Il greco antico: una sopravvivenza “inutile”?

Data: 13 febbraio 2011. Categorie: educazione, i classici oggi. Autore: Roberto Rossi

Cito con piacere questo articolo, tratto dal blog di Alain Juppé, ex primo ministro francese fondatore dell’UMP e attuale titolare del Ministero della Difesa nel III governo Fillon (a suo tempo segnalatosi come brillante grecista e latinista, vincendo il primo premio di latino e di greco al concorso generale fra tutti i liceali di Francia).

Non entro nel merito delle controverse vicende del personaggio, ma la sua difesa delle lingue classiche mi sembra meriti di essere tenuta in considerazione.

Lingue antiche, bersagli emozionanti

Riprendo il titolo di un bell’articolo pubblicato da “Le Monde”, sotto la firma di un gruppo di studiosi che non si rassegnano allo sradicamento dei programmi di latino e greco nella nostra formazione Nazionale.

Antigone e il corpo di Polinice (progetto Gutenberg)

Ho spesso avuto occasione di dire quanto ho condiviso la loro convinzione: permettere ai nostri studenti di imparare le lingue che sono fondamento della nostra civiltà, non è un atteggiamento elitario o di retroguardia, o – peggio ancora – una perdita di tempo. È al contrario una meravigliosa occasione per immergersi in profondità nella storia intima di queste culture, concedendosi una rivisitazione che è così rara, nella nostra società del tempo detto “reale”.

Jacqueline de Romilly ha apportato a questa causa un contributo ammirevole. Nei suoi libri si trovano moltissime argomantazioni. Me ne vengono in mente due o tre.

In primo luogo, come chiedere agli insegnanti di francese di insegnare una lingua di cui ignorano le origini, la formazione, lo spirito più recondito? È questo che è in gioco nella riforma dell’esame di abilitazione in lettere classiche. A questo punto, si potrebbero dispensare i candidati dal conoscere la Chanson de Roland, o il Testamento di Villon in lingua originale… visto che è difficile! Ci sono anche degli “adattamenti” dei Saggi di Montaigne in francese del XX, presto del XXI secolo…

In secondo luogo, perché privarsi della preziosa scuola di metodo, oserei dire di rigore intellettuale, che costituisce l’apprendimento di una lingua flessiva, così strutturata come il latino? Certo, si tratta di un apprendimento esigente. Ma a forza di non esigere nulla, si rischia di raccogliere molto poco.

Odisseo di fronte a Scilla e Cariddi (J. H. Füssli)

E non mi si venga a dire che è più “utile” imparare il cinese o l’arabo. Nei programmi ben pianificati, c’è spazio per esperienze diverse. Per quanto poi riguarda l’utilità, vorrei proprio sapere quale applicazione pratica avrà, nella futura vita professionale degli studenti, la risoluzione delle equazioni di secondo grado!? Bisognerà per questo dire che l’insegnamento dell’algebra è “inutile”?

E, soprattutto, abbiamo il diritto di privare tanti giovani della possibilità di vagheggiare un giorno la nascita dell’ “aurora dalle dita di rosa”, o le turbolenze del “mare vinoso”, seguendo Ulisse e le sue peregrinazioni? O di accompagnare i primi passi della democrazia ascoltando l’elogio che ne fa Pericle? O di scoprire con Antigone che ci sono valori superiore alle leggi imperfette degli uomini?

Tutti i nostri grandi miti, molte delle nostre grandi concezioni sono già lì.
Certo, ci sono eccellenti traduzioni di Omero, Tucidide e Sofocle. Ma quanto di più è profondo il marchio che si imprime in chi si è preso la briga (e il piacere!) di frequentare il testo originale!

Sono consapevole di partecipare a un lotta che non interessa più che a poche persone, che nel migliore dei casi suscita indifferenza, nel peggiore derisione. Ma il “mio” mondo classico mi ha dato troppa felicità perché io non debba tributare un po’ di riconoscenza e rispetto a coloro che continuano questa lotta in solitudine.

(Ringrazio l’amico Gianluca Pasini che mi ha segnalato l’articolo).

2 Commenti a Il greco antico: una sopravvivenza “inutile”?

  1. luca diamante ha detto:

    Oltre alle sue già valide motivazioni allo studio del greco e del latino, vorrei aggiungere che, studiando la lingua di un popolo, ci si immerge anche nella loro mentalità; nel caso del greco, si fa proprio lo spirito e il fondamento della cultura occidentale, nonchè del genio di quegli uomini. Questa è la lingua del sapere.

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