Novità sull’ “ode sublime” di Saffo

Data: 2 gennaio 2015. Categorie: convegno, filologia classica, lirica arcaica. Autore: Roberto Rossi

saffoIl frammento 31 Voigt di Saffo (che ha come testimone principale il cosiddetto Anonimo del Sublime), testo ammirato, studiato, imitato e parafrasato fin dall’antichità, è talmente noto che non sembrerebbe poter più riservare sorprese: su quest’ode si è ormai detto tutto e il contrario di tutto e non sembra esserci  più spazio per novità significative.

Per questo motivo sono rimasto quasi “spiazzato” dalla lezione che il prof. Enrico Livrea ha tenuto il 29 ottobre scorso a Firenze come commiato dall’Università. Tema dell’incontro: “Novità su Saffo nella poesia alessandrina”.

È un’occasione cui non ho voluto mancare: il prof. Livrea non è stato mio insegnante, per lo meno non in senso stretto, ma ho avuto modo di apprezzarlo già negli ormai lontani tempi dell’Università, quando venne a Bologna per tenere due seminari – a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro – che sono stati per me memorabili: il primo su Pamprepio di Panopoli (di cui il professore aveva da poco pubblicato l’edizione teubneriana) e l’altro sull’episodio callimacheo dei Muscipula (fr. 177 Pfeiffer). È stato, peraltro, allora che mi si è acceso l’interesse per la letteratura ellenistica e tardo antica. 

Non sono rimasto deluso nemmeno questa volta: dal fr. 31 Voigt di Saffo il prof. Livrea ha individuato un percorso esegetico inedito e sorprendente.

La ricostruzione del testo

Ma vediamo in sintesi la ricostruzione del testo e l’interpretazione proposta: cominciamo dal confronto fra il testo canonico dell’edizione Voigt raffrontato con quello proposto da Livrea (in grassetto i punti di discordanza). *

Testo edizione Voigt Testo Livrea
Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν’ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ’ ἦ μὰν
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ‹ἔς› σ’ ἴδω βρόχε’ ὤς με φώνη-
σ’ οὐδὲν ἔτ’ εἴκει,

ἀλλὰ †κὰμ† μὲν γλῶσσα †ἔαγε†, λέπτον
δ’ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμακεν,
ὀππάτεσσι δ’ οὐδέν ὄρημμ’, ἐπιβρό-
μεισι δ’ ἄκουαι,

†έκαδε†μ’ ἴδρως κακχέεται τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ’ ὀλίγω ’πιδεύης
φαίνομ’ ἔμ’ αὔτᾳ.

ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεί † καὶ πένητα †

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν
ἔμμεν᾽ ὤνηρ, ὄττις ἐνάντιός τοι
ἰσδάνει καὶ πλάσιον ἆδυ φωνεί-
σας ὐπακούει

καὶ γελαίσας ἰμέροεν, τό μ᾽ ἦ μὰν             5
καρδίαν ἐν στήθεσιν ἐπτόαισεν,
ὠς γὰρ ἔς σ᾽ ἴδω βρόχε᾽ ὤς με φώνη-
σ᾽ οὐδ᾽ ἒν ἔτ᾽ εἴκει,

ἀλλὰ κὰδ μὲν γλῶσσα ἔαγε, λέπτον
δ᾽ αὔτικα χρῷ πῦρ ὐπαδεδρόμακεν,           10
ὀππάτεσσι δ᾽ οὐδὲν ὄρημμ᾽, ἐπιβρό-
μεισι δ᾽ ἄκουαι,

ψῦχρα δ᾽ ἴδρως κακχέεται, τρόμος δὲ
παῖσαν ἄγρει, χλωροτέρα δὲ ποίας
ἔμμι, τεθνάκην δ᾽ ὀλίγω ’πιδεύης              15
φαίνομ’ ἔμ᾽ αὔτᾳ·

ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεί κ᾽[ἄεργον
Ψαπφ᾽ ὀνειδίσαις ἅτε κ]αὶ πένητα·
[ὢς ἀπόλλυνταί τε ἄνακτες ὄλβι-
αί τε πόληες.]                                          20

Come si può immediatamente cogliere dal confronto, al v. 9 ἔαγε (posto fra cruces  dalla Voigt) è ritenuto sicuramente sano, mentre la correzione del v. 13 (già proposta da Livrea in un articolo apparso nel 2011 su “ZPE”) si basa su una testimonianza del grammatico Erodiano (fonte molto più antica dell’Anonimo del Sublime), che ci testimonia che ἰδρώς «sudore» in Saffo è stranamente femminile. Erodiano deve avere evidentemente confuso, inesperto com’era di διάλεκτος eolica, l’originale ψῦχρα di Saffo (neutro plurale con valore avverbiale) con ψύχρα (femminile singolare, che secondo Erodiano andrebbe riferito, erroneamente, a ἴδρως).

