Socrate e la politica

Data: 23 giugno 2010. Categorie: filosofia, testo d'autore, versioni. Autore: Roberto Rossi

Socrate (attr. a Lisippo)

Mi sembra che quest’anno i funzionari ministeriali siano stati – tutto sommato – abbastanza clementi nella scelta del compito di greco di seconda prova dell’Esame di Stato: il passo di Platone era lunghetto, ma molto noto e non particolarmente difficile.

Si tratta di un momento della Apologia di Socrate, nella quale il maestro di Platone rivendica i propri meriti di cittadino che ha sempre regolato il proprio atteggiamento sulla giustizia – quale che fosse il regime vigente ad Atene – anche a rischio della propria incolumità personale.

Ecco il passo, intitolato dal Ministero: Socrate e la politica.

Ἐγὼ γάρ, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, ἄλλην μὲν ἀρχὴν οὐδεμίαν πώποτε ἦρξα ἐν τῇ πόλει, ἐβούλευσα δέ· καὶ ἔτυχεν ἡμῶν ἡ φυλὴ Ἀντιοχὶς πρυτανεύουσα ὅτε ὑμεῖς τοὺς δέκα στρατηγοὺς τοὺς οὐκ ἀνελομένους τοὺς ἐκ τῆς ναυμαχίας ἐβουλεύσασθε ἁθρόους κρίνειν, παρανόμως, ὡς ἐν τῷ ὑστέρῳ χρόνῳ πᾶσιν ὑμῖν ἔδοξεν. Τότ’ ἐγὼ μόνος τῶν πρυτάνεων ἠναντιώθην ὑμῖν μηδὲν ποιεῖν παρὰ τοὺς νόμους καὶ ἐναντία ἐψηφισάμην· καὶ ἑτοίμων ὄντων ἐνδεικνύναι με καὶ ἀπάγειν τῶν ῥητόρων, καὶ ὑμῶν κελευόντων καὶ βοώντων, μετὰ τοῦ νόμου καὶ τοῦ δικαίου ᾤμην μᾶλλόν με δεῖν διακινδυνεύειν ἢ μεθ’ ὑμῶν γενέσθαι μὴ δίκαια βουλευομένων, φοβηθέντα δεσμὸν ἢ θάνατον. Καὶ ταῦτα μὲν ἦν ἔτι δημοκρατουμένης τῆς πόλεως· ἐπειδὴ δὲ ὀλιγαρχία ἐγένετο, οἱ τριάκοντα αὖ μεταπεμψάμενοί με πέμπτον αὐτὸν εἰς τὴν θόλον προσέταξαν ἀγαγεῖν ἐκ Σαλαμῖνος Λέοντα τὸν Σαλαμίνιον ἵνα ἀποθάνοι, οἷα δὴ καὶ ἄλλοις ἐκεῖνοι πολλοῖς πολλὰ προσέταττον, βουλόμενοι ὡς πλείστους ἀναπλῆσαι αἰτιῶν. Τότε μέντοι ἐγὼ οὐ λόγῳ ἀλλ’ ἔργῳ αὖ ἐνεδειξάμην ὅτι ἐμοὶ θανάτου μὲν μέλει, εἰ μὴ ἀγροικότερον ἦν εἰπεῖν, οὐδ’ ὁτιοῦν, τοῦ δὲ μηδὲν ἄδικον μηδ’ ἀνόσιον ἐργάζεσθαι, τούτου δὲ τὸ πᾶν μέλει. Ἐμὲ γὰρ ἐκείνη ἡ ἀρχὴ οὐκ ἐξέπληξεν, οὕτως ἰσχυρὰ οὖσα, ὥστε ἄδικόν τι ἐργάσασθαι, ἀλλ’ ἐπειδὴ ἐκ τῆς θόλου ἐξήλθομεν, οἱ μὲν τέτταρες ᾤχοντο εἰς Σαλαμῖνα καὶ ἤγαγον Λέοντα, ἐγὼ δὲ ᾠχόμην ἀπιὼν οἴκαδε.

