Carasso, Larico e… gli accusativi

Data: 30 gennaio 2014. Categorie: filologia classica, lirica arcaica, papirologia. Autore: Gauthier Liberman
La copertina dell'edizione di Alceo curata da G. Liberman

La copertina dell’edizione di Alceo curata da Gauthier Liberman

Ho il piacere di pubblicare una nota testuale gentilmente inviatami dal prof. Gauthier Liberman, dell’Università di Bordeaux. Commentando il mio post del 19 gennaio, con il testo provvisorio e la traduzione di F. Ferrari del carme intitolato da Obbink “Brothers Poem”, il prof. Liberman aveva espresso il suo scetticismo: «Fictum esse mihi fragmentum videtur, upote quod tot frigide ac mire nec saltem recte dicta contineat. Plura alias, si opus est, dicam»; dopo ulteriore riflessione, però, il prof. Liberman è arrivato al convincimento che non ci siano evidenti motivi per sospettare il frammento di inautenticità. Il suo contributo – in inglese – riguarda l’interpretazione globale del carme e i problemi di restituzione testuale della quarta strofa superstite. [ndr]

Apparently, Sappho says that the thing one must pray for is the safe arrival of Charaxos and their own safety (so Sappho and the woman she addresses seem to be under serious threat); «all the rest» (ll. 9-10), including whether the ship is laden with what the woman and perhaps Sappho expect, is to be left to the heavenly powers, δαιμόνεσσιν. 

She proceeds with saying that those are happy and rich who are turned away from hardship by the king of Olymp: πολύολβοι suggests that the ship is laden with things which will make up for the lack of resources from which her mother and Sappho seem to suffer. Perhaps these resources will contribute to getting rid of the threat under which Sappho seems to stand. Both brothers may contribute to that, Charaxos with turning back, Larichos with showing a man able to lift up his head against those who threaten him and his sister.

J. W. Godward, In the days of Sappho (1904)

J. W. Godward, In the days of Sappho (1904)

As they stand, ll. 13-16 cannot be construed, though their meaning is clear enough. Δαίμονα seems to pick up δαιμόνεσσιν l. 10. Is it not plausible that the king of Olymp is supposed to send a δαίμων who will turn away suffering mortals from hardship and ensure their happiness and wealth? Add that περιτρέπω from one condition to another elsewhere, so far as I know, takes the accusative of the person turned away. So should one read acc. pl. τοίς instead of τῶν, «happy those whom the king of Olymp want a helping heavenly power to turn away from hardship»? The change of τοίς into the gen. would occur to somebody not being able to find his way through all the accusatives.

Qui di seguito propongo la traduzione in italiano:

A quanto pare, Saffo dice che bisogna pregare per l’arrivo sicuro di Charaxos e per la propria sicurezza (quindi Saffo e la donna a cui si rivolge sembrano trovarsi in grave pericolo); «tutto il resto» (linee 9-10), anche il fatto che la nave sia carica di ciò che l’interlocutrice e probabilmente Saffo si aspettano, è nelle mani delle potenze celesti, δαιμόνεσσιν.

Saffo prosegue dicendo che sono felici e ricchi coloro che vengono sottratti alle difficoltà dal re dell’Olimpo: πολύολβοι suggerisce che la nave sia carica di beni che suppliranno alla mancanza di risorse di cui sembrano soffrire Saffo e la madre. Tali risorse contribuiranno forse a liberare Saffo dalla minaccia che sembra incombere su di lei. E alla salvezza della famiglia entrambi i fratelli potrebbero contribuire: Charaxos con il suo ritorno, Larichos mostrandosi uomo capace di alzare la testa contro coloro che minacciano lui stesso e la sorella.

Così come ci sono pervenuti, i versi alle linee 13-16 non possono essere interpretati, nonostante il loro significato complessivo sia abbastanza chiaro. Δαίμονα sembra richiamare δαιμόνεσσιν di linea 10. Non è plausibile che il re dell’Olimpo debba inviare un δαίμων a sottrarre i sofferenti mortali alle asperità della vita e a garantirne benessere e felicità? Consideriamo che περιτρέπω da una condizione ad un’altra altrove regge, a quanto mi risulta, l’accusativo della persona allontanata. Di conseguenza, non è forse meglio leggere τοίς, accusativo plurale, anziché τῶν, «felici coloro a cui il re dell’Olimpo voglia inviare in aiuto un potere celeste per sottrarli alle difficoltà»? Il cambiamento di τοίς nel genitivo potrebbe essere l’equivoco di qualcuno che non sapeva orientarsi tra tutti gli accusativi. [ndr]

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8 Commenti a Carasso, Larico e… gli accusativi

  1. Amedeo Fusco ha detto:

    Ma “toís” non è dativo plurale?

    • Roberto Rossi ha detto:

      La forma τοίς (o ταίς per il femminile), con accento acuto, è accusativo plurale eolico (che equivale a τούς); la desinenza del dativo plurale nel dialetto eolico è normalmente -οισι (-αισι).

