Omero, maestro di eloquenza

Data: 20 giugno 2013. Categorie: didattica, educazione, epica, esame di maturità, oratoria, testo d'autore. Autore: Roberto Rossi
Quintiliano

Marco Fabio Quintiliano (lo so è orribile, ma non ho trovato di meglio!). Fonte: Wikipedia.

Ed eccoci al rito consueto della prova d’esame: il passo di Quintiliano proposto (Istitutio oratoria, X 1, 45-48) è noto, interessante e denso di riferimenti. Propongo una mia rapida traduzione, cui seguirà un rapido commento.

Sed nunc genera ipsa lectionum, quae praecipue convenire intendentibus ut oratores fiant existimem, persequor. Igitur, ut Aratus ab Iove incipiendum putat, ita nos rite coepturi ab Homero videmur.

Ma ora intendo trattare proprio di quei tipi di letture che ritengo siano particolarmente utili a coloro che mirano a diventare oratori. Così, come Arato ritiene che si debba cominciare da Giove, così a noi sembra appropriato che iniziamo da Omero.

Quintiliano fa qui riferimento al poema didascalico di Arato di Soli intitolato Φαινόμενα (I fenomeni celesti), che inizia con la formula Ἐκ Διὸς ἀρχώμεσθα («Orsù, cominciamo da Giove»). Nell’empireo dei poeti Omero ha la medesima collocazione – agli occhi dell’oratore romano – che ha Giove nel mondo degli dei dell’Olimpo.

Hic enim, quem ad modum ex Oceano dicit ipse amnium fontiumque cursus initium capere, omnibus eloquentiae partibus exemplum et ortum dedit.

Omero infatti (proprio allo stesso modo come lui stesso dice che dall’Oceano prende inizio il corso dei fiumi e delle fonti), ha dato un modello e un principio a tutte le parti dell’eloquenza.

L’immagine si trova in Iliade XXI 196-197:
ἐξ οὗ περ πάντες ποταμοὶ καὶ πᾶσα θάλασσα
καὶ πᾶσαι κρῆναι καὶ φρείατα μακρὰ νάουσιν·
«da lui (Oceano) sgorgano tutti i fiumi, tutto
il mare e tutte le sorgenti e i pozzi profondi» (trad. S. Beta).

Hunc nemo in magnis rebus sublimitate, in parvis proprietate superaverit. Idem laetus ac pressus, iucundus et gravis, tum copia tum brevitate mirabilis, nec poetica modo sed oratoria virtute eminentissimus. Nam ut de laudibus exhortationibus consolationibus taceam, nonne vel nonus liber, quo missa ad Achillem legatio continetur, vel in primo inter duces illa contentio vel dictae in secundo sententiae, omnis litium atque consiliorum explicant artes?

Nessuno potrebbe superare (Omero) per altezza stilistica negli argomenti grandiosi e per proprietà di linguaggio in quelli di minore importanza: è al contempo ricco e sintetico, piacevole e serio, straordinario sia per la ricchezza, sia per la concisione, superiore a chiunque altro per la sua forza non solo poetica, ma anche oratoria.

Infatti, anche a tacere degli elogi, delle consolazioni e delle esortazioni (nelle quali pur sono evidenti le sue capacità poetiche), non è forse vero che sia il nono libro – nel quale si trova l’ambasceria mandata ad Achille – sia quella ben nota contesa fra i capi che si trova nel primo libro e anche i discorsi pronunciati nel secondo, mettono in mostra tutte le tecniche caratteristiche dei discorsi giudiziari e di quelli deliberativi?

A proposito di Omero come origine dell’oratoria, si può vedere quanto abbiamo proposto nel II° volume di Bibliothéke

Adfectus quidem vel illos mites vel hos concitatos nemo erit tam indoctus qui non in sua potestate hunc auctorem habuisse fateatur. Age vero, non utriusque operis ingressu in paucissimis versibus legem prohoemiorum non dico servavit, sed constituit?

