La donna è mobile: viaggio attraverso un ‘topos’

Data: 26 giugno 2011. Categorie: folklore, i classici oggi, lirica arcaica. Autore: Roberto Rossi

Dopo il successo della serata inaugurale con Valerio Massimo Manfredi, l’Associazione “Amici del Liceo Classico Ariosto – Accademia dei Furiosi”, lo scorso giovedì 16 giugno, ha ospitato l’amico Renzo Tosi, illustre ex allievo del nostro liceo (docente di letteratura greca all’Università di Bologna), che ha intrattenuto il pubblico sul topos della “mobilità” della donna, partendo dal mondo greco arcaico per arrivare alla canzone del Duca di Mantova nel Rigoletto di Verdi. Argomento che definirei “intrigante”, se non avessi ormai cancellato questo aggettivo dal mio vocabolario.

Come è ben noto, Tosi non è nuovo a questo tipo di indagine, che una ventina di anni fa lo ha portato a pubblicare per la BUR il notissimo Dizionario delle sentenze latine e greche.

Ha spiegato lui stesso, all’inizio della conversazione, come questo approccio metodologico di confronto fra cultura dotta e popolare in chiave diacronica lo interessi da gran tempo, fin dagli inizi degli anni ’80: è una prospettiva che consente di verificare come i valori del mondo classico non siano rimasti chiusi nell’antichità, ma godano di una vitalità che sopravvive nelle culture successive.

Il motivo de “la donna è mobile” ha una sua tradizione letteraria e popolare (nella tradizione dei proverbi) ben anteriore a Victor Hugo, da cui Francesco Maria Piave ha tratto spunto per il libretto dell’opera verdiana.

La rappresentazione della donna come “essere mobile”, “instabile”, è un tema caro alla misoginia popolare di antica tradizione, che ha avuto grande fortuna e che – al di là della sua fondatezza – ritorna nel corso del tempo in svariati contesti.

Il prof. Renzo Tosi (Università di Bologna)

Si parte da Semonide di Amorgo, l’autore di quel “giambo contro le donne” che piacque anche a Leopardi, nel quale il poeta paragona la donna a diverse tipologie di animali (o a elementi naturali), cui associa un difetto caratteristico (a proposito dell’associazione donna-animale, Saba avrà qualcosa da dire, in quella – dalla destinataria poco gradita – lirica dedicata alla moglie).

Dopo aver osservato la mutevolezza di carattere della donna con l’espressione ὀργὴν δ᾽ ἄλλοτ᾽ ἀλλοίην ἔχει «ora ha una disposizione d’animo, ora un’altra» (fr. 7, 11), Semonide associa l’inaffidabilità della donna alla mutevolezza del mare, talora piacevole, ma spesso terribile, quando è in tempesta (fr. 7, 39-42):

ὥσπερ θάλασσα πολλάκις μὲν ἀτρεμὴς
ἕστηκ’, ἀπήμων, χάρμα ναύτηισιν μέγα,
θέρεος ἐν ὥρηι, πολλάκις δὲ μαίνεται
βαρυκτύποισι κύμασιν φορεομένη.
ταύτηι μάλιστ’ ἔοικε τοιαύτη γυνὴ
ὀργήν· φυὴν δὲ πόντος ἀλλοίην ἔχει.

«come il mare spesso è tranquilla,
non fa danni, è grande gioia per i marinai
nel tempo estivo; ma spesso s’infuria,
si agita con onde che rimbombano cupe.
al mare soprattutto assomiglia questa donna
nell’ira, ché mutevole è l’indole del mare» (trad. di A. Aloni).

È interessante in questo contesto il termine ὀργή, che vale nel duplice senso di “disposizione d’animo”, “carattere naturale” (7, 11) e di “ira” (7, 42).

La donna sarebbe quindi mutevole di carattere come il mare e al contempo terribile nella sua ira, come il mare in tempesta.

Ambivalenza di significato che ritorna pari pari in Monostici di Menandro 371 J. ἴσον ἐστὶν ὀργῇ καὶ θάλασσα καὶ γυνή «il mare e la donna sono uguali per ὀργή».

Corrado Domenico Giaquinto, Enea e Didone colti dalla tempesta
(Roma, Palazzo Quirinale)

Ma il passo più significativo per la fortuna del topos è Virgilio, Eneide IV 569 s. varium et mutabile semper / femina, «varia e mutevole cosa è sempre la donna»: sono parole di Mercurio, rivolte a Enea nel momento in cui il dio impone al troiano di lasciare i lidi della neonata Cartagine e l’amore della regina Didone.

La situazione è in realtà paradossale, in quanto l’osservazione sulla mutevolezza della donna fa riferimento a un personaggio come Didone che tutto è fuor che varia et mutabilis (mutevole e infedele).
Una caratterizzazione del tutto contraria alla realtà (nel contesto, caso mai, è l’uomo a essere “mobile”) che troverà sviluppo analogo in Rigoletto, laddove “la donna è mobile” è cantata dal personaggio più instabile (il Duca di Mantova) nel momento in cui si sta per consumare la tragedia di Gilda, la fanciulla (tutt’altro che “mobile”!) che per amore sacrifica la propria vita.

Si passa poi al bucolico Calpurnio Siculo (Ecl. 3,10 mobilior ventis o femina!) e a un passo pseudo senecano (De Rem. fort. 16, 3 nihil est tam mobile quam feminarum voluntas, nihil tam vagum). In Festo la donna viene poi rappresentata «mutevole come il grembo».

Il tema viene rivisitato in modo un po’ particolare in ambito cristiano: nella letteratura cristiana, la mobilità della donna si trasforma in “fragilità”, ovvero scarsa capacità di resistere alle tentazioni (soprattutto di natura sessuale).

La natura della donna è fragile ed esposta alla caduta: S. Girolamo nel Commento alla Genesi chiosa: facilior ad casum est mulier. La donna quindi va sorvegliata, perché è «piuttosto esposta alla caduta» ma al contempo è anche più scusabile, proprio per questa debolezza che le è connaturata (in tal contesto Girolamo cita come auctoritas il sullodato verso virgiliano varium et mutabile semper / femina).

È interessante osservare che tale condizione della donna ha implicazioni che valgono anche in ambito giuridico: secondo Rabano Mauro, ad esempio, la testimonianza della donna in tribunale ha meno valore rispetto a quella dell’uomo.

Il discorso ha spaziato poi verso le letterature delle epoche successive, passando da Andrea Cappellano (secondo cui in amore l’animo della donna è poco perseverante) e Isidoro di Siviglia (che propone un’improbabile etimologia di mulier, facendola derivare da mollis aer, o da mollitie), per toccare Boccaccio e Petrarca, poi Ariosto e Tasso (Aminta I 370: «femina, cosa mobil per natura»; Gerusalemme liberata XIX 84, 3-4: «Femina è cosa garrula e fallace: / vòle e disvòle; è folle uom che se ‘n fida»), per arrivare a Shakespeare (Cymbeline) e oltre (Camões, Tennyson, Thompson), fino all’approdo di Victor Hugo (Le roi s’amuse 4, 2 Une femme souvent / n’est qu’une plume au vent), che costituisce la matrice cui si è ispirato il librettista del Rigoletto verdiano:

La donna è mobile
Qual piuma al vento,
Muta d’accento – e di pensiero.
Sempre un amabile,
Leggiadro viso,
In pianto o in riso, – è menzognero.
È sempre misero
Chi a lei s’affida,
Chi le confida – mal cauto il core!
Pur mai non sentesi
Felice appieno
Chi su quel seno – non liba amore!

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