Otium e povertà 

livrea

La lezione di commiato del prof. Enrico Livrea (Aula Magna della Scuola di Studi Umanistici e della Formazione, Firenze)

Ma le novità di maggior rilievo si concentrano soprattutto nell’ultima strofa, nella quale si valorizza il verso conclusivo ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεὶ καὶ πένητα, che è sicuramente corrotto in quanto ametrico, ma che – secondo Livrea – è sicuramente saffico e nasconde la chiave di interpretazione di tutto il carme.

Non è soddisfacente la proposta di M. L. West (in un articolo del 1970):

ἀλλὰ πὰν τόλματον ἐπεὶ ‹θέος τοι›
καὶ πένητα [πλούσιον αἶψ᾽ ἔθηκεν·
καὶ κάτηλεν αὖθι τὸν ἐξισώμενον
μακάρεσσι].

But no thing is too hard to bear for [God can make] the poor man [rich, and bring to nothing heaven-high fortune]

Lettura insoddisfacente, in quanto l’osservazione dell’amore che colpisce il povero e il ricco non ha alcuna rilevanza nella struttura del nostro carme (e risulta piuttosto banale).

Più convincente il filologo oxoniense A. D’Angour, che propone (nel 2006) di scindere ἐπεὶ καὶ πένητα in due versi successivi:

ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεὶ κ‹εν ἔσλον
Κύπρι, νικάσαις, ἴσα› καὶ πένητα·
[καὶ γὰρ ὤλεσάς ποτ᾽ ἄνακτας ὀλβί-
ας τε πόληας].

But all can be borne, since you, Kupris,
would subdue nobleman and beggar in equal measure:
for indeed, you once destroyed kings
and flourishing cities.

È interessante la ricostruzione dei vv. 3-4, ma è inaccettabile, secondo Livrea, il non aver tenuto conto della famosa traduzione di Catullo nel carme 51:

Otium, Catulle, tibi molestum est
otio exultas nimiumque gestis
otium et reges prius et beatas
perdidit urbes

In particolare, nella ricostruzione di D’Angour manca la nozione di otium e manca l’invocazione a se stesso. Contraddicendo alla vulgata comune, che vedrebbe nell’otium catulliano un concetto squisitamente latino introdotto da Catullo stesso, in quanto estraneo alla mentalità greca arcaica, Livrea sostiene che tale concetto doveva essere presente già nell’originale di Saffo: otium in eolico sarebbe ἀεργίη (mentre otiosus è ἄεργος), con significato non di «ozioso», ma di «torpido» (si vedano ad esempio le parole di Odisseo in Iliade IX 320 κάτθαν’ ὁμῶς ὅ τ’ ἀεργὸς ἀνὴρ ὅ τε πολλὰ ἐοργώς «muoiono allo stesso modo l’uomo ἀεργός e l’uomo πολλὰ ἐοργώς»; ed ancora Odissea XIX 27, dove Telemaco dice ad Euriclea: οὐ γὰρ ἀεργὸν ἀνέξομαι «non sopporterò l’uomo ἀεργός»).

La nozione di ἀεργίη «otium» va in questo caso combinata con quella di πενία «povertà»: πένητα si legge nell’Anonimo del Sublime, un concetto che è perfettamente compatibile con il milieu del mondo in cui vive Saffo (si vedano il fr. 364 Voigt di Alceo: ἀργάλεον Πενία κάκον ἄσχετον, ἀ μέγαν / δάμνᾳ λᾶον Ἀμαχανίᾳ σὺν ἀδελφέᾳ e il fr. 360 Voigt πένιχρος δ᾽ οὐδ᾽ εἲς πέλετ᾽ ἔσλος οὐδὲ τίμιος, o ancora Teognide, I libro vv. 177-78 καὶ γὰρ ἀνὴρ πενίῃ δεδμημένος οὔτε τι εἰπεῖν / οὔθ᾽ ἕρξαι δύναται, γλῶσσα δέ οἱ δέδεται).

