«De profundis» per il “classico”?

Data: 4 settembre 2013. Categorie: didattica, i classici oggi, vita della scuola. Autore: Roberto Rossi
Anche Colombo è preoccupato per la sorte del “suo” liceo?

Anche Cristoforo Colombo è preoccupato
della sorte del “suo” liceo?

Spunti per un dibattito sul “nostro” liceo…

Il sensibile calo di iscrizioni al liceo classico registrato quest’anno (calo che – ahimè – ha riguardato anche il mio istituto) ha offerto lo spunto per un dibattito a distanza, sviluppato sulla stampa e su internet, di cui qui propongo una sorta di sintesi.

Ho scelto, a mio arbitrio, tre interventi che mi sembrano interessanti, nella speranza che questo materiale possa costituire proficua occasione di riflessione.

Non ho aggiunto nulla di mio, limitandomi a una sintesi (spero quanto più fedele…) delle argomentazioni espresse.

Inizio la carrellata con l’articolo esteso, molto puntuale e dettagliato di Ludovico Guerrini (Liceo Classico “Piccolomini” di Siena) pubblicato su “OrizzonteScuola.it” del 26 aprile scorso: Il Liceo Classico: l’eccezione “scomoda”; una chiave di lettura del calo di iscrizioni

Il calo di iscrizioni al liceo classico può avere diverse spiegazioni: indisponibilità degli studenti per l’impegno richiesto; effetti della crisi economica, che condiziona le famiglie orientandole verso scelte immediatamente professionalizzanti; supponenza di chi ritiene il classico una scuola avulsa dalla realtà e incapace di formare nei propri alunni una forma mentis scientifica.

A queste ultime accuse l’autore contrappone il dato statistico della percentuale dei laureati con lode (o laureati con voto almeno uguale a 105), che risulta superiore per chi ha frequentato il liceo classico rispetto agli altri ordini di scuole, anche per facoltà come Ingegneria, Medicina, Economia, Agraria, Architettura, Design e Arti, etc. Chi ha frequentato il classico possiede una reale mentalità scientifica, che consiste nel partire dall’osservazione per astrarne le conclusioni, distinguere variabili e costanti, per giungere ad una soluzione, e infine applicare questo metodo a problemi di ogni tipo. Oggi c’è confusione fra scienza e tecnologia, in una società che è ipertecnologica, ma pochissimo scientifica.

La lingua latina e quella greca contribuiscono alla formazione di una mentalità scientifica perché impiegano tecniche e procedure di analisi che richiamano ad es. quelle della programmazione informatica (per questo la distinzione fra materie umanistiche e scientifiche è fuorviante).

Ma non si può trascurare la valenza formativa che va oltre la procedura applicabile ad un problema di matematica; perché significa anche confrontarsi col “diverso”, sul piano linguistico e sul piano culturale

mettendosi in relazione con modelli valoriali differenti, in forte sinergia con altre discipline, contribuendo alla creazione del senso storico che induce alla riflessione e talora al dubbio, stimolando la creatività. Funzione formativa che l’insegnamento delle lingue moderne non è in grado di garantire, soprattutto in un’impostazione pragmatico-strumentale e finalizzata all’uso pratico.

Il liceo classico si presenta come una straordinaria eccezione nel panorama scolastico nostrano ed europeo, in grado di formare abilità mentali applicabili ad ogni specializzazione di studi.

Non sono significative tanto le nozioni che rimangono a conclusione del corso di studi, quanto la forma mentis rigorosa, unita alla capacità di controllare i settori linguistici più tecnici ed esclusivi, in una impostazione anticonformista che consente al liceo classico di svolgere la funzione di coscienza critica della nostra società.

