Nuove prospettive a Pontignano

Data: 1 settembre 2013. Categorie: antropologia, convegno, didattica, i classici oggi. Autore: Roberto Rossi
Il chiostro centrale della Certosa di Pontignano, sede dell'evento

Il chiostro centrale della Certosa di Pontignano,
sede della Summer School

Sono fresco di ritorno dalla seconda edizione della Summer School in Nuove prospettive sull’insegnamento delle materie classiche nella scuola, che si è tenuta presso la splendida cornice della Certosa di Pontignano (SI).

L’iniziativa, organizzata dall’Università di Siena in collaborazione con il Centro AMA (Antropologia del mondo antico) si è tenuta la settimana scorsa, dal 28 al 30 agosto.

Trattandosi di “nuove prospettive”, mi aspettavo una particolare attenzione alle nuove tecnologie (che, a dire il vero, proprio nuove nuove ormai non lo sono più…): utilizzo della LIM, piattaforme online, multimedialità & co.

Nulla di tutto questo.

Ma, del resto, le finalità della scuola sono chiaramente evidenziate nel bando: «L’obiettivo della Summer School è quello di fornire una adeguata competenza metodologica sui nuovi approcci allo studio e alla trasmissione della cultura greca e romana in una prospettiva antropologica, secondo le linee di ricerca sperimentate presso il Centro Interdipartimentale di Studi Antropologici sulla Cultura Antica dell’Università degli Studi di Siena».

È stata una tre giorni densa di impegni e di lavoro secondo il fitto programma qui linkato: si sono alternate relazioni di docenti e ricercatori (con relative discussioni), performances musicali e di teatro, con momenti laboratoriali che hanno stimolato quel lavoro di équipe al quale noi docenti (ovviamente parlo soprattutto per me… 😉 ) non siamo molto avvezzi…

È un’iniziativa che credo meriti di essere conosciuta e pubblicizzata: l’incontro fra il mondo dell’Università e quello della scuola secondaria è sempre un’occasione utile e stimolante, che in questo caso ha favorito il confronto e il dibattito fra noi colleghi di latino e greco (non necessariamente provenienti da esperienze di liceo classico). Ribadisco in questa sede la mia sentita gratitudine agli organizzatori (in primis il prof. Maurizio Bettini, direttore della scuola, poi Donatella Puliga, Mario Lentano, Gigi Spina e tutte le persone, gentili ed efficienti, che hanno curato l’aspetto organizzativo e logistico), nella speranza che l’iniziativa possa avere continuità nel tempo. A chi volesse tenersi aggiornato a tal riguardo, consiglio di visitare il Blog della Summer School.



Ma ecco in dettaglio il “diario” delle attività svolte, tratto dai miei appunti estemporanei, rivisti e risistemati alla bene e meglio.

Certosa di Pontignano
Mercoledì 28 agosto, ore 15:00

Sessione di lavoro alla Summer School di Pontignano

La sessione di giovedì mattina. Da destra: R. Simone, D. Puliga, M. Bettalli, S. Ferrucci e G. Spina (che sta parlando)

Tocca a Donatella Puliga fare gli onori di casa, con alcune riflessioni dal titolo: Fare il punto, sgombrare il campo sull’insegnamento dei classici. Pontignano un anno dopo. Un anno dopo la prima Summer School, si riparte per sottolineare l’importanza di comunicare la bellezza dell’antico ai nostri giovani, in un momento in cui la scuola è ferita. Ma proprio dalle difficoltà, dalle “ferite” passa il riconoscimento della propria identità.

La bellezza e la ferita: due poli di un problema. In un mondo nel quale il classico soffre di una condanna che sembra inappellabile, è necessario individuare quegli ambiti e quegli strumenti comunicativi che consentano ai classici ancora di parlare. Anche se si respira il privilegio amaro di stare dalla parte dei perdenti…

Certosa di Pontignano
Mercoledì 28 agosto, ore 15:15

Segue immediatamente la relazione di Maurizio Bettini sul tema Origine del mondo, origini di Roma, pensare la cittadinanza.

Il dato di partenza è la constatazione che i Romani non hanno elaborato una cosmogonia, come accade presso le altre civiltà antiche (basti pensare alla Genesi o alla Teogonia esiodea),: è singolare che i Romani non si siano chiesti come nasce il mondo o come nasce l’uomo.