La povertà cui si fa riferimento non dovrebbe avere qui connotazione economico-sociale (che la collegherebbe all’ambito delle aspre lotte per il potere nelle poleis del VI secolo), ma piuttosto dovrebbe avere valenza erotica, e come tale l’ha infatti intesa Catullo: nella sua traduzione misero mihi il poeta latino doveva avere sotto gli occhi πένης (ovvero πένητα, che compare come ultima parola leggibile del testimone e che deve essere parte integrante dell’ode di Saffo).

Un cambiamento di rotta

Ecco quindi la proposta di ricostruzione dell’ultima strofa:

ἀλλὰ πὰν τόλματον, ἐπεὶ κ᾽[ἄεργον,
Ψαπφ᾽, ὀνειδίσαις, ἴσα κ]αὶ πένητα·
[ὢς ἀπόλλυνται ποτ᾽ ἄνακτες ὄλβι-
αί τε πόληες].

L’elemento di maggior rilievo è la congiunzione avversativa iniziale ἀλλά, che denuncia un totale cambiamento di rotta dell’ode, come accade nel carme sulla vecchiaia recentemente recuperato (P. Köln 21351 + P. Oxy. 1787). Il parallelo è di evidenza plastica.

  • Nel carme sulla vecchiaia, Saffo passa in rassegna con spietatezza tutti i sintomi: i capelli canuti, le ginocchia che più non reggono e non possono volteggiare nella danza, il θυμός che si perde, poi si interrompe e dà un andamento totalmente diverso: ἀλλὰ τί κεν ποιέην; «ma che cosa dovrei fare?», cui segue, in chiave parenetica e consolatoria, il mito di Titono, per concludere con l’affermazione della ἀβροσύνη, valore a cui la poetessa ha consacrato la propria vita.
  • Analogamente, nel carme 31 Voigt, dopo la spietata enumerazione dei sintomi dell’amore più devastante e più negativo, l’ultima strofa capovolge completamente la prospettiva «ma tutto si deve sopportare» (ἀλλὰ πὰν τόλματον) «poiché o Saffo, tu potresti biasimare chi è inerte, torpido» riassume benissimo la situazione clinica dei versi precedenti, «come uno che sia povero, misero» (ἴσα› καὶ πένητα, con doppia valenza economico-politica ed erotica), «così (cioè nella maniera in cui trionfa l’eros distruttivo descritto nei versi precedenti) sono periti sovrani e ricche città», con riferimento al mito di Troia, che fa vedere a Saffo tutta la potenza distruttiva dell’amore: sia Greci che Troiani vengono travolti dalla cieca follia di Eros.

Riecheggiamenti alessandrini

Una conferma della valenza negativa di Eros ci deriva dal confronto con un testo poetico di età alessandrina, che ripropone in toto la gamma degli effetti fisiologici devastanti presenti nel carme di Saffo. Si tratta di un passo, finora sfuggito a tutti, degli Alexipharmaka di Nicandro di Colofone (poeta e medico del II sec. a.C.). Si fa riferimento all’avvelenamento da oppio di papavero (vv. 433-442)

Καί τε σὺ μήκωνος κεβληγόνου ὁππότε δάκρυ
πίνωσιν, πεπύθοιο καθυπνέας· ἀμφὶ γὰρ ἄκρα
γυῖα καταψύχουσι, τὰ δ᾽ οὐκ ἀναπίτναται ὄσσε           435
ἀλλ᾽ αὔτως βλεφάροισιν ἀκινήεντα δέδηεν·
ἀμφὶ καὶ ὀδμήεις καμάτῳ περιλείβεται ἱδρώς
ἀθρόος, ὠχραίνει δὲ ῥέθος, πίμπρησι δὲ χείλη,
δεσμὰ δ᾽ ἐπεγχαλάουσι γενειάδος, ἐκ δέ τε παῦρον
αὐχένος ἑλκόμενον ψυχρὸν διανίσσεται ἄσθμα·           440
πολλάκι δ᾽ ἠὲ πελιδνὸς ὄνυξ μόρον ἢ ἔτι μυκτήρ
στρεβλὸς ἀπαγγέλλει, ὁτὲ δ’ αὖ κοιλώπεες αὐγαί.

