Leopardi “editore” di Stobeo

Data: 24 settembre 2013. Categorie: filologia classica, lirica arcaica. Autore: Roberto Rossi
Florilegio di Stobeo (ed. Trincavelli 1536)

La prima pagina del Florilegio di Stobeo,
edizione Vettore Trincavelli (1536)

Risale a qualche giorno fa la notizia (vedi ad esempio La Repubblica del 20 settembre o LINKIESTA del 21) della recente scoperta di un inedito leopardiano autografo, conservato fra le carte napoletane, portato alla luce dai ricercatori Paola Zito Marcello Andria.

Si tratta di un manoscritto di un centinaio di pagine che contengono una serie di passi tratti dall’Anthologium di Stobeo, scelti e tradotti per costituire l’abbozzo di un volumetto che Leopardi meditava di pubblicare presso l’editore Stella di Milano. Secondo quanto traspare dall’epistolario del poeta-filologo recanatese, il lavoro si inseriva nel progetto di una collana di Moralisti greci da proporre all’editore.

Operazione opportuna e quanto mai auspicabile, secondo il Leopardi, perché dell’opera di Stobeo – a quel tempo assolutamente misconosciuta – non esisteva alcuna traduzione in lingua moderna: scrivendo da Bologna all’editore Stella, in data 16 novembre 1825, il poeta infatti annotava: 

Ho già in pronto la materia per il primo volumetto, che conterrebbe i Ragionamenti morali d’Isocrate […] Intanto mi occupo di un altro volume che conterrebbe Pensieri Morali tratti da libri perduti di antichi scrittori greci, opera che sarebbe tratta da Stobeo, la cui Collezione contiene infiniti pensieri e lunghi tratti di autori greci perduti e assolutamente classici, e nondimeno la detta Collezione è ignota affatto, non solo alla lingua italiana, ma a tutte le lingue viventi. Di modo che il mio volumetto sarebbe una cosa nuova, e di interesse generale anche fuor d’Italia, poichè vi si vedrebbe p[er] la prima volta tutto il meglio e il più conveniente ai nostri tempi, che sia nella Collezione di Stobeo.

Ed ecco – a mo’ di esempio – una piccola selezione di sentenze dell’opera di Stobeo che Leopardi aveva preparato per il volume che aveva in progetto e che – per ragioni a noi sconosciute – rimarrà allo stato di abbozzo.

Traggo il materiale dall’articolo con il quale P. Zito e M. Andria hanno comunicato la scoperta.

Giacomo Leopardi nel 1820

A. Ferrazzi, Giacomo Leopardi, 1820, olio su tela
(Recanati, Casa Leopardi) [Fonte: wikipedia]

De malitia Sermo II

Teodoro Cireneo. 2.31.
Theodorus ille Cyrenaicus, Lysimacho tyranno minitante ei necem, Ignorabam, inquit, te non regis, sed cicutae vim habere
(Rivolto al tiranno Lisimaco che lo minacciava di morte, Teodoro di Cirene disse: – Pensavo che tu avessi i poteri propri di un monarca, non quelli di un veleno)

Anacarsi. 2.32.
Anacharsis Scytha, rogatus a quodam quid hominibus esset infestum: Ipsi, inquit, sibijpsis
(A un tale che gli chiedeva che cosa fosse ostile all’uomo, Anacarsi di Scizia rispose: – Ciascuno è il nemico di se stesso)

De prudentia Sermo III

Aristotele. 3.40.
Aristoteles dixit: Quoniam eventus quidem rerum nostrae voluntati se haudquaquam accomodant, non certe voluntatem eventibus accomodare oportet
(Aristotele ritenne che, poiché quel che accade è del tutto indipendente dalla nostra volontà, non è certamente opportuno piegare la volontà agli eventi)

Periandro. 3.41.
Quaerenti quid in minimo maximum esset, respondit Periander, bona mens in corpore humano
(A chi chiedeva se qualcosa di molto grande potesse trovar posto nel molto piccolo, Periandro rispose: – Sì, una buona mente in un corpo umano)

Stobeo, chi era costui?

Giovanni Stobeo, in greco ᾿Ιωάννης Στοβεύς (da non confondere col musicista tedesco Johann Stobäus, vissuto fra il 1580 e il 1546) visse nel V secolo d. C. Trasse il nome dalla città natale, Stobi in Macedonia.

Di lui sappiamo ben poco, se non che fu autore di un’opera in quattro libri, che originariamente doveva intitolarsi ᾿Εκλογῶν ἀποϕϑεγμάτων ὑποϑηκῶν βιβλία τέσσαρα «Quattro libri di egloghe, massime, insegnamenti». Già nel IX secolo d. C., al tempo del patriarca Fozio, l’opera risulta però divisa in due parti (di due libri ciascuno), che vissero praticamente di vita autonoma, tanto da essere considerate due opere distinte: la prima dal titolo Eclogae physicae et ethicae (Ἐκλογαί), la seconda Florilegium o Sermones (Ἀνϑολόγιον).