Non ponendosi il problema della nascita del mondo o dell’uomo, i Romani concentrano la loro attenzione sugli inizi della città (si veda il volume di P. Borgeaud e F. Prescendi, Religioni antiche, Carocci 2011).

Ne emerge il dato interessante che i Romani pensano se stessi non come un popolo autoctono (al contrario dei Greci, per cui l’«essere nati dalla terra» costituisce un vanto specifico dello status di cittadino), ma come un gruppo di profughi provenienti da Oriente, che – una volta insediata la città – la popolano grazie all’affluenza di gente raccolta da tutte le parti d’Italia. Si tratta quindi di un popolo composito, che diventa consapevole di se stesso quando, dopo la fondazione della città, i Romani vengono identificati come «Quirites».

Anche per la nascita della donna non si fa ricorso a un mito antropogonico, ma all’episodio del ratto delle Sabine, che non è solo un rapimento, ma rappresenta la fondazione culturale del ruolo della donna nella società romana.

Anche il rito di fondazione della città voluto da Romolo (di cui è testimone Plutarco, Vita di Romolo, 11, 1) rappresenta la natura composita del nucleo della città: ciascuno portava un po’ di terra dal paese di provenienza e la gettava nel mundus, una fossa circolare che costituiva il centro della città. A questo rito simbolico seguiva il tracciamento del Pomerium, il percorso delle mura, attorno al mundus.

Il prof. M. Bettini, direttore della Summer School

Il prof. M. Bettini, direttore della Summer School

È un mito di mescolanza: da cui, con l’estendersi della cittadinanza, alla fine delle guerre sociali si fa strada la nozione di origo: come ben spiega Cicerone, gli abitanti municipali sentono di avere due patrie, una naturale, l’altra giuridica. La cittadinanza si acquisisce, la origo si eredita dai progenitori (Cicerone, De legibus II, 3):

Io penso che Catone, come tutti i cittadini dei municipii, abbia due patrie, l’una naturale, l’altra giuridica. Così egli, nato a Tuscolo e accolto nella cittadinanza romana, poiché era tuscolano d’origine e romano per diritto di cittadinanza, ebbe Tuscolo come patria naturale e Roma come patria di diritto.

In sostanza, il problema, che presenta connotazioni di spiccata attualità, del binomio origo-cittadinanza è risolto dai Romani attraverso la doppia appartenenza.

L’intervento (in inglese) può essere scaricato dal blog della Summer School.

Certosa di Pontignano
Mercoledì 28 agosto, ore 15:40

Nella sua “chiacchierata” su L’ultimo degli eroi. Come Enea è diventato il capostipite dei Romani, Mario Lentano prende in considerazione il mito di Enea, che da Virgilio è declinato nella versione più comunemente nota, ma che non è però né unica né propriamente “canonica”.

Raffaello, Enea trasporta sulle spalle il padre Anchise (Musei Vaticani)

Raffaello, Enea trasporta sulle spalle Anchise (Musei Vaticani)

Il mito di Enea è esaminato a partire dalle origini, per arrivare a Virgilio e oltre. Il punto di partenza è ovviamente Omero che costituisce, per così dire, il Big Bang del mito: in particolare si fa riferimento a Iliade XX, 300-308, passo nel quale il dio Posidone, dopo aver sottratto Enea a morte sicura nel duello con Achille, profetizza il destino dell’eroe designato dal fato a regnare sui Troiani e i discendenti (vv. 307-308):

νῦν δὲ δὴ Αἰνείαο βίη Τρώεσσιν ἀνάξει
καὶ παίδων παῖδες, τοί κεν μετόπισθε γένωνται.

È la prima attestazione del ruolo che Enea eserciterà sui Troiani: egli è un prescelto, predestinato a salvarsi dopo la distruzione di Troia.

Nell’Inno omerico ad Afrodite, registriamo la conferma: allo sposo Anchise che si è congiunto alla dea senza riconoscerla, Afrodite profetizza il ruolo del figlio che nascerà dalla loro unione, che «regnerà sui Troiani e dai suoi figli nasceranno senza fine altri figli» (vv. 196-97):

σοὶ δ’ ἔσται φίλος υἱὸς ὃς ἐν Τρώεσσιν ἀνάξει
καὶ παῖδες παίδεσσι διαμπερὲς ἐκγεγάονται

La scelta del nome «Enea» è collegata dalla dea al dolore (αἰνόν) da lei provato nell’entrare nel letto di un mortale (e questo collega il nostro a quegli eroi – cfr. Aiace, Odisseo, … – il cui nome viene fatto derivare da un’etimologia afferente al dolore).