Tu devi sapere che se si beve la lacrima del papavero che reca
i semi nella testa, si cade in un profondo torpore, infatti le estremità
delle membra si raggelano, gli occhi non si spalancano,
ma rimangono immobili ardendo sotto le palpebre,
per la sofferenza un sudore freddo cola tutto intorno,
il viso impallidisce, le labbra si infiammano gonfie,
si rilasciano le articolazioni della mandibola e un respiro
gelido esalato flebilmente passa dalla gola;
e spesso l’unghia livida o il naso incurvato annunciano
l’esito fatale, come talora l’incavo degli occhi.

Con straordinaria abilità Nicandro riesce a occultare, con il suo linguaggio che sembra freddamente scientifico e medico, il suo tributo a Saffo: si confrontino le espressioni di Nicandro (colonna sinistra), con quelle dell’ode di Saffo (colonna a destra):

Nicandro Saffo
434-5 ἀμφὶ γὰρ ἄκρα γυῖα καταψύχουσι
440 ψυχρὸν … ἄσθμα
13 ψῦχρα δ᾽ ἴδρως κακχέεται
435 τὰ δ᾽ οὐκ ἀναπίτναται ὄσσε 11 ὀππάτεσσι δ᾽ οὐδὲν ὄρημμ᾽
436 ἀλλ᾽ αὔτως βλεφάροισιν ἀκινήεντα δέδηεν 10 πῦρ ὑπαδεδρόμακεν
437 περιλείβεται ἱδρώς 13 ἴδρως κακχέεται
438 ὠχραίνει δὲ ῥέθος 14-15 χλωροτέρα δὲ ποίας ἔμμι
438-39 πίμπρησι δὲ χείλη,
δεσμὰ δ᾽ ἐπεγχαλάουσι γενειάδος
9 ἀλλὰ κὰμ μὲν γλῶσσα ἔαγε
439-40 ἐκ δέ τε παῦρον
αὐχένος ἑλκόμενον ψυχρὸν διανίσσεται ἄσθμα·
 7-8 ὥς με φώνης οὐδὲν ἔτ᾽ εἴκει
441 μόρον 15-6 τεθνάκην δ᾽ ὀλίγω ᾽πιδεύης
φαίνομ᾽ ἔμ᾽ αὔτᾳ

L’uso da parte di Nicandro della patologia saffica per descrivere in dettaglio gli effetti di un avvelenamento da oppio, indica l’evidente riconoscimento che l’eros viene descritto e vissuto da Saffo come una mortale malattia. Quest’idea non è del tutto nuova: era già stata avanzata da Di Benedetto, con opportuni confronti col Περὶ παθῶν del Corpus Hippocraticum. In quel caso, però, si trattava di sintomi isolati, mentre in Nicandro abbiamo un parallelo che li comprende tutti, come compaiono in Saffo. Si può osservare con evidenza che nel comporre l’ode la poetessa si sia ispirata a una tradizione medica di tradizione orale (che solo molti decenni più tardi sarà depositata in scritto): la sua novità sta nel metterla in relazione con la passione erotica.

Simili tradizioni mediche dovevano avere una ampia diffusione: si può citare un passo nella Vita di Demetrio di Plutarco, nel quale il medico Erasistrato scopre che il giovane Antioco si è innamorato osservando i sintomi fisiologici, che richiamano proprio Saffo (38, 5):

φωνῆς ἐπίσχεσις, ἐρύθημα πυρῶδες, ὄψεων ὑπολείψεις, ἱδρῶτες ὀξεῖς, ἀταξία καὶ θόρυβος ἐν τοῖς σφυγμοῖς, τέλος δὲ τῆς ψυχῆς κατὰ κράτος ἡττημένης ἀπορία καὶ θάμβος καὶ ὠχρίασις.

blocco della voce, rossore di fuoco, annebbiamento della vista, improvvisi sudori, irregolarità e disordine nelle pulsazioni, e infine, col cedimento totale dell’anima, smarrimento, stordimento, pallore (trad. di C. Carena).

Non è forse un caso che il medico Erasistrato, forse il più rinomato del III secolo a.C. fosse originario dell’isola di Ceo, famosa (oltre che per aver dato i natali al poeta Simonide), per una discussa legge che imponeva ai sessantenni il suicidio ingerendo cicuta o succo di papavero (vedi Aristotele fr. 611, 170-72 Rose e anche Eronda X Mimiambo).

