp. 19-30), che mi sembrano degne di attenzione (ho operato alcuni tagli, i titoletti sono miei).

Verificare il testo, testo pubblicato – testo orale

Ogni analisi delle orazioni ciceroniane è complicata da tre elementi che un interprete deve sempre tener presenti:

  • le orazioni non sono state tramandate nella forma in cui sono state pubblicate, anzi i loro testi sono il risultato di corruttele di varia natura;
  • le orazioni non sono state pubblicate così come son state tenute, bensì in una forma elaborata;
  • le orazioni non sono state concepite per essere lette con attenzione o addirittura analizzate frase per frase e parola per parola, bensì per essere esposte oralmente, dall’oratore, in una specifica circostanza e di fronte ad un determinato pubblico, sottolineate con gesti e con il tono della voce. Anche le versioni pubblicate successivamente richiederebbero, come ogni libro antico, di essere lette ad alta voce, senza interruzione, proprio in quanto orazioni.

cop-4.aspxOgni interprete di testi antichi deve affrontare il problema esposto al primo punto; ma poiché proprio le condizioni testuali di alcune orazioni di Cicerone sono particolarmente cattive, è assolutamente necessaria una continua verifica delle condizioni del testo, soprattutto per analisi di problemi stilistici.

Il secondo problema è stato trattato spesso e giudicato in modi molto diversi: J. Humbert ha cercato di dimostrare che Cicerone nel corso di ogni processo aveva preso la parola più volte, e che le sue orazioni sono state ricomposte in seguito, a partire dai singoli interventi, in modo tale che si possono ancora riconoscere i diversi elementi costitutivi. W. Stroh ha confutato in dettaglio questa teoria, ma ha contemporaneamente ammesso che non si poteva escludere che il testo pubblicato contenesse modificazioni rispetto a quello orale.

Di fronte a tale diversità di opinioni sembra consigliabile passare in rapida rassegna sia i presupposti, sia le finalità della pubblicazione delle orazioni ciceroniane.

Registrazione stenografica? Sì e no…!

Presupposto per assicurare al testo una fedeltà alla parola sarebbe una trascrizione simultanea all’orazione, poiché gli oratori non si basavano su un manoscritto preparato in precedenza, ma al massimo su appunti. Difficilmente si provvedeva a registrazioni di tipo stenografico nei processi riguardanti questioni di diritto privato; in questi casi l’oratore, ricostruendo l’orazione per la pubblicazione, doveva presumibilmente fare appello alla sua memoria, basandosi su annotazioni e su altra documentazione (formula del giuramento, contratti, leggi).

Nei processi penali spettacolari e maggiormente rilevanti dal punto di vista politico sussisteva probabilmente un maggior interesse a una trascrizione simultanea – e ciò vale per la maggior parte delle orazioni tenute da Cicerone relative a processi penali.

In conclusione si può affermare che di regola Cicerone per la pubblicazione non disponeva di un manoscritto redatto in modo compiuto, ma al massimo di una stesura successiva, e che egli apportava all’orazione che aveva tenuto evidenti modifiche (omissioni) in cui teneva conto del lettore o della propria reputazione come oratore (Pro Milone).

Quali gli obiettivi della pubblicazione delle orazioni?

Egli afferma più volte di essere stato mosso dal suo interesse per i giovani, ai quali le orazioni dovevano in certo qual modo servire da esempio. Ciò non esclude affatto che in certi casi vi fosse indotto da considerazioni di carattere politico, che egli stesso perseguisse anche obiettivi politici, e che pertanto apportasse variazioni ispirate da questi, come per esempio nella pubblicazione delle orazioni consolari nell’anno 60 a.c.

In una lettera ad Attico sottolinea espressamente: «Poiché i miei scritti e soprattutto la mia attività ti fanno piacere, potrai vedere dagli stessi libri sia quello che ho fatto, sia quello che ho detto», non lasciando pertanto alcun dubbio sul fatto che gli interessava mettere in evidenza non soltanto quali orazioni aveva tenuto, ma anche di quali azioni era stato protagonista.

Si tratta quindi di redazioni pubblicate, che sono state ricostruite sulla base di un canovaccio più o meno fedele, con modifiche dettate dall’interesse particolare dell’oratore e soprattutto tenendo conto del pubblico. Poiché però le orazioni pubblicate dovevano effettivamente servire anche come modello per orazioni da pronunciarsi realmente, se ne deve dedurre che esse non si discostavano sostanzialmente da ciò che Cicerone ritenne opportuno dire in una determinata situazione – o in una situazione simile – (anche se poi in effetti egli stesso ha detto qualcosa di diverso).

