Diario di uno sfaccendato

Data: 12 luglio 2014. Categorie: didattica, educazione, vita della scuola. Autore: Roberto Rossi

Chi ha paura delle
36 ore settimanali?

Mi capita a fagiolo il motto dell’Azzecca-garbugli manzoniano: «grida fresca, son quelle che fanno più paura!». Lo trasformerei in: «governo fresco, sono quelli che fanno più paura!».

Stefania Giannini, Ministro della Pubblica Istruzione

Stefania Giannini, Ministro della Pubblica Istruzione

Nel senso che, presi dalla fregola di far grandi cambiamenti per ben distinguersi dai predecessori, i ministri non sempre dimostrano idee chiare sulle opportunità da perseguire.

Annunci e ritrattazioni sul famigerato DDL Giannini-Reggi sono a tal proposito molto eloquenti…

Niente di nuovo sotto il sole: i mali della scuola sono da imputare a quegli emeriti fannulloni che sono gli insegnanti (… ette pareva!), con le loro scandalose 18 ore settimanali di lavoro!

Da insegnante mi sentirei chiamato in causa, ma anche no, perché – sempre usando le parole di Manzoni – (questa volta a proposito di… Don Abbondio!) ho dalla mia parte «il testimonio consolante della coscienza».

Ma mi viene il capriccio di fare un esperimento: proviamo a calcolare quante ore ho effettivamente svolto nell’anno scolastico appena concluso. Dico effettivamente, cioè tenendo conto di tutto l’indotto, e facendo affiorare l’iceberg che sta sotto le fatidiche 18 ore di cattedra. Scoprirò l’acqua calda? Sicuramente sì, ma per chi non vive nella scuola potrebbe essere un utile promemoria.

Il lavoro che mi porto a casa dopo le 18 ore non è neanche così difficile da quantificare. Ma vediamo di fare qualche conto.

  1. compiti scritti: 38 (20 in una classe e 18 nell’altra, fra latino e greco, nei due quadrimestri);
  2. test per l’orale: 9 (a risposta aperta: questi test sono per me indispensabili, per tenere monitorata la preparazione degli studenti).

Totale: 47 prove, in classi composte in media di 25 studenti, per un totale di 1175 prove da correggere. Ovviamente non nell’orario di servizio.

E ora vediamo un calcolo approssimativo sul tempo: quanto ci vuole, in media, per correggere un compito di latino o di greco? Dipende, ovviamente. Certamente molto meno che per correggerne uno d’italiano (in questo non invidio i colleghi, che sono messi peggio di me!), ma almeno 8 minuti l’uno, minimo minimo, li vogliamo concedere?

Bene, alla fine sono 9400 minuti, per un totale di circa 157 ore.

E ora veniamo agli altri impegni che sono parte integrante della funzione docente (traggo i dati dal programma annuale delle attività, stabilito dal dirigente a settembre):

  1. ricevimenti genitori (individuali e generali): 24 ore
  2. consigli di classe: 16 ore
  3. collegi docenti: 20 ore

Totale: 157 + 24 + 16 + 20 = 217 ore di lavoro sommerso, numero che diviso per 33 (numero delle settimane di scuola) porta a 6,5 ore la settimana oltre le 18. Quindi siamo già a 24 ore e mezza ore settimanali di lavoro documentato e documentabile.

Manca all’appello il tempo necessario per disbrigare le urgenze burocratiche (aggiornamento registri, preparazione materiale delle verifiche che andranno somministrate…): quanto tempo la settimana? Almeno mezz’ora? (È l’equivalente 6 minuti al giorno).

Così siamo già a 25 ore la settimana.

Stanford: costo $ 58.846 l'anno

Stanford University: costo annuo $ 58.846

Senza contare il tempo per studiare e preparare le lezioni, che non si può quantificare.

A questo punto, francamente, l’idea delle 36 ore settimanali non mi spaventa affatto. Ma sia chiaro: non mi porterò niente da fare a casa: niente compiti, niente correzioni, niente preparazione. Non farò nulla oltre le 36 ore.

È ovvio che questa ventilata riforma (?) in realtà prospetta un nuovo modello di scuola, nel quale gli insegnanti non dovranno fare altro che accudire gli adolescenti per il tempo in cui staranno nell’edificio scolastico.

Con una prevedibile ripresa delle scuole private, cui si prospetta la ghiotta possibilità di offrire una scuola di qualità, senza la concorrenza della scuola pubblica.

Del resto, non è quello che succede anche negli Stati Uniti?