È in ogni caso chiaro, grazie anche a Nicandro, che Saffo descrive la passione nei termini di una mortale patologia.

Una scena epitalamica

Un ulteriore progresso deriva dall’esame di un passo dalla Parafrasi del Vangelo di Giovanni di Nonno di Panopoli (ΙΙΙ 144-51), che presenta riscontri impressionanti con Saffo:

νύμφην ὅστις ἔχει, πέλε νυμφίος· ἀγχιφανὴς δὲ
κείνου φθεγγομένοιο καὶ ἱστάμενος καὶ ἀκούων,
οὔασι θελγομένοισι δεδεγμένος ἠθάδα φωνήν,
χάρματι πιστὸς ἑταῖρος ἀγάλλεται· ἡμετέρη δὲ
τερπωλὴ τετέλεστο πολύλλιτος· ἀγχινεφῆ μὲν
κεῖνον ἀεὶ χρέος ἐστὶν ἔχειν παλιναυξέα τιμὴν
ὡς θεὸν ἀθανάτην, ἐμὲ δὲ βροτόν ἐστιν ἀνάγκη
ἥσσονα μέτρα φέρειν, ὅτι μείονός εἰμι γενέθλης·

Si tratta del Battista che mosso da un intenso amore, qui ovviamente tutto spirituale, nei confronti del Cristo dichiara di non sentirsi sminuito dal fatto che Cristo battezza più di lui e manifesta tutto il suo straordinario amore per colui del quale egli è precursore. Lo fa ricorrendo a un’impressionante serie di paralleli verbali e ancor più impressionanti paralleli situazionali con l’ode di Saffo. Nonno, poeta dottissimo, sembra voler di proposito imitare Saffo, tanto da rinunciare qui, stranamente, all’esegesi simbolica che è tipica di tutta la Parafrasi rispetto al Vangelo di Giovanni, con la quale, mentre Cristo rappresentava lo sposo, la sposa viene identificata con la Chiesa e la comunità dei fedeli.

Chi possiede la sposa è lo sposo, stando lì
vicino ed ascoltandolo mentre parla,
accogliendo con orecchie estasiate l’usata voce,
il fedele amico si esalta di gioia. Così il mio
gaudio molto invocato si è compiuto. Colui,
prossimo al cielo, deve sempre ottenere un onore che si rinnova,
immortale, in quanto Dio, mentre io, mortale, è necessario
che abbia un riconoscimento di livello inferiore, poiché appartengo a una stirpe minore.

Anche in questo caso si può proporre un parallelo dei passi Nonno – Saffo:

144 ὅστις ~ ὄττις , 144 ἀγχιφανής ~ φαίνεται … πλάσιον , 145/149 κείνου … κεῖνον ~ κῆνον , 145 φθεγγομένοιο ~ φωνείσας , 145 ἀκούων ~ ὐπακούει , 146 οὔασι θελγομένοισι ~ ἆδυ… ἰμέροεν , 146 ἠθάδα φωνήν ~ φωνείσας , 148 ἀγχινεφῆ… τιμὴν ὡς θεὸν ἀθανάτην ~ ἴσος θέοισιν

Ma più che questi paralleli colpisce la sconvolgente analogia situazionale fra i due testi (e qui entriamo in una fase delicata di interpretatio Sapphica):

  • in entrambi abbiamo una coppia uomo-donna in una relazione nuziale (certa in Nonno, postulabile in Saffo: il giovinetto e la fanciulla che si parlano all’inizio dell’ode sono sicuramente in una relazione nuziale);
  • in entrambi i casi si pone in primo piano una persona estranea alla coppia, che osserva e ne resta emotivamente influenzata (l’amico dello sposo, cioè il Battista stesso, in Nonno, l’amica della sposa, cioè Saffo in prima persona, nel suo carme).

In entrambi i casi questa relazione esprime con ineguagliabile intensità una forza, solo di colore opposto: in Nonno abbiamo la gioia (χάρματι, τερπωλή) in Saffo abbiamo un vero e proprio capovolgimento, una oppositio in imitando, l’angoscia più devastante che si possa immaginare.