Aggiunte redazionali…

Probabilmente egli ha inserito qua e là aggiunte per la pubblicazione (per esempio informazioni che aveva ritenuto superfluo fornire a voce, in quanto già note all’uditorio) allo scopo di rendere comprensibile l’orazione in sé e per sé (essa che rappresenta in realtà solo una parte della procedura giudiziaria, comprensiva dei discorsi di entrambe le parti), oppure per fini politici personali; egli ha probabilmente omesso o attenuato alcune esagerazioni troppo ardite o vistosi travisamenti dei fatti, per non mettere inutilmente in gioco la sua credibilità; fondamentalmente egli poteva e doveva, se voleva preparare i giovani alla effettiva prassi oratoria, non rinunciare né ai travisamenti né alle assurdità, con qualche preoccupazione che questo potesse urtare un attento lettore.

…di un oratore di successo

Questi elementi infatti erano componenti essenziali dell’oratoria di successo. E – bisogna sempre tenerlo presente quando ci si occupa dell’ oratoria e soprattutto delle orazioni giudiziarie – il desiderio precipuo dell’ oratore è quello di avere successo, e pertanto non di dire la verità o di essere nel giusto, ma possibilmente, anche per mezzo dell’appello ai sentimenti degli ascoltatori, di raggiungere il proprio scopo.Tuttavia ci si chiederà, nel caso di orazioni politiche, fino a che punto l’oratore nella sua arringa può spingersi nel travisamento dei fatti nei confronti dei giudici o in generale degli ascoltatori? Ci si potrebbe contentare di rispondere con l’osservazione, spesso citata, tratta dall’orazione Per Cluenzio, che il contenuto delle orazioni è di volta in volta determinato dalle specifiche situazioni e dalle circostanze contingenti, e che non contiene in nessun caso le convinzioni documentate dell’oratore. Però questa osservazione non si riferisce, come l’oratore espressamente sottolinea, a risultati oggettivi di indagini o a dichiarazioni di testimoni, bensì solo a una valutazione molto personale, condizionata politicamente.

Gettare sabbia negli occhi…

Come Cicerone si contenesse nella esposizione dei fatti può essere più facilmente dedotto dall’espressione con la quale egli si vantava del suo successo nella difesa di Cluenzio, di «avere gettato sabbia negli occhi dei giudici». Ciò naturalmente ha un immediato significato solo per l’orazione da lui pronunciata; le elaborazioni di Cicerone non avevano certo lo scopo di togliere alle sue orazioni il carattere di modello, come neanche quello di attenuare in modo decisivo la componente di inganno; solo nelle orazioni dalla cui pubblicazione egli si riprometteva di ottenere risultati politici potrebbe essersi servito di una particolare cautela, in ogni caso senza rinunciare a contraddizioni, come dimostrano le orazioni qui esaminate. Pertanto anche se le orazioni pubblicate non riproducono alla lettera quelle pronunciate, si deve supporre tuttavia che gli scostamenti siano presenti in misura limitata e motivati da cause ogni volta determinate o determinabili.

Orazioni da ascoltare, non da leggere

Le osservazioni fin qui esposte sulla pubblicazione e sul contenuto di verità delle orazioni sono importanti anche per la terza difficoltà della quale l’interprete deve tenere conto. Qualunque cosa sia stata modificata per la pubblicazione, bisogna considerare che le orazioni sono state pubblicate come modelli di come si debba tenere un discorso, e di ciò occorre tenere conto nella loro interpretazione. Le orazioni debbono la loro efficacia ad una declamazione continuata o ad una lettura ad alta voce, non sono fatte per essere studiate in un libro, nella lettura del quale ci si può fermare, si può riflettere e ritornare indietro.

Busto di Cicerone (Musei Capitolini)

Busto di Cicerone (Musei Capitolini)

Un’ analisi di questo tipo non può essere tralasciata sia da coloro che vogliono assimilare la tecnica retorica di Cicerone, sia da chi si sforza di valorizzarla.

«La via per la comprensione dell’arte ciceroniana», ha detto R. Heinze nel suo fondamentale trattato sull’orazione Per Celio, «è solo quella dell’interpretazione di ciascuna orazione e può essere raggiunta la piena comprensione dell’inventio solamente quando possiamo dire perché ed a quale scopo nei singoli casi Cicerone ha concepito ed esposto il suo pensiero così e non in altro modo»; quest’affermazione è successiva alla constatazione che «finora ci si è preoccupati molto poco della comprensione dell’inventio delle orazioni ciceroniane», una constatazione che vale ancora oggi.
Per cogliere la strategia di Cicerone nelle sue orazioni non è sufficiente constatare che è stata osservata questa o quella regola della teoria o che si è in presenza di questo o quel topos raccomandato nei manuali o che si incontra questa o quella figura stilistica. Si deve piuttosto, ove possibile, chiarire per quale ragione è stato scelto quel particolare topos o quella particolare figura – e a quali altri topoi, anche se messi a disposizione dalla teoria, si è rinunciato e perché –, quale funzione è attribuita alla singola parola, al singolo pensiero, argomento, o parte del discorso, nell’ambito della strategia complessiva, e perché gli argomenti sono stati trattati in quell’ordine e non in un altro.

 

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