Ed è per questo motivo che negli ultimi anni sono state create delle condizioni sfavorevoli alla permanenza ed allo sviluppo di questa scuola, a partire dalla prima bozza della riforma Berlinguer, per arrivare ultimamente, in modo più subdolo attraverso una campagna mediatica sfavorevole, tutta orientata alla valorizzazione strumentale del sapere: strumenti tecnologici come la LIM sono stati spacciati come rivoluzioni epistemologiche taumaturgiche: ora non se ne vuole negare l’utilità, vista la possibilità di integrare linguaggi diversi, come quello verbale e quello visivo-iconico o musicale, ma certo sono solo strumenti, che non garantiscono dal rischio della schematizzazione superficiale o della dispersività nozionistica priva di un quadro concettuale unitario (come può spesso accadere nella navigazione sul web). In sostanza, ciò che fa la differenza è la qualità e la consapevolezza della mente che utilizza questi strumenti.

Perchè a livello politico si mira a ridurre nel sistema scolastico l’aspetto formativo a vantaggio di percorsi prevalentemente “addestrativi”?

La spiegazione è molto probabilmente in quello che nel corso di un convegno si lasciò sfuggire un ispettore chiamato ad illustrare le prospettive future della scuola; a suo dire, a livello europeo provenivano forti sollecitazioni perchè l’Italia modificasse il suo sistema secondario superiore, perché la nostra formazione superiore sarebbe troppo impegnativa per i suoi contenuti culturali, troppo selettiva e non garantirebbe tutti quei diplomati richiesti dal mercato del lavoro.

Il sistema consumista-neoliberista richiede esecutori addestrati a svolgere determinati compiti, senza porsi particolari domande; troppa cultura ed istruzione sono viste come un qualcosa di superfluo o addirittura come un potenziale ostacolo per il sistema. In questo senso il liceo classico non è organico agli interessi del potere economico (costituisce anzi un’eccezione pericolosa). Meglio allora mettere a tacere una voce fuori dal coro, che potrebbe in qualche modo incrinare il modello unico, su cui si basa il mondo globalizzato.

I modelli di valutazione istituiti a livello europeo sono organici alla funzione strumentale e addestrativa, che si vuole affidare alla scuola: sulla base dei parametri richiesti la scuola italiana risulta sempre in ritardo ed inadeguata, rispetto a un’Europa nella quale i sistemi scolastici sono già da tempo ampiamente omologati per la costituzione dell’accoppiata esecutori-clienti.

Così sono stati condizionati i processi di riforma, che hanno enfatizzato l’aspetto tecnologico-applicativo, ma non per questo scientifico, ed hanno ridotto lo spazio per il cosiddetto settore “umanistico”, con relativa offensiva mediatica a favore di percorsi conformi allo scopo che si vuole ottenere.

Un po’ come succede con le Agenzie di rating che, sotto l’apparenza dell’obiettività, dirigono mercato e scelte politiche. Anche i famigerati test di accesso all’Università, che favoriscono il puro nozionismo ed il tecnicismo a discapito della formazione complessiva, penalizzano una scuola come il liceo classico.

Ma ci si dovrebbe rendere conto che tale impostazione complessiva alla lunga finisce per danneggiare gravemente tutta la società, precludendo l’accesso a chi ha formazione culturale ampia, ma non tecnicistica o nozionistica e la forma mentis che considera l’uomo nella sua profondità e nella complessità delle sue componenti, che non sono solo fisiche o biologiche.

Alla base del calo di iscritti del liceo classico ci sono sì dei fattori contingenti, ma c’è anche una scelta di banalizzazione ed appiattimento del sistema scolastico, dagli effetti più duraturi, decisi da una politica miope e succube dei poteri economici.

Se un domani si vorrà impostare un percorso più lungimirante, per creare una società più ordinata, razionale ed a misura d’uomo, si dovrà ripartire da una formazione completa della persona: quella che il liceo classico, pur tra mille difficoltà, continua ancora oggi a garantire.