L’adorazione tutta mistica e spirituale che il Battista nutre per lo sposo (Cristo in Nonno) è ribaltata sulla passione amorosa della sposa in Saffo. Il poeta cristiano parafrasa la pericope evangelica in cui è descritta la reazione di Giovanni il Battista, a chi riferisce che Cristo sta battezzando con più successo di lui:

Giovanni 3, 29-30

ὁ ἔχων τὴν νύμφην νυμφίος ἐστίν· ὁ δὲ φίλος τοῦ νυμφίου, ὁ ἑστηκὼς καὶ ἀκούων αὐτοῦ, χαρᾷ χαίρει διὰ τὴν φωνὴν τοῦ νυμφίου. Αὕτη οὖν ἡ χαρὰ ἡ ἐμὴ πεπλήρωται. Ἐκεῖνον δεῖ αὐξάνειν, ἐμὲ δὲ ἐλαττοῦσθαι.

Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire.

Come amico dello sposo (cioè di Gesù), Giovanni il Battista intende se stesso in quanto accompagnatore, secondo la tradizione giudaica, della fanciulla destinata dalle nozze, il quale dovrà scortare la sposa presso lo sposo, fino alla porta del talamo. La voce dello sposo, udita dall’accompagnatore in attesa davanti al talamo, indica con ogni probabilità il giubilo per aver trovato vergine colei che le era stata condotta in casa. Giovanni la sceglie per esprimere la gioia che condivide con Gesù.

Questa acutissima ricostruzione del passo evangelico, opera del teologo Schnackenburg funziona ovviamente solo in parte per la parafrasi di Nonno, che ha volutamente ellenizzato la scena, proprio per tenersi in sintonia col carme saffico.

Se la perdita dell’approfondimento esegetico in chiave simbolica è dovuta alla volontà di ricondursi al modello saffico, converrà riflettere sulla sottile trama di analogie fra la scena evangelica e la situazione dell’ode saffica che il poeta ha inteso scorgere: Nonno ha evidentemente individuato nel testo saffico un appiglio sicuro per un’interpretazione in chiave di epitalamio. La coppia contemplata da Saffo è in evidente situazione nuziale o prenuziale o post nuziale

La vecchia interpretazione di Wilamowitz e di Snell, negli ultimi decenni fortemente criticata, merita di tornare in primissima linea, perché munita di tutti gli atout necessari per spiegare il rapporto situazionale descritto da Saffo nei primi versi.

Se si tratta di una coppia di sposi, promessi o già sposati, ritratti in dolce colloquio amoroso, con un banchetto nuziale, la poetessa lascia aleggiare nella sua memoria il ricordo omerico (Iliade XXII 126-127 e XXIII 216-17 [?]), dove si parla di ὀαριστύς, di intimo colloquio amoroso.

Si è attuata una rivoluzionaria inversione degli atti prospettici rispetto alla tradizione, che esigeva l’eulogia dei nubendi da parte dei νυμφαγωγοί, mentre Saffo, che della sposa era ed è appassionatamente innamorata non è in grado di compiere l’ordinatorio μακαρισμός, l’eulogia della sposa, se non nella forma indiretta della descrizione del proprio turbamento psicofisico in vista dell’amata.

Traduzione del testo

Questa è la traduzione di Livrea, sulla base della ricostruzione del testo da lui proposta:

Sembra a me che simile agli dèi
quell’uomo sia, che di fronte a te
siede, e da vicino ti ascolta
che dolce parli

ed amabile sorridi. Questo davvero
il cuore in petto mi sconvolge:
perché come ti vedo, subito nemmeno parlare
m’è concesso,

ma la lingua mi s’infrange, e sottile
tosto un fuoco mi s’insinua nelle membra,
e dagli occhi più non vedo, e le orecchie
mi ronzano,

e col gelo mi s’effonde il sudore, ed un tremito
tutta mi prende, e son più pallida
dell’erba, e dall’esser morta poco lontano
appaio a me stessa.

Ma tutto bisogna sopportare, perché chi è inerte,
Saffo, dovresti biasimarlo, alla pari del miserabile:
in questo modo periscono sovrani
e prospere città.