Giuntaci mutila dell’inzio e con qualche lacuna interna, l’Antologia di Stobeo costituisce una vera e propria miniera di citazioni, con passi di oltre cinquecento autori greci, poeti e prosatori, da Omero a Temistio.

Per noi preziosissima, visto che conserva molti passi che altrimenti ci sarebbero sconosciuti: basti pensare allo splendido fr. 13 West di Archiloco (la cosiddetta elegia del naufragio), a noi noto proprio perché citato nell’Anthologium:

Κήδεα μὲν στονόεντα Περίκλεες οὔτέ τις ἀστῶν
μεμφόμενος θαλίῃς τέρψεται οὐδὲ πόλις·
τοίους γὰρ κατὰ κῦμα πολυφλοίσβοιο θαλάσσης
ἔκλυσεν, οἰδαλέους δ’ ἀμφ’ ὀδύνῃς ἔχομεν
πνεύμονας. Ἀλλὰ θεοὶ γὰρ ἀνηκέστοισι κακοῖσιν
ὦ φίλ’ ἐπὶ κρατερὴν τλημοσύνην ἔθεσαν
φάρμακον. Ἄλλοτε ἄλλος ἔχει τόδε· νῦν μὲν ἐς ἡμέας
ἐτράπεθ’, αἱματόεν δ’ ἕλκος ἀναστένομεν,
ἐξαῦτις δ’ ἑτέρους ἐπαμείψεται. Ἀλλὰ τάχιστα
τλῆτε, γυναικεῖον πένθος ἀπωσάμενοι.

Pericle, il lutto grave di pianto nessuno dei cittadini
biasimerà, e troverà piacere nel banchetto, e neppure la città.
Tali erano gli uomini che le onde del mare risonante
inghiottirono, anche noi gonfi per il dolore abbiamo
i polmoni. Ma gli dèi, per i mali irreparabili,
o amico, diedero la forte sopportazione
come rimedio. Queste sventure toccano ora l’uno ora l’altro; adesso a noi
si sono volte, e così piangiamo la ferita sanguinante,
ma presto toccherà ad altri. Ma fin da ora
sopportate, allontanata la femminea afflizione (trad. di Antonio Aloni).

Stobeo è testimone unico anche del fr. 191 West, sempre di Archiloco:

τοῖος γὰρ φιλότητος ἔρως ὑπὸ καρδίην ἐλυσθεὶς
πολλὴν κατ’ ἀχλὺν ὀμμάτων ἔχευεν,
κλέψας ἐκ στηθ‹έω›ν ἁπαλὰς φρένας.

un tale desiderio d’amore, stretto sotto il mio cuore,
molta nebbia ha versato sugli occhi,
e mi ha rubato dal petto la molle anima (trad. di Antonio Aloni).

Non manca Anacreonte, di cui Stobeo tramanda il fr. 395 Page:

Πολιοὶ μὲν ἡμὶν ἤδη
κρόταφοι κάρη τε λευκόν,
χαρίεσσα δ’ οὐκέτ’ ἥβη
πάρα, γηραλέοι δ’ ὀδόντες,
γλυκεροῦ δ’ οὐκέτι πολλὸς
βιότου χρόνος λέλειπται·

διὰ ταῦτ’ ἀνασταλύζω
θαμὰ Τάρταρον δεδοικώς·
Ἀίδεω γάρ ἐστι δεινὸς
μυχός, ἀργαλῆ δ’ ἐς αὐτὸν
κάτοδος· καὶ γὰρ ἑτοῖμον
καταβάντι μὴ ἀναβῆναι.

Ormai ho grigie le tempie,
canuta è la testa: è andata
la giovinezza amabile!
I denti sono smangiati,
più molto tempo non resta
della dolce vita.

Per questo gemo e molto
mi spaventa il Tartaro!
Tremendo è l’abisso di Ades,
dura la discesa laggiù:
e per chi vi è disceso
è impossibile rimontare (trad. di Giulio Guidorizzi).

Non stupisce che l’autore bizantino abbia sollecitato l’interesse del poeta recanatese, un interesse che risale già al 1821 e che nel 1825 si traduce in questa selezione di poco più di una settantina di passi, scelti e tradotti: una serie di gnomai che costituiscono una «fitta trama aforistica di cifra moraleggiante» (M. Andria), in linea con l’orizzonte di progetti che Leopardi andava elaborando in quegli anni (Operette morali , traduzione di Isocrate e del Manuale di Epitteto). Purtroppo il progetto di traduzione dell’opera di Stobeo non avrà seguito.

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Un Commento a Leopardi “editore” di Stobeo

  1. Ficino ha detto:

    Che meraviglia! Chissà quante opere sono ancora in attesa di rivedere la luce!?!?
    Io spero sempre negli scritti essoterici di Aristotele!

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