Qualche giorno prima, sul suo blog, Massimo Rossi (Liceo-Ginnasio “A. Poliziano” di Montepulciano) aveva proposto, più rapidamente, alcune considerazioni analoghe, in una prospettiva decisamente pessimistica: vedi Il declino del Liceo Classico

Più recente la disamina proposta da Giorgio Israel (Il Mattino Il Messaggero del 25 agosto): Perché se muore il liceo classico muore il paese

Se è ottima cosa la rivalutazione delle professioni ingegneristiche e tecnologiche, pessimo è che un paese che possiede più della metà dei beni culturali del mondo non si preoccupi di coltivare chi possa valorizzare quel patrimonio che, se non altro, ha un enorme potenziale economico.

Non si tratta solo di formare le figure professionali, ma soprattutto di non disperdere la memoria dell’identità storico-culturale italiana. Il disprezzo dell’umanesimo (anche sul fronte della cultura scientifica!) è la via per il sicuro declino.

La diatriba fra cultura “scientifica” e “umanistica” (quest’ultima tacciata di essere un cumulo di prodotti inutili e di chiacchiere di dubbio valore) danneggia entrambe. Le scienze non possono essere circoscritte a mere abilità pratiche e la “ricerca” non può essere limitata al significato di “innovazione tecnologica”: il successo della scienza occidentale deriva da idee teoriche, fondate sulla “scienza di base”. Innamorarsi della pratica senza la scienza equivale – come diceva Leonardo da Vinci – ad avventurarsi in mare senza timone o senza bussola.

Nel contesto odierno servono persone di formazione vasta e aperta, cioè di quella formazione umanistica, che spesso solo il liceo classico può dare. L’innovazione tecnologica richiede, più che specializzazione, una cultura vasta capace di attingere ai campi più disparati.

Orientare il sistema dell’istruzione esclusivamente alle formazione di addetti per le imprese può portare solo al disastro, soprattutto in un paese che non solo possiede gran parte del patrimonio culturale e artistico mondiale, ma ha una grande tradizione: aver saputo sintetizzare visione umanistica, scientifica e tecnologica. Di questa sintesi è espressione l’ingegneria italiana (caratterizzata da personalità di scienziati umanisti). Questa è la tradizione cui riallacciarsi, invece di credere che sia un progresso distruggere la formazione umanistica classica, proprio mentre viene riscoperta in paesi privi delle nostre tradizioni.

Abbiamo bisogno di persone di ampia formazione e capaci di scelte autonome e per formare persone del genere serve anche il liceo classico. Chi gioisce per il suo declino ride mentre è segato il ramo su cui sta seduto.

Concludo la carrellata con le riflessioni di Maurizio Bettini, in un articolo de La Repubblica di due giorni fa: La scommessa del liceo classico

Liceo Classico in crisi? Visto come in Italia è trattata la cultura, ci si stupirebbe del contrario (Pompei docet…). Nella percezione comune, la cultura non è che un hobby, e gli unici “beni” considerati sono quelli che producono ricchezza. Certo, è sconfortante dover giustificare la cultura umanistica proprio in Italia. E se si perde la “memoria” culturale perdono di significato anche i “beni” di cui disponiamo. D’altra parte oggi il liceo classico sconta un doppio handicap: quello che grava in generale sulla cultura umanistica e quello specifico dell’insegnamento del greco e del latino, che spesso scoraggia i giovani. Il paradosso del liceo è che spesso produce studenti che non conoscono veramente la cultura classica. Si tratta quindi di calibrare l’insegnamento privilegiando quei valori del modo classico che possono affascinare i giovani su quelle domande di fondo che ci interrogano sulla diversità. E non mancano, fra gli insegnanti, persone che riescono a contagiare il proprio entusiasmo agli studenti.

Alcuni commenti all’articolo del prof. Bettini si possono recuperare su FB Quelli che leggono il notiziario o attraverso il blog della Summer School AMA

Vedo ora l’arguto articolo di Silvia Truzzi (dal suo blog ne Il Fatto Scuola, 2 settembre 2013): Il liceo classico ‘è stato morto’. Vale la pena di leggerlo direttamente!