La tradizione successiva si appropria di Omero per rielaborarlo. Ad esempio Acusilao di Argo (FGrHist 2 F 39 Jacoby) prova a “razionalizzare” la tradizione mitologica, interpretando l’intera guerra di Troia come il frutto dell’ambizione di una dea (Afrodite) per favorire la propria discendenza:

avendo generato Enea e volendo predisporre un pretesto alla dissoluzione dei Priamidi, instillò in Alessandro (Paride) desiderio amoroso per Elena e, dopo il rapimento, in apparenza si alleò ai Troiani, ma in realtà incoraggiò la loro sconfitta

In che modo, poi, la figura di Enea garante della sopravvivenza troiana si intreccia con il mito della fondazione di Roma?

È cruciale a questo proposito la testimonianza di Strabone, che da una parte assume una posizione ferma nel sostenere la versione omerica (Enea sarebbe rimasto a Troia, dopo l’estinzione della famiglia di Priamo), in contrasto con le teorie di coloro che fanno di Enea un girovago che arriva in Italia; ma d’altra parte il geografo cita una lettura diversa del passo iliadico sopra citato (Geografia XIII 1, 53): τινὲς δὲ γράφουσιν «Αἰνείαο γένος πάντεσσιν ἀνάξει, καὶ παῖδες παίδων» (anziché Αἰνείαο βίη Τρώεσσιν ἀνάξει καὶ παίδων παῖδες). Dunque Poseidone avrebbe profetizzato il dominio dei discendenti di Enea su tutti (e quindi sull’intero mondo), e non solo sui Troiani. Ma come poteva Omero prevedere il dominio romano sul mondo? Ed ecco che uno Scolio si premura di spiegare (ad Il. XX 307-308): «alcuni dicono (…) che il poeta sapeva queste cose dagli oracoli della Sibilla. (…) Alcuni correggono “La stirpe di Enea signoreggerà su tutti”, come se il poeta avesse vaticinato il dominio dei Romani».

Dionigi d’Alicarnasso dà per buono l’arrivo in Italia di Enea e, partendo dagli stessi versi di Omero, li interpreta spiegando come il dominio di Enea sui Troiani non necessariamente contempli la permanenza dell’eroe in Frigia: Enea può regnare sui Troiani anche in Italia, «non era impossibile infatti per Enea regnare sui Troiani che egli aveva portato con sé, pur se organizzati politicamente altrove».

Probabilmente, non direttamente da Omero, ma da quei grammatici che avevano interpretato e manipolato i versi di Omero, Virgilio coglie gli elementi per plasmare il materiale mitologico, adattando la vicenda di Enea alla propria sensibilità e alle esigenze celebrative della casata di Augusto.

Certosa di Pontignano
Mercoledì 28 agosto, ore 17,30-20:00

Laboratori antropologico-letterari: noi partecipanti siamo stati divisi in tre gruppi, per procedere alla discussione dei temi trattati nel corso delle relazioni e tracciare possibili percorsi didattici da proporre a scuola, seguendo una gradualità che tenesse conto delle peculiarità dei corsi di studio e dell’età degli studenti.

La discussione si è sviluppata principalmente su due temi: la cittadinanza (origo civitas) e la figura di Enea.

Al di là dei risultati concreti del lavoro, è stata una utile occasione di incontro, dibattito e conoscenza con colleghi di altre realtà.

Il khaen, organo a bocca thailandese

Il khaen, organo a bocca thailandese

Certosa di Pontignano
Mercoledì 28 agosto, ore 21:00-24:00

Fabrizio Loffredo ha proposto interessanti considerazioni su Il secondo mestiere di Aristotele, come introduzione a Between Air and Ground, Concerto di flauti, field recordings, patterns di Fabio Mina: un’interessante dimostrazione delle potenzialità e le varietà di suggestioni timbriche degli strumenti aerofoni, dalle forme e provenienze più disparate (nella foto il khaen, lo spettacolare organo a bocca col quale Fabio Mina ha proposto alcune sue composizioni: per avere un esempio del suo suono si può vedere qui). 