Nessuno sarà così ignorante da non riconoscere che un simile autore avesse nelle sue corde l’espressione delle passioni sia moderate sia travolgenti. Suvvia, all’inizio di entrambi i poemi, non ha forse – in pochissimi versi – non tanto rispettato, quanto piuttosto inventato la formula dei proemi?

Nam et benivolum auditorem invocatione dearum quas praesidere vatibus creditum est et intentum proposita rerum magnitudine et docilem summa celeriter comprensa facit. Narrare vero quis brevius quam qui mortem nuntiat Patrocli, quis significantius potest quam qui curetum Aetolorumque proelium exponit?

Egli infatti rende il suo pubblico innanzitutto ben disposto, con l’invocazione alle dee, che si riteneva proteggessero i poeti; fortemente coinvolto dalla grandezza dei fatti che vengono proposti e propenso ad ascoltare, una volta inquadrato rapidamente il contenuto generale dell’opera. Chi è in grado di raccontare in modo più sintetico di Omero che rappresenta la morte di Patroclo, chi in maniera più efficace di lui che descrive il combattimento fra i Cureti e gli Etoli?

La morte di Patroclo, come è ben noto, è raccontata in Iliade XVI 783 ss. (nella traduzione di G. Paduano: «Patroclo si scagliò meditando morte ai Troiani, … ma quando la quarta volta si slanciò simile a un dio, allora, Patroclo, apparve la fine della tua vita»).

Meno noto l’altro riferimento ai Cureti e agli Etoli, che rimanda a Iliade IX 527-599. Siamo nel canto dell’ambasceria presso la tenda di Achille, per convincere l’eroe a mettere da parte l’ira. Parla Fenice, il vecchio precettore di Achille, che rammenta al suo antico pupillo un episodio esemplare del passato, per dimostrare quanto l’ira possa essere rovinosa (la traduzione è ancora di G. Paduano):

Io ricordo un fatto non di ieri, ma molto antico,
e lo voglio raccontare, amici miei, a voi tutti quanti.
Combattevano i Cureti e gli Etoli guerrieri
attorno a Calidone, e si uccidevano gli uni con gli altri,
gli Etoli per difendere la loro bella città,
i Cureti per devastarla nella furia di guerra.
Aveva loro mandato una sciagura Artemide dall’aureo trono,
adirata perché Eneo non le aveva offerto
le primizie del suo vigneto; a tutti gli dèi sacrificò l’ecatombe,
tranne soltanto alla figlia del grandissimo Zeus:
la scordò o non ci pensò, e fu un grande errore.
La dea arciera nella sua collera gli mandò contro
un cinghiale selvaggio dai bianchi denti,
che faceva danni enormi alle vigne di Eneo;
rovesciava a terra molti alberi alti, divelti
con tutte le loro radici e i frutti sui rami.
La belva fu uccisa da Meleagro figlio di Eneo,
che aveva raccolto da molte città cacciatori
e cani; non bastavano pochi uomini a vincerlo,
tanto  era grande, e molti uomini mandò sul rogo.
Attorno a lui la dea suscitò battaglie e tumulti,
per la testa e per la pelle villosa del mostro,
tra i Cureti e gli Etoli orgogliosi. Fin quando
combatté il forte Meleagro, le cose andarono male
per i Cureti, e pur essendo in gran numero,
non riuscivano a resistere fuori del muro;
ma quando Meleagro fu preso dall’ira,
che gonfia nel petto il cuore anche dei saggi,
furioso nell’anima contro Altea, sua madre,
restava inerte presso la sposa legittima, la graziosa Cleopatra,
figlia di Marpessa dalle belle caviglie, figlia di Eveno,
e di Ida, che fu il più forte di tutti gli uomini
di quel tempo, e per la donna dalle belle caviglie
osò prendere l’arco contro il dio Febo Apollo –
nella casa il padre e la nobile madre le davano il nome
di Alcione, e giustamente, perché sua madre aveva il destino
del triste alcione, e piangeva perché Febo Apollo,
il dio arciere, l’aveva rapita -; accanto a lei
stava a covare un’ira penosa, adirato
per le maledizioni di Altea, che aveva imprecato
agli dèi nel dolore per la morte di suo fratello,
e aveva percosso con le mani la terra nutrice,