05/09/2013 Aggiornamento (una nota di ottimismo!) – Cristoforo Colombo può stare tranquillo: il “suo” liceo, in controtendenza, non se la passa assolutamente male 😉

Questo l’articolo pubblicato su “La Repubblica” di Genova di ieri.

6 Commenti a «De profundis» per il “classico”?

  1. gioele ha detto:

    volevo dare un piccolo contributo alla discussione, io ho fatto lo scientifico, poi ho fatto fisica e continuato a fare fisica, nei miei studi ho incontrato molti proveniente dal liceo classico. La caratteristica che più mi ha colpito, è stata la tenacia, la capacità di concentrazione per tante ore di seguito nello studio ed il metodo di studio che avevano acquisito. ed infatti in tanti si sono affermati anche nella ricerca.
    L’argomento invece che il latino ed il greco formino una mente scientifica e’ discutibile, e pericoloso, perché primo le appiattisce a mero ‘gioco istruttivo’ per la mente. E’ discutibile, invece perché non si può dire che educano al metodo deduttivo, per intenderci non si ragiona di fronte ad un testo come quando si risolve un problema di geometria. la grammatica è spesso tale, a volte assurda, perché deve considerare tantissimi casi particolari, eccezioni, dovuti alla storicità e specificità geografiche di una lingua, invece la geometria una volta dimostrata, non ha luoghi ne tempi. Per cui per tradurre bene c’e’ bisogno di molta esperienza, una sensibilità più che altro affinata dall’esperienza quindi aver tradotto tanto e tanti tipi di testi.
    Un altro punto secondo me da chiarire è questa contrapposizione tra umanesimo e cultura scientifica, che sono d’accordo e’ un retaggio forse ottocentesco? Proprio grazie al recupero tramite lo studio della lingua greca, e’ stato possibile iniziare una ‘nuova’ scienza nel rinascimento (con un primato italiano anche in questo campo molto importante), proprio leggendo quei testi che non si erano mai letti prima, come Archimede, come Tolomeo!(che tanti credono essere ben noto nel medioevo) non e’ un caso che poco dopo la pubblicazione della geografia di tolomeo, qualcuno (italiano) decide che forse si possono raggiungere le indie dall’atlantico.
    Allora mi domando, ma queste opere, che fanno forse del periodo ellenistico una fucina del pensiero scientifico, si traducono al liceo classico? Si traduce qualche passo di Archimede, dove anticipa il calcolo differenziale nella quadratura della parabola, con un eleganza formale e di ragionamento strabilianti? o si traducono pagine e pagine, di avvocati, retori, che giocano con le parole, e spesso traboccano di luoghi comuni, che si dovrebbero prendere ad esempio del come NON si debba ragionare? io in latino ho tradotto, pagine e pagine di Cicerone, dove la precisione del ragionamento e l’originalità delle argomentazioni lasciava parecchio a desiderare. Ma non ho tradotto una riga delle Questioni naturali di Seneca, dove invece anche se in modo divulgativo, sono presenti idee interessanti della cultura scientifica dell’antichità, che ci sono voluti secoli e secoli per recuperare, proprio grazie agli studi classici del rinascimento. Forse non è anche questo modo di leggere l’antichità con le statue bianche, le orazioni, e filosofi che parlano dell’essere’, che aiuta il pregiudizio della contrapposizione tra cultura scientifica e umanista? Io sono sicuro che se chiedo ad uno studente del classico, chi fosse Eratostene, o Erone di Allesandria, o Apollonio di Perga mi sa dire pochissimo, sa forse come Eratostene misurò con precisione notevole il raggio della terra? ma se chiedo di qualche retore dell’Epiro, mi recita le orazioni a memoria. Che idea del mondo antico possono avere?? sicuramente molto diversa da quella degli umanisti. Fa così schifo far tradurre De facie quae in orbe lunae apparet di Plutarco piuttosto di qualche pagina in meno di vari retori o avvocati che cercano di far assolvere il proprio facoltoso cliente? Vuole essere una provocazione su cui riflettere, detto questo le dico che sono 3 anni che studio greco antico la sera, con un professore, nel dopo lavoro, perché ne ho bisogno!