Certosa di Pontignano
Giovedì 29 agosto, ore 09:15

La seconda giornata inizia con la relazione di Marco Bettalli su La violenza delle regole e le regole della violenza nel mondo antico, un excursus  sui modi della violenza della società ateniese (V-IV secolo a.C.) e l’interpretazione che di essa è stata data dalla critica storiografica.

Recentemente G. Herman (Morality and Behaviour in Democratic Athens: A Social History) ha proposto di Atene un’immagine “irenica”, “pacifica”: Atene è rappresentata come una città tranquilla, esente da problemi di criminalità (le case erano aperte, senza difese e in esse gli ateniesi tenevano le loro ricchezze). Ad Atene nessuno indulgeva alla sideroforia (nessuno aveva il gusto di portare le armi) e le situazioni di contrasto si risolvevano senza gravi danni.

Per ogni controversia, il cittadino poteva rivolgersi ai tribunali, che garantivano processi rapidi (che si risolvevano in una giornata), con sentenze inappellabili. Lo stato era presente attraverso i tribunali che garantivano la giustizia.

Una visione che trova il suo “manifesto” nel logos epitaphios di Pericle, nel quale Atene è esaltata quale emblema del vivere rilassato (cfr. Tucidide II, 38).

Il prof. M. Bettalli (Università di Siena)

Il prof. M. Bettalli (Università di Siena), nel suo intervento dell’anno scorso

Si tratta certamente di un quadro parziale e passibile di correzioni. Innanzitutto perché non tiene conto della condizione degli emarginati: ad esempio gli schiavi, che talora vivevano in condizioni disumane (ad es. nelle miniere del Laurio), il cui numero era impressionante (nel V secolo si può calcolare ragionevolmente un numero di almeno 150.000 schiavi contro circa 60.000 cittadini). Anche la condizione della donna traccia, come è ben noto, un profilo di emarginazione.

Ma soprattutto c’è il tema della guerra, che ad Atene ha una rilevanza molto rimarcata (secondo una recente statistica, fra V e IV secolo Atene è stata in guerra 2 anni su 3): la guerra era qualcosa di naturale, quasi un atteggiamento mentale, come dimostrano numerosi esempi, soprattutto nel periodo della guerra del Peloponneso (viene riportato come esempio la ribellione di Mitilene del 427 a.C.). E non stupisce che gli Ateniesi non abbiano mai elaborato nulla che sia attinente al concetto di pacifismo (la pace rimane un valore individuale, che non si allarga mai alla comunità).

Problematico anche il ruolo dello stato: c’è addirittura chi parla di polis senza stato (stateless polis), che si rileva dalla mancanza di forze di polizia e di esercito stanziale, oltre che dei mezzi per eseguire le sentenze. Definire Atene una polis stateless è forse eccessivo, ma sicuramente si trattava di uno stato molto leggero.

E su questa divergenza di impostazioni, Atene polis irenica o polis senza stato si può costruttivamente impostare un dibattito, che può essere interessante anche nell’ambito dell’attività didattica.

Certosa di Pontignano
29 agosto, ore 10:05

A questo punto si registra l’intermezzo di Raffaele Simone, che propone un appassionato intervento su Interazione fra scuola e territorio, sottolineando l’importanza del «fare lezione sul campo, attraverso la lettura intelligente e critica del territorio», per verificare come nel tempo si siano realizzati insediamenti e innesti, per riscoprire il ruolo dell’altro nella nostra cultura.

È proposto l’esempio di un’attività didattica svolta con gli studenti di Benevento: dall’attenzione per il territorio del Sannio e le sue peculiarità è stato condotto un cammino che dai Sanniti è giunto fino ai giorni nostri, per dimostrare come il territorio sia stato sede di evoluzione urbanistico, linguistico, artistico e più generalmente culturale. Anche attraverso l’esame del territorio e dei suoi prodotti si può costruire il senso della cittadinanza.


Mi riservo di proporre in altra occasione gli interventi successivi:

Stefano Ferrucci, L’oikos alla sbarra

Armida Loffredo, Le Sirene. Laboratorio sulla voce, i suoi usi, il suo ruolo nella prassi scolastica

Roberto DaneseAdporto vobis Plautum: la traduzione scenica come esperienza didattica sui testi classici e come riflessione sul teatro moderno

Antonella Borgo, Un capitolo di storia della letteratura latina: Ovidio, la poesia, la retorica dell’amore (a proposito di scuola antica e moderna)

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