Ed ecco la traduzione, con qualche (sparuta) annotazione di commento:

Io infatti, o cittadini ateniesi, non ho mai esercitato nessun’altra carica pubblica nella città, ma sono stato buleuta. E la nostra tribù Antiochide era di turno alla pritania [si noti il costrutto del verbo τυγχάνω con il participio predicativo del sogg. πρυτανεύουσα], quando voi avete deliberato di giudicare in massa i dieci strateghi che non avevano raccolto i (naufraghi) in seguito alla battaglia navale [Socrate fa riferimento alla situazione verificatasi dopo la battaglia delle Arginuse, nel 406 a.C., quando i navarchi ateniesi vennero accusati (e poi condannati a morte) per non essere riusciti a recuperare i naufraghi, a causa di una tempesta scoppiata subito dopo la battaglia], compiendo un atto illegale, come poi, successivamente [lett. «nel tempo successivo»], è risultato evidente a tutti voi. Allora io solo tra i Pritani ho espresso un parere contrario al vostro, cioè quello di non commettere nulla contro le leggi e ho votato contro [ναντία è accusativo neutro dell’aggettivo, con valore avverbiale; lett. «ho votato cose contrarie»].

E mentre i retori erano pronti a denunciarmi e a farmi imprigionare, e voi lo richiedevate a gran voce urlando, io pensavo [μην è imperfetto di οομαι] che dovevo piuttosto correre pericolo [διακινδυνεύειν fa riferimento al pericolo di essere processato e condannato a morte], rimanendo fedele ai principi del diritto e alla legge [μετ το νόμου κα το δικαίου lett. «con la legge e il diritto»], piuttosto che, per il timore del carcere o della morte [φοβηθέντα è participio aoristo passivo di φοβέω], stare dalla parte di voi [μεθ μν «con voi», compl. di compagnia] che stavate decidendo cose non giuste.

E questo è quello che è successo quando la città era ancora retta a democrazia [l’espressione τι δημοκρατουμένης τς πόλεως è genitivo assoluto]. Quando poi si instaurò l’oligarchia [si riferisce alla situazione che si verifica alla conclusione della guerra del Peloponneso, nel 404, quando, per volontà del vincitore, lo spartano Lisandro, ad Atene vennero insediati i cosiddetti “Trenta tiranni”], i Trenta poi, convocatomi insieme con altri quattro [πέμπτον lett: «come quinto»] presso la Tholos, mi ordinarono di prelevare da Salamina Leonte di Salamina perché fosse condannato a morte, un tipo di azione che quelli imposero in gran numero anche a molti altri, volendo coinvolgere nei loro crimini il maggior numero di persone [ς πλείστους: ς + superlativo (πλείστους da πολύς, acc. plurale maschile) indica una qualità espressa al massimo grado].

Allora certamente io, non a parole, ma coi fatti, ho dimostrato che a me della morte non me ne importa un fico secco [οδ’ τιον «neppure un poco»], se mi è concesso il termine piuttosto volgare [lett: «se non fosse troppo rozzo da dire»], ma invece mi importa assai di non fare niente di ingiusto o di illecito.

Infatti quel regime [quello dei Trenta], che pure era così violento, non mi ha mai atterrito al punto di farmi commettere qualcosa di ingiusto, ma quando siamo tornati dalla Tholos, i quattro se ne andarono alla volta di Salamina e catturarono Leonte, io invece salutai tutti e me ne tornai a casa [χόμην è imperfetto di οχομαι; πιών è participio presente di πειμι (πό + εἶμι); lett. «allontanandomi me ne andavo a casa»].

Vuoi un commento grammaticale più dettagliato?

Compila il form qui sotto!


Ho rispetto della tua privacy: il tuo indirizzo

email non sarà comunicato a nessuno!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.



%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: