Il sonno e la morte

Data: 26 febbraio 2010. Categorie: antropologia, epica, lirica arcaica. Autore: Roberto Rossi

La parentela del sonno con la morte costituisce uno dei topoi maggiormente consolidati della letteratura di ogni tempo: Omero esalta la potenza di Hypnos, fratello di Thanatos, nell’episodio della Διὸς ἀπάτη (l’inganno nei confronti di Zeus), quando Era vuole distogliere il suo regale sposo dalle incombenze della guerra e dalle sue partigianerie a favore dei Troiani (Iliade XIV 231-237):

Là s’incontrò col fratello della Morte, col Sonno,
lo prese per mano, e gli si rivolse con queste parole:
«Sonno, signore di tutti gli dèi e di tutti gli uomini,
se già una volta hai dato ascolto alla mia parola, anche ora
dammi retta, ed io ti sarò per tutto il tempo.
Addormenta sotto le ciglia gli occhi splendