Il termine naturale del nostro viaggio

Data: 5 aprile 2013. Categorie: esame di maturità, filosofia, testo d'autore, versioni. Autore: Roberto Rossi

Statua equestre dell’imperatore Marco Aurelio
(Roma, Musei Capitolini)

Tempo fa, cercando un brano da assegnare per la terza liceo, mi sono imbattuto in un bel passo di Marco Aurelio (in realtà ho poi optato per un meno interessante – ma linguisticamente più rassicurante – Isocrate): l’imperatore filosofo è per me una lettura sempre stimolante e suggestiva, con quel suo modo di riflettere così caratteristicamente «antiretorico» che affascina irresistibilmente (è stato giustamente osservato che, con un maestro quale Frontone, Marco Aurelio ha acquisito una sicura padronanza degli strumenti retorici: nella sua prosa, però, egli riesce abilmente a dissimulare ogni artificio).

Marco Aurelio rivolge a se stesso (Τὰ εἰς ἑαυτόν «pensieri rivolti a se stesso» è il titolo della sua opera) una serie di esortazioni che percorrono i temi più importanti dell’esperienza umana, cercando di indagare, attraverso il filtro della filosofia stoica, il senso più profondo della vita, che altrimenti rischia di sfuggire, soffocato dalle occupazioni quotidiane.

La riflessione procede verso l’interiorità (ἔνδον σκάπτε – dice in VII 59 -, ἔνδον ἡ πηγὴ τοῦ ἀγαθοῦ «scava dentro, dentro è la fonte del bene»), affrontando un cammino di cui era stato antesignano Seneca, il primo che, secondo l’efficace definizione di A. Traina, ha portato a Roma il «linguaggio dell’interiorità».

Nel passo che propongo, al centro della riflessione dell’imperatore-filosofo sta il pensiero della morte, interpretata secondo un disegno provvidenziale: la morte altro non è che un momento di quella continua trasformazione, di quel perenne rinnovarsi della materia, ἵνα ἀεὶ νεαρὸς ᾖ ὁ κόσμος «perché il cosmo sia sempre giovane» (Pensieri, VII 25).

Per il procedere del cosmo, la morte è un evento naturale necessario a cui il saggio deve sapersi adeguare: per questo bisogna mettersi nella disposizione d’animo di un marinaio che – dopo essersi imbarcato e avere viaggiato in lungo e in largo – alla fine deve rassegnarsi a sbarcare e mettere fine al viaggio.

Ma ecco il testo greco: lo spunto iniziale propone una serie di esempi che confermano – se ce ne fosse bisogno – come la morte sia comune a tutti:

Ἱπποκράτης πολλὰς νόσους ἰασάμενος αὐτὸς νοσήσας ἀπέθανεν. Οἱ Χαλδαῖοι πολλῶν θανάτους προηγόρευσαν, εἶτα καὶ αὐτοὺς τὸ πεπρωμένον κατέλαβεν. Ἀλέξανδρος καὶ Πομπήιος καὶ Γάιος Καῖσαρ, ὅλας πόλεις ἄρδην τοσαυτάκις ἀνελόντες καὶ ἐν παρατάξει πολλὰς μυριάδας ἱππέων καὶ πεζῶν κατακόψαντες, καί αὐτοί ποτε ἐξῆλθον τοῦ βίου. Ἡράκλειτος περὶ τῆς τοῦ κόσμου ἐκπυρώσεως τοσαῦτα φυσιολογήσας, ὕδατος τὰ ἐντὸς πληρωθείς, βολβίτῳ κατακεχρισμένος ἀπέθανεν. Δημόκριτον δὲ οἱ φθεῖρες, Σωκράτην δὲ ἄλλοι φθεῖρες ἀπέκτειναν. Τί ταῦτα; Ἐνέβης, ἔπλευσας, κατήχθης· ἔκβηθι. Εἰ μὲν ἐφ’ ἕτερον βίον, οὐδὲν θεῶν κενὸν οὐδὲ ἐκεῖ· εἰ δὲ ἐν ἀναισθησίᾳ, παύσῃ πόνων καὶ ἡδονῶν ἀνεχόμενος καὶ λατρεύων τοσούτῳ χείρονι τῷ ἀγγείῳ ὅσῳ περίεστι τὸ ὑπηρετοῦν· τὸ μὲν γὰρ νοῦς καὶ δαίμων, τὸ δὲ γῆ καὶ λύθρος. (Marco Aurelio, Pensieri, III 3)

Gli esempi hanno un sapore vagamente sarcastico:

Ἱπποκράτης πολλὰς νόσους ἰασάμενος αὐτὸς νοσήσας ἀπέθανεν.

Ippocrate, dopo aver guarito molte malattie, lui stesso morì.

Ippocrate di Cos

«Ippocrate, dopo aver guarito molte malattie, lui stesso morì»

Ippocrate di Cos è il famoso medico vissuto fra V e IV secolo a.C.

Οἱ Χαλδαῖοι πολλῶν θανάτους προηγόρευσαν, εἶτα καὶ αὐτοὺς τὸ πεπρωμένον κατέλαβεν.

I Caldei hanno profetizzato a molti la morte, ma poi il destino di morte ha colto anche loro.

I Caldei erano famosi come astronomi e maghi, dediti alla divinazione (un’allusione alla vanità dell’astrologia – seppure in ambito epicureo – è anche nella celeberrima ode oraziana a Leuconoe, nella quale il poeta raccomanda alla ragazza: nec Babylonios temptaris numeros «non ti affidare alla cabala babilonese!»).

Ἀλέξανδρος καὶ Πομπήιος καὶ Γάιος Καῖσαρ, ὅλας πόλεις ἄρδην τοσαυτάκις ἀνελόντες καὶ ἐν παρατάξει πολλὰς μυριάδας ἱππέων καὶ πεζῶν κατακόψαντες, καί αὐτοί ποτε ἐξῆλθον τοῦ βίου.

Alessandro e Pompeo e Gaio Cesare, dopo aver distrutto dalle fondamenta per tante volte intere città e dopo aver massacrato in battaglia migliaia e migliaia di cavalieri e di fanti, anch’essi un giorno uscirono dalla vita.

È singolare, in bocca a un imperatore che fu impegnato per anni e anni in campagne militari ai confini dell’impero, questo riferimento ai grandi generali del passato, Alessandro Magno, Pompeo e Cesare, che vengono ricordati come responsabili di carneficine fondamentalmente inutili. La morte circoscrive l’esperienza umana in una dimensione relativa, nella quale si dissolvono le grandi imprese del passato. Si noti il gusto per la varietas nell’indicare – eufemisticamente – il morire: prima aveva detto ἀπέθανεν, poi τὸ πεπρώμενον κατέλαβεν e adesso ἐξῆλθον τοῦ βίου.

Ἡράκλειτος περὶ τῆς τοῦ κόσμου ἐκπυρώσεως τοσαῦτα φυσιολογήσας, ὕδατος τὰ ἐντὸς πληρωθείς, βολβίτῳ κατακεχρισμένος ἀπέθανεν. Δημόκριτον δὲ οἱ φθεῖρες, Σωκράτην δὲ ἄλλοι φθεῖρες ἀπέκτειναν.

Eraclito, dopo aver compiuto tanti studi intorno alla conflagrazione del cosmo, morì rigonfio di acqua nelle viscere, dopo essersi spalmato di letame. Democrito lo uccisero i vermi, Socrate degli altri vermi.

La rassegna non risparmia nemmeno i filosofi: Eraclito, che morì cospargendosi di letame, Democrito, ucciso dai vermi (ma probabilmente qui Marco Aurelio lo confonde con Ferecide di Siro, che secondo Aristotele e Diogene Laerzio sarebbe morto di ftiriasi), così come Socrate, che fu divorato da vermi “metaforici” (cioè dai calunniatori, che furono la causa della sua condanna a morte).