Conclusioni

1. Chi è il committente di quest’ode?
2. Qual è il modo della performance?
3. Qual è il pubblico cui Saffo si rivolge?

Escluso a priori che possa trattarsi di una pura effusione di sentimento da parte di Saffo (assolutamente impossibile nella letteratura arcaica), si aprono due possibilità interpretative. Si tratta di decidere se:

  • l’ode è stata recitata nel contesto di una cerimonia nuziale come un vero e reale epitalamio: Saffo insomma, del tutto estranea a moderne pruderies, esprime i propri sentimenti in un’occasione pubblica.
  • si tratta invece della rievocazione dell’atmosfera epitalamica, attraverso il racconto di reazioni emotive che hanno scopo squisitamente didascalico, cioè quello di premunire e ammaestrare le compagne del tiaso sugli effetti devastanti di un amore troppo turbinoso.

Nel secondo caso (più probabile) avremmo una sorta di rispecchiamento della situazione epitalamica come momento interno della vita del tiaso: la decisa svolta dell’ultimo verso superstite ha l’effetto di trasformare la dolorosa esperienza saffica in un prototipo esemplare per le compagne del tiaso di fronte al frequente ripetersi della medesima situazione, cioè l’esito nuziale per ognuna di esse.

Dovendo scegliere fra le due interpretazioni, nel primo caso la committenza è la corte degli sposi e delle loro famiglie; nel secondo caso, invece, è il tiaso stesso: il discorso potrebbe essere consolatorio per il doloroso distacco da una delle componenti della comunità che si sposa. La disperata sintomatologia del proprio turbamento non è altro che una ταπείνωσις che si risolve nel μακαρισμός della novella sposa.

E si ritorna al confronto con la nuova Saffo del papiro di Colonia, che non potrebbe essere più cogente: la spietata elencazione dei sintomi del proprio declino fisico prelude alla funzione consolatoria (e autoconsolatoria) del mito troiano proposto in funzione di γνώμη.


* Ringrazio sentitamente il prof. Livrea, che – con squisita cortesia – mi ha concesso di vedere la versione scritta della sua lezione, rielaborata in vista della pubblicazione su una rivista specialistica.


19 Commenti a Novità sull’ “ode sublime” di Saffo

  1. Cristiana L. ha detto:

    Grazie dei costanti aggiornamenti pubblicati con precisione, puntualità, capacità di accattivare il pubblico. Per mezzo di questo sito posso sempre tenermi informata sullo stadio della ricerca, senza allontanarmi mai troppo dai corridoi del mio Liceo… Grazie di cuore, auguri e buon lavoro! Cristiana

  2. Roberto (alias licoride) ha detto:

    Un sincero e riconoscente ringraziamento per averci fatto partecipi di un così importante lavoro filologico. Rammento gli insegnamenti della professoressa Marina Passalacqua e del professor Albio Cesare Cassio sull’importanza del lavoro intelligente degli instancabili filologi che, soli, ci restituiscono la bellezza dell’arte e la profondità del pensiero filosofico. Grazie professor Rossi per un così bel principio di questo nuovo anno. Roberto

  3. Marcello Castangia ha detto:

    Questo articolo ha lasciato “spiazzato” anche me. Sicuramente è un ottimo esempio di “progresso della ricerca” che inviterà gli studiosi a rivedere molte considerazioni da loro espresse: le storie letterarie e le antologie, pur mostrandosi molto caute nel formulare interpretazioni dell’ultima strofa, hanno più volte rimarcato, calcando spesso la mano, l’eccessiva originalità e/o spirito di aemulatio con cui Catullo guardava al testo di Saffo. Credo che questo fondamentale contributo, che pure cerca di dirimere la controversia, non abbia la pretesa di porre la parola “fine” a questa vexata quaestio: gli studiosi continueranno a discutere, ma da oggi leggerò senz’altro il fr. 31 di Saffo e il c. 51 di Catullo con un occhio diverso. Un sentito ringraziamento al prof. Rossi e al prof. Livrea che ci hanno resi partecipi di questa fondamentale tappa (o traguardo?) della filologia classica.