Meleagro e la caccia al cinghiale caledonio (Roma, Musei Capitolini)

Meleagro e la caccia al cinghiale caledonio (Roma, Musei Capitolini)

invocando Ade e la tremenda Persefone
– piegata sulle ginocchia, la veste si bagnava di lacrime –
che dessero morte a suo figlio; e l’Erinni che si muove nell’ombra,
che ha un cuore implacabile, l’ascoltava dall’Erebo.
Presto attorno alle porte si levò fragore e tumulto:
la rocca era assediata; gli anziani d’Etolia
lo supplicarono e gli mandarono i sacerdoti più illustri,
che tornasse e li difendesse, promettendogli un ricco dono:
dove è più grassa la bella terra di Calidone,
lo invitarono a scegliersi uno splendido possedimento
di cinquanta iugeri, la metà di vigneti,
L’altra metà di pianura da arare; ed il vecchio
Eneo, abile nel guidare i cavalli, lo supplicava,
sulla soglia della sua alta camera,
e scuoteva i solidi battenti, implorando suo figlio.
E molto lo pregavano anche le sorelle e la nobile
madre, ma lui più ancora negava; e molto i compagni,
quelli che erano i migliori e i più cari di tutti;
ma neanche così riuscivano a persuadere il suo cuore,
prima che la sua stanza stessa fosse colpita e i Cureti
arrivassero sui bastioni e dessero fuoco alla grande città.
Allora la sua compagna dalla bella cintura
pregò l’eroe piangendo, e gli disse tutti i dolori
che colpiscono gli uomini di una città conquistata:
uccidono i maschi, e la città è distrutta dal fuoco,
altri portano via i figli e le donne dalla vita sottile.
Il cuore di lui si commosse a sentire di tali sciagure:
andò, indossò le armi splendenti e in questo modo
allontanò dagli Etoli il giorno della rovina,
cedendo al suo cuore; ma non gli diedero i doni,
splendidi e molti, e li difese lo stesso.

Un Commento a Omero, maestro di eloquenza

  1. marco-l. ubaldelli scrive:

    Il brano proposto dal Ministero ancora una volta pone la questione della forma della seconda prova.
    Innanzitutto per la mia esperienza didattica – e secondo i miei gusti – mi è sembrato adattissimo: né facilissimo né banale né inutilmente complicato (considerando la conoscenza della lingua latina che i nostri ragazzi – diciamo mediamente – hanno alla fine dei 5 anni di liceo classico).
    Il brano erà però anche molto bello, ricco di implicazioni culturali …
    Non sarebbe stato interessante allora mettere alla prova anche le capacità analitiche, interpretative, il commento dei nostri ragazzi ad un passo così stimolante ? Perché si continua a richiedere la traduzione secca di un testo, come fosse una prova di forza grammatical-sintattica, senza saggiare tutta la preparazione esegetica, tutte le abilità acquisite nella comprensione e nella contestualizzazione, insomma senza verificare il tanto sbandierato metodo critico che insegnamo loro per tanti anni e che vantiamo essere la specificità e del corso di studi classici ?
    Sempre più spesso le prove che somministriamo alle nostre classi richiedono non solo la traduzione, ma anche l’analisi di termini significativi, di strutture sintattiche, l’interpretazione e la contestualizzazione di un brano.
    L’editoria scolastica va sempre di più in questa direzione.
    Inoltre molti di noi portano i ragazzi ai certamina in cui oltre alla traduzione i candidati devono fornire un commento sensato e pertinente.
    Allora una domanda sorge spontanea: perché questo scollamento tra la prassi quotidiana (che a stento si evolve e con un po’ di ottimismo direi migliora) e la seconda prova concepita dal Ministero, sempre uguale a se stessa ? Il mondo cambia, i ragazzi cambiano ma nel mondo degli studi classici certe cose non si toccano !!!

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