    • Creso ha detto:

      Purtroppo la contrapposizione umanesimo-scienza è effettivamente di matrice ottocentesca, visto che nell’Ottocento il Positivismo cominciò a “dividere” i settori del sapere, mentre prima si era pienamente sapienti solo se si conoscevano perfettamente tanto Aristotele e Cartesio quanto Archimede ed Eulero.
      Per quanto riguarda l’attenzione alle opere scientifiche degli antichi che c’è al liceo classico, essa è ridotta semplicemente perché i testi scientifici non hanno fatto la storia della letteratura, essendo comprensibili a pochi già nell’antichità, e soprattutto perché il loro stile lasciava spesso molto a desiderare: io ho letto tutte le Naturales quaestiones, ad esempio, e lo stile già poco piacevole di Seneca si mescola con un linguaggio tecnico-scientifico piuttosto ostico.
      Il punto è che la cultura classica è appunto cultura, cura dello spirito, e non penso ci possa essere nulla di più importante. Certo, se c’è bisogno di costruire un ponte si chiama un ingegnere, non un grecista, ma ho sempre pensato che l’atteggiamento utilitaristico rischi di farci assomigliare più a macchine che a esseri umani: le macchine “servono”, gli umani “sono”.

      PS: Cicerone è un figo.

    • Lodovico Guerrini ha detto:

      Intanto grazie a R.Rossi per avermi citato in questo dibattito, riportando integralmente il mio lungo articolo. A Gioele vorrei rispondere su questo punto:
      “…non si può dire che educano al metodo deduttivo, per intenderci non si ragiona di fronte ad un testo come quando si risolve un problema di geometria. la grammatica è spesso tale, a volte assurda, perché deve considerare tantissimi casi particolari, eccezioni, dovuti alla storicità e specificità geografiche di una lingua, invece la geometria una volta dimostrata, non ha luoghi ne tempi. Per cui per tradurre bene c’e’ bisogno di molta esperienza, una sensibilità più che altro affinata dall’esperienza quindi aver tradotto tanto e tanti tipi di testi”

      Il parallelismo riguarda l’uso delle procedure fondamentali basate su operatori logici, simili a quelli ad es. della programmazione informatica, come if, then, else; ovviamente si parte sulla base di quelli che sono gli usi linguistici più comuni (quelli che un tempo si chiamavano regole), ma gli studenti devono mano a mano diventare consapevoli che quando si ha a che fare con un testo letterario è sempre possibile lo scarto da questo uso, non solo per l’evoluzione storica della lingua, ma anche per particolari necessità comunicative e culturali, legate al messaggio umano da trasmettere. Ed è questo quel qualcosa in più da capire e doninare che rende la lettura e la comprensione di un testo classico un problema più complesso ed alla fine più formativo rispetto ad uno di matematica o geometria, che, come dici tu stesso “non ha luoghi nè tempi” e non richiede quindi nè profondità storica nè sforzo di confronto culturale.
      Grazie in ogni caso per il tuo contributo.
      Lodovico Guerrini (Liceo “Piccolomini” Siena)