  2. Enrico Emanuele Prodi ha detto:

    E’ davvero necessaria la congettura? Perché personalmente vedo tre possibilità di articolazione del testo senza necessità di alterazioni:

    (1) con δαίμον(α) oggetto di περτρόπην: “Coloro il cui δαίμων, il loro custode, il Re dell’Olimpo voglia distogliere dalle difficoltà”;

    (2) con δαίμον(α) soggetto di περτρόπην intransitivo: “Coloro il cui δαίμων, il loro custode, il Re dell’Olimpo voglia si allontani dalle difficoltà”;

    (3) con δαίμον(α) soggetto di περτρόπην transitivo con oggetto implicito: “Coloro il cui δαίμων il Re dell’Olimpo voglia [li] distolga dalle difficoltà, in quanto loro custode”.

    Mi sembra che, quanto a significato, la congettura del prof. Liberman vada ad essere sostanzialmente identica a (3), salvo la non-personalizzazione del δαίμων (“Coloro i quali il Re dell’Olimpo voglia che un δαίμων [li] distolga dalle difficoltà, da custode”). Suppongo sia soprattutto quest’ultimo elemento, più che la grammatica, a rendere plausibile la congettura, se abbiamo difficoltà ad ammettere che all’epoca di Saffo si potesse credere ad un δαίμων personale, stile Socrate; ma se non vado errato il termine può anche indicare qualcosa di simile al ‘destino dell’individuo’, per cui il genitivo potrebbe aver senso lo stesso.

    In ogni caso, potrebbe valere la pena di richiamare Esiodo, ‘Opere e Giorni’ 122-6 (anche se il referente parrebbe essere lievemente diverso):

    τοὶ μὲν δαίμονες ἁγνοὶ ἐπιχθόνιοι τελέθουσιν
    ἐσθλοί, ἀλεξίκακοι, φύλακες θνητῶν ἀνθρώπων (…)
    πλουτοδόται.

    • Roberto Rossi ha detto:

      Grazie del contributo, Enrico Emanuele. In attesa di una risposta del prof. Liberman, mi permetto di osservare che se si fa dipendere τῶν da δαίμονα, invece che dall’infinito περτρόπην, il costrutto che ne risulta mi sembra sintatticamente molto duro.

      D’altra parte, però, si può citare un passo non molto posteriore a Saffo, nel quale il genitivo si trova in dipendenza di δαίμων, in un contesto che può avere qualche attinenza col nostro (riferimento a Zeus custode della comunità, il vento propizio che implica un’immagine marinaresca):

      … Ζεῦ πάτερ,
      καὶ τόνδε λαὸν ἀβλαβῆ νέμων
      Ξενοφῶντος εὔθυνε δαίμονος οὖρον

      «… padre Zeus,
      e custodendo immune questo popolo
      reggi al demone di Senofonte il vento propizio»

      (Pindaro, Olimpica XIII 36ss, trad. B. Gentili).

      Fare dipendere il pronome da περτρόπην continua – in ogni modo – a sembrarmi la soluzione più naturale.

      • Gauthier Liberman ha detto:

        Plus j’y réfléchis, plus je trouve frappant votre rapprochement du passage de Pindare: peut-être la solution la plus plausible est-elle de garder τῶν, de lire ἐπάρωγος, et d’entendre «heureux ceux dont Zeus, venant à leur secours, fait sortir du malheur le genius».

    • Gauthier Liberman ha detto:

      Les trois traductions du texte grec que propose M. Enrico Prodi rendent, si je ne m’abuse, ἐπάρωγον par «il loro custode». Mais le sens de ce mot est auxiliator, adiutor, et une telle qualification ne saurait guère, me semble-t-il, convenir à δαίμονα si ce mot signifie «le destin», «le sort» des mortels extraits des peines. C’est pourquoi Martin West, dans une ingénieuse conjecture inédite que je prends la liberté de rendre ici publique, suggère de substituer à ἐπάρωγον ou ἐπάρηγον la locution ἐπ᾽ἄρηον: «heureux ceux dont Zeus veut faire passer le sort du malheur à (un état) meilleur».

      Si je ne me range pas à l’avis du grand savant, c’est parce que je crois que ἐπ᾽ἄρηον est un peu faible (on pourrait penser un instant au nominatif ἐπάρωγος) et que δαίμονα «sort» me semble peu heureux après δαιμόνεσσιν «les puissances célestes». Mais le poème de Sappho me paraît assez faible et je ne suis pas du tout sûr que les arguments esthétiques que j’oppose à la restitution et à l’explication de West soient probants.