5 Commenti a Diario di uno sfaccendato

  1. Mauro Bigi ha detto:

    Caro Roberto, cosa penso sull’argomento è noto. Che ritenga la professione dell’insegnante basilare per una società, pure. Il problema è che anche voi non avete trovato un sistema meritocratico per cui chi vuole lavorare, lavora. Chi non vuole lavorare, non lavora. Ora nel pubblico è sempre così. E se non si trovano sistemi all’interno, condivisi, almeno a maggioranza, bisogna accettare le imposizioni esterne.
    Venendo al tuo calcolo, intanto siamo a 25 ore e per arrivare a 36 ne mancano 11….. ci sarà la preparazione delle lezioni, ma…
    E poi tu hai calcolato 33 settimane e ne mancano 19 ad arrivare a 52. Ferie e permessi ne vanno via almeno 6, quindi 46. Ne mancano comunque 13… Formazione? Esami? esami di recupero? 13 settimane…. Se abbiamo un insegnante scrupoloso, attento e innamorato del proprio lavoro, come sei tu e moltissimi altri tuoi colleghi, non dubito dell’impegno. Ma anche in un comune i Dirigenti/PO fanno molte più ore del dovuto e arrivano a stipendi non molto superiori a quelli di un insegnante alle superiori.
    Con Amicizia.

    • Roberto Rossi ha detto:

      Caro Mauro, riprendo, per pigrizia la risposta che ti ho dato nella pagina di FB.
      Il tuo ragionamento fa qualche grinza, se permetti: cosa vuol dire «anche voi non avete trovato un sistema meritocratico»?
      E chi lo dà questo sistema?
      Non è un compito nostro: è un compito della politica. Ma il politico deve conoscere la materia su cui intende intervenire, invece ho l’idea che qui si va improvvisando, senza un disegno preciso, senza distinzioni, senza criterio.
      Ti concedo che le ferie effettive (al netto degli esami, ovviamente) possono essere riviste (fatto salvo che io in estate ne approfitto per aggiornarmi, ma questo è un discorso personale).
      Però bisogna anche decidersi di rivedere gli stipendi, avvicinandoli alla media europea. Anzi, diciamo meglio, avvicinandoli alla decenza.
      Non voglio poi parlare degli incentivi assegnati dal dirigente, a suo arbitrio, sulla base di attività che non hanno niente a che fare con la funzione insegnante…
      Ma non voglio andare oltre. Il fatto è che io personalmente non sono affatto contrario a cambiare le cose. Ma questi non sono cambiamenti: è improvvisazione arrogante, è devastazione gratuita, senza un disegno preciso che non sia quello di raschiare il fondo del barile per risparmiare.
      Con immutata stima e amicizia (ovviamente!)

  2. Guido Waldrenk ha detto:

    Il fatto che le novità siano state annunciate quando molti supplenti ( i più vulnerabili ) avevano già concluso la loro attività,la dice lunga in materia di trasparenza e correttezza dei nostri signori politici,che anche in passato hanno dimostrato di essere capaci di colpire anche di notte.Non credo che tali misure siano state ipotizzate appena prima del loro annuncio,ma elaborate collegialmente e silenziosamente,per annunciarle nel modo che sappiamo.E’ ora di reagire,con forza e veemenza,mettendo da parte ogni riguardo:al confronto rispondere con confronto, alla forza rispondere con la forza.E’ ora di recuperare la nostra dignità, e di difenderci in ogni momento,in ogni luogo, con OGNI MODO. E’ ora di opporre ad un brigante un brigante e mezzo,non dobbiamo permettere che i nostri diritti di lavoratori ed i nostri diritti umani vengano calpestati e gettati via! Prima hanno convertito i nostri salari in una moneta/usura, quale l’euro con conseguente diminuizione del loro potere d’acquisto;poi hanno bloccato gli scatti stipendiali,invocando la meritocrazia ( da definire e misurare come? ), ma con l’intento di toglierci ulteriori risorse, e adesso se ne sono usciti con queste belle trovate. Chissà cosa prepareranno per Ferragosto! E infine: un ministro che alle Europee in qualità di capo di un partito che è stato ( per fortuna! ) cancellato dall’elettorato,dovrebbe avere il dovere etico, prima che politico, di levare le tende, e passare la mano.Pronti a reagire dunque!

  3. Cristiano Catania ha detto:

    Caro professore, ritengo questo suo articolo perfetto.
    Nella mia esperienza scolastica non ho mai saputo quante ore lavorassero i miei insegnanti, ma di certo la sensazione era che non si fermassero mai, che fossero costantemente immersi nel loro lavoro, al punto da non poterlo nemmeno considerare un “lavoro” (nel senso che usualmente si dà a questa parola): in un certo senso “non facevano”, ma “erano”.
    Sviluppavano idee, ci conoscevano profondamente e cercavano il modo più adatto per condurci sulla strada, se non della conoscenza, dell’amore per la conoscenza.
    Ancora oggi (proprio oggi compio 49 anni) che faccio tutt’altro mestiere (il Direttore Marketing), considero l’esperienza della scuola fra quelle di più alto valore morale e pratico.
    Gli insegnanti che ho avuto sono quelli che non solo mi hanno insegnato il greco, il latino, la storia, ecc., ma a formarmi un giudizio autonomo sul mondo, a leggere dentro le cose, a prendere il mio posto in questa faticosa avventura che è la storia umana, con tutte le sue miserie, ma anche con tutte le sue grandezze. E per farlo ci hanno messo certamente più di 36 ore alla settimana.
    Grazie ancora.
    Cristiano

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