Τί ταῦτα; Ἐνέβης, ἔπλευσας, κατήχθης· ἔκβηθι.

Che altro dire? Ti sei imbarcato, hai navigato, sei giunto in porto. Scendi!

Bellissima sententiache chiude il catalogo di esempi con una metafora marinaresca: la vita è come un viaggio per mare. Una volta che esso sia concluso non resta che sbarcare…

Una volta morti si prospettano per l’uomo due possibilità: la vita ultraterrena o il nulla. In entrambi casi, secondo il filosofo, la morte è da considerare come una opportunità: per entrare in comunione con gli dei, nella prima ipotesi, oppure per essere liberati dal peso dei bisogni fisiologici che appesantiscono lo spirito.

Εἰ μὲν ἐφ’ ἕτερον βίον, οὐδὲν θεῶν κενὸν οὐδὲ ἐκεῖ· εἰ δὲ ἐν ἀναισθησίᾳ, παύσῃ πόνων καὶ ἡδονῶν ἀνεχόμενος καὶ λατρεύων τοσούτῳ χείρονι τῷ ἀγγείῳ ὅσῳ περίεστι τὸ ὑπηρετοῦν· τὸ μὲν γὰρ νοῦς καὶ δαίμων, τὸ δὲ γῆ καὶ λύθρος.

Se (concludi il viaggio della vita) per andare verso un’altra vita, non è per nulla privo di dei neppure là; se invece (sarai) nell’insensibilità, smetterai di essere preso da dolori e piaceri e smetterai di idolatrare questo involucro (cioè il corpo), che è tanto vile quanto gli è superiore la parte che lo serve (cioè l’anima): questa, infatti, è intelletto e spirito, quella non è altro che terra e marciume».

È sensibile, in questa chiusa, l’eco della contrapposizione platonica fra anima e corpo. Ma anche il dilemma finale, che risolve il problema comunque in positivo, ricorda l’atteggiamento di Socrate subito dopo la condanna: la morte o è trasmigrazione verso il divino, oppure è annullamento e in ogni caso πολλὴ ἐλπίς ἐστιν ἀγαθὸν αὐτὸ εἶναι «c’è una grande speranza che essa sia un bene» (Apologia di Socrate, 40c; questo diventerà poi un topos che sarà ripreso di lì a poco da Senofonte, Ciropedia VIII 7, 19-22 e che ritornerà in Cicerone, tanto per citare i primi esempi che mi vengono in mente).
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Fra gli altri motivi di interesse, il passo offre sostegno alla notizia del tanto bistrattato Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, IX 3) circa la morte di Eraclito, colpito da idropisia:

Alla fine, divenuto misantropo e appartatosi dal consorzio umano, trascorreva la vita sui monti, cibandosi di erbe e di verdure. Quando però fu colpito da idropisia per questo suo tenore di vita, fece ritorno in città e chiedeva in modo enigmatico ai medici se fossero in grado di creare una siccità da un’inondazione. Poiché questi non lo capivano, si seppellì in una stalla, sperando che il caldo dello sterco bovino avrebbe fatto evaporare l’acqua che lo affliggeva. Poiché però neppure in questo modo riusciva ad ottenere qualche beneficio, moriva all’età di sessant’anni. (trad. di G. Cortassa)

L’argomento è stato già oggetto di un mio post precedente, in occasione dell’esame di stato dello scorso anno scolastico, quando avevo interpretato l’espressione di Aristotele πρὸς τῷ ἰπνῷ, nel senso di «presso il letamaio» (e non «presso il fuoco» o «presso il forno», come quasi tutti i traduttori del passo aristotelico). Si raccontava di Eraclito che invitava i suoi visitatori ad entrare «nel letamaio», affermando che nulla di ciò che è naturale può ridestare ribrezzo (neanche lo sterco di bue…).

 

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