  4. Giorgio Pizzol ha detto:

    Molto interessante. Ho trovato molto curiosa soprattutto l’individuazione di un’analogia tra questi versi di Saffo nella descrizione dei sentimenti dell’amico/a della sposa (che sta per essere “consegnata” allo sposo) e il testo “allegorico” nel vangelo.
    Con l’occasione chiedo al Prof. Rossi di avere la bontà di spiegarmi – quando ne avrà il tempo – il significato degli ultimi versi dell’ode “Ma tutto bisogna sopportare, perché chi è inerte,/Saffo, dovresti biasimarlo, alla pari del miserabile:/ in questo modo periscono sovrani/e prospere città”. I miei studi sono lontanissimi e, sinceramente, non riesco ad afferrare il nesso di questa parte col resto del testo.
    Grazie
    Giorgio Pizzol

    • Roberto Rossi ha detto:

      Dopo aver manifestato i sintomi devastanti della passione amorosa, Saffo ne prenderebbe le distanze (ἀλλά), considerandoli una manifestazione di ἀργία (inerzia, torpore), cioè un atteggiamento rovinoso («in questo modo periscono sovrani e prospere città»: si ricordi che il re Priamo e la città di Troia sono periti proprio a causa di Eros).

      «Tu dovresti biasimare chi è ἀργός come chi è πένης, povero (in senso amoroso, cioè amante preso da una passione che rende infelice)».

      Catullo nell’ultima strofa del carme 51, quando fa riferimento all’otium e a tutto il resto, non farebbe altro che riprendere fedelmente Saffo: in questo Livrea contraddice la maggioranza degli interpreti, che finora ritenevano l’ultima strofa di Catullo autonoma dal modello della poetessa greca, in quanto otium sarebbe concetto latino estraneo alla mentalità della Grecia arcaica (con dovizia di riferimenti, in questo articolo viene sostenuto il contrario: cioè che otium corrisponde ad ἀργία, che è ben attestato nel mondo di Saffo).

      Spero di essere stato chiaro. Grazie dell’intervento e buon anno!

  5. Ettore ha detto:

    Roberto,
    grazie per l’aggiornata informazione. Soprattutto grazie per la tua chiarissima e accattivante sintesi: sono stato letteralmente rapito. La userò in classe attingendo direttamente al tuo sito.
    Senza stupida piaggeria, considero i tuoi interventi sempre calibrati e di alto profilo (“pochi, ma buoni”!).
    Quando saprai (o già si sa?) su quale rivista il prof. Livrea pubblicherà il suo intervento, ti sarei grato se lo comunicassi per tutti coloro che ne fossero interessati.
    Ti auguro un buon anno fecondo professionalmente e privatamente sereno.
    ettore

    • Roberto Rossi ha detto:

      Grazie di cuore dell’apprezzamento, Ettore!
      Quanto ai dettagli sulla pubblicazione dell’articolo, non so se ho il permesso di rivelarli.
      Grazie degli auguri che contraccambio sentitamente.

  6. Claudia Ramponi ha detto:

    Grazie per avermi resa partecipe di questa bellissima lezione e di avermi ricordato quanto amo il greco antico. Grazie davvero e buon 2015

  7. Roberta Fiorelli ha detto:

    Grazie veramente di questo contributo, pregno di esperienza e professionalità, ma anche fresco e affascinante! Bellissima l’analogia “rinnovata” con Catullo: sembra di avere allo specchio le due versioni psicologico-emotive dello stesso fenomeno, anche nella fase “consolatoria”. Grazie Roberto, Buon Anno di cuore, Roberta fiorelli

  8. Valentina Barbieri ha detto:

    Grazie di cuore: ci ha fatto un bellissimo regalo di Natale. Buon anno e soprattutto buon lavoro, che – spero – avrà sempre voglia di condividere con noi.

  9. Vera ha detto:

    grazie!

  10. Ada ha detto:

    Trovo questa interpretazione molto convincente, in particolare per il fatto che ha tenuto presente la traduzione di Catullo, a mio avviso finora ingiustamente trascurata dagli studiosi; è pur vero che potrebbe trattarsi di un’aggiunta del poeta latino, ma non è da escludere che si ispiri proprio al testo saffico.
    Avrei solo una domanda da farle: come mai dice che Erodiano è fonte molto più antica dell’Anonimo del Sublime? Infatti Erodiano è di II secolo d. C., mentre l’Anonimo è ormai generalmente collocato in età augustea, o comunque nel I sec. d. C.; a meno che non lo si identifichi col retore Cassio Longino, ipotesi che però, almeno stando a quanto ho letto in edizioni abbastanza recenti, è stata perlopiù abbandonata.
    Grazie ancora del bellissimo articolo! Ada

  11. […] Saffo e su questo frammento c’è una bibliografia sterminata; qui e qui trovate molte informazioni, mentre è possibile ascoltare una lettura metrica con accompagnamento […]

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