      M. Prodi trouve que sa troisième proposition de traduction, «coloro il cui δαίμων il Re dell’Olimpo voglia [li] distolga dalle difficoltà, in quanto loro custode», se rapproche du texte et de l’explication que je donne et même permet de se dispenser de la correction que je propose, mais, sans parler du fait que nos deux textes impliquent un sens différent de δαίμονα, la traduction de M. Prodi achoppe sur deux difficultés: celle d’ ἐπάρωγον, que je viens d’évoquer, et la sous-entente à mon avis problématique du complément d’objet direct de περτρόπην ([li]).

      Aux trois explications proposées par M. Prodi on pourrait en ajouter une autre, qui ferait dépendre τῶν de ἐπάρωγον ! Mais cette quatrième explication laisserait subsister la difficulté de la sous-entente du complément de περτρόπην. On peut toujours expliquer n’importe quel texte ancien sans le corriger, mais cela peut avoir un prix élevé, parfois plus élevé même que celui d’une correction : le sacrifice du sens, de la plausibilité phraséologique ou grammaticale.
      LIS ADHVC SVB IVDICE.

      • Roberto Rossi ha detto:

        Traduco la risposta del prof. Liberman:

        Le tre traduzioni del testo greco che propone Enrico Prodi rendono, se non vado errato ἐπάρωγον con «il loro custode». Ma il significato di questa parola è auxiliator, adiutor e tale qualificazione non mi sembrerebbe essere adatta a δαίμονα, se questa parola significa «destino», «la sorte» dei mortali liberati dal dolore. Ecco perché Martin West, in un’ingegnosa congettura inedita che mi prendo la libertà di rendere pubblica qui, suggerisce di sostituire a ἐπάρωγον o ἐπάρηγον la locuzione ἐπ᾽ἄρηον: «Felici coloro di cui Zeus vuole trasformare la sorte dal dolore a (uno stato) migliore».

        Se io non mi allineo al parere del grande studioso, è perché penso che ἐπ᾽ἄρηον sia un po’ debole (si potrebbe pensare per un momento al nominativo ἐπάρωγος) e che δαίμονα «destino» mi sembra poco felice dopo δαιμόνεσσιν «potenze celesti». Ma il carme di Saffo mi sembra in ogni caso debole e io non sono affatto sicuro che gli argomenti estetici che oppongo alla congettura e alla spiegazione di West siano probanti.

        E. Prodi ritiene che la sua terza proposta di traduzione «coloro il cui δαίμων il Re dell’Olimpo voglia [li] distolga dalle difficoltà, in quanto loro custode», si avvicini al testo e alla spiegazione che do io e consente quindi di rinunciare alla correzione che io propongo, ma, per non parlare del fatto che i nostri due testi implicano un significato diverso di δαίμονα, la traduzione di Prodi si scontra con due difficoltà: quella di ἐπάρωγον che ho appena citato, e il sottintendere (secondo me problematico) del complemento oggetto diretto di περτρόπην ([li]).

        Alle tre spiegazioni fornite da E. Prodi se ne potrebbe aggiungere un’altra, che farebbe dipendere τῶν da ἐπάρωγον! Ma questa quarta spiegazione lascerebbe intatta la difficoltà di dover sottintendere il complemento di περτρόπην. È sempre possibile spiegare qualsiasi testo antico senza correggerlo, ma questo può comportare un prezzo elevato, a volte anche più elevato di quello di una correzione: il sacrificio del significato, della plausibilità fraseologica o grammaticale.
        LIS ADHVC SVB IVDICE.

      • Enrico Emanuele Prodi ha detto:

        Accetto volentieri la gentile correzione del prof. Liberman sul senso esatto di ἐπάρωγον: la mia nota era intesa come commento sintattico più che lessicale.

        Quanto a δαίμων, non ne ho dato una traduzione proprio per non pregiudicarne il senso sviando l’attenzione dalla questione che più mi stava a cuore, ma preciso che nella mia opzione (3) il senso dovesse essere più ‘essere soprannaturale’ che ‘sorte individuale’, data la necessità del δαίμων di portare a termine un’azione sulla persona interessata: in altre parole, davo al termine lo stesso significato che gli dà il prof. Liberman.

        In verità, dato il riferimento alla volontà di Zeus, mi sembrerebbe più attraente l’ipotesi che il termine significasse ‘sorte’, ma mi risulta difficile vedere come la semplice sorte possa essere ἐπάρωγος di alcunché.

        Puntualizzo che non ho nessuna obiezione pregiudiziale all’emendare testi papiracei: la congettura τοίς mi sembra soddisfacente (ed ἐπάρωγος ancor di più). Solamente, mi domandavo – forse per eccessivo conservatorismo – se fosse anche possibile dare una costruzione sintattica accettabile al testo così come è trasmesso, e mi pareva che così potesse essere.

        Però τῶν, qualora fosse corretto, da cosa potrebbe dipendere se non da δαίμον(α) o da ἐπάρωγον? Né περιτροπέω né περιτρέπω, stando al Liddell-Scott-Jones, sembrano reggere il genitivo.

        Lis adhuc sub iudice, davvero!

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