      • gioele ha detto:

        si, io sono d’accordo con te Lodovico. nel senso che e’ vero che le lingue classiche possono dare una preparazione logica di base, ma quello che volevo dire e’ che non e’ la loro peculiarita’, e forse non conviene usare l’argomento ‘logico’ per difenderle (uno potrebbe sempre obbiettare che l’utilizzo di operatori e connettivi logici possono essere imparati altrove), proprio l’argomento contrario usarei, ovvero sottolineare quello che le differenzia.
        Interpretare un testo e’ sicuramente un’esperienza formativa fondamentale. Ma altrettanto formativa e’ la possibilita’ di venire a contatto attraverso i testi con la straordinaria umanità del periodo classico. Qui’ vengo alla risposta a Creso, che ha sicuramente ragione nel dire che i testi scientifici, antichi erono per specialisti, ma e’ anche vero invece che la diffusione delle idee scientifiche aveva una certa rivelanza nel mondo antico, altrimenti non potremo spiegarci come ‘letterati’ (Seneca e Plutarco) hanno sentito la necessità di confrontarsi con esse scrivendo opere di ‘divulgazione’ scientifica. E ci sono delle idee straordinarie li’ esposte, che hanno influenzato Copernico (che forse e’ l’unico che sa di non aver fatto nessuna rivoluzione, come spiega nella sua prefazione elencando tutte le fonti antiche), Galileo e anche Newton (nel De facie ci sono incredibili idee di gravitazione) per non parlare della medicina antica, che ha avuto un’influenza gigantesca fino all’800, e forse ancora oggi. Il mio contributo voleva essere un suggerimento per recuperare diciamo l’unità del sapere dell’umanesimo da diffondere al liceo per ravvivarlo e per trasmettere un idea del mondo antico meno antiquaria, che passa attraverso una riabilitazione della scienza antica (non abolendo retori, sofisti etc dai programmi ma bilanciando il tempo a loro dedicato): gli elementi di Euclide sono la seconda opera nella storia per numero di edizioni superata solo dalla bibbia, e’ stato modello di ragionamento e anche modello letterario per opere scientifiche e non (Etica di Spinoza), di quest’opera, scritta in greco antico, non se ne legge nemmeno una riga (i miei studenti di fisica all’università non sanno nemmeno il secoolo in cui e’ vissuto, ma sono inglesi non contano). Se non e’ troppo tecnica la parte della geometria, si potrebbe leggere qualcosa dell’ottica, tanti non sanno nemmeno che esiste, invece e’ stata letta e studiata, da tutti i teorici/pittori del rinascimento per formulare la trattazione matematica della prospettiva (se la si legge si capisce che i greci conoscevano perfettamente la prospettiva secondo me). Un minimo di revisione nei programmi dovrebbe farlo anche l’insegmamento della filosofia, sottolineado l’importanza di fondo dell’esperienza della matematica e geometria nel pensiero greco (che hanno letteralmente fondato il conoscere per dimostrazione logica), ma sopratutto non insegnando piu’ che i greci non facevano esperimenti (ci sono tabelle sperimentali in astronomia, tabelle di esperimenti sulla diffrazione nei vari materiali, per non parlare dei tremendi esperimenti medici di Erasistrato ad Alessandria), o che i greci avevano paura dei procedimenti all’infinito, Archimede dimostrava la convergenza di serie infinite tranquillamente.
        Forse in questo modo anche i nuovi liceali potrebbero entrare nell’accademia platonica dove si entrava solo se si sapeva di geometria, giusto?

        ps: scusate il mio italiano sbilenco, di cui mi vergogno davanti ad interventi cosi’ equilibrati anche linguisticamente, che adoro leggere. sono un sacco di anni che vivo fuori dall’italia, e ho un po’ di ruggine 🙂

  2. Massimo Rossi ha detto:

    Caro collega, grazie per avermi citato. Il problema del calo vertiginoso del Liceo Classico, purtroppo evidente anche dalle mie parti, è stato illustrato in poche parole, ma lucidamente, da Maurizio Bettini: una società superficiale e arrivista, che considera la cultura un hobby e non una componente essenziale della vita politica e sociale di un Paese, non può che agire così. Sull’argomento sono tornato di recente con un nuovo post sul mio blog (http://profrossi.wordpress.com), dal titolo “A chi giova il declino del Liceo Classico?”. Invito tutti a darci un’occhiata, magari leggendo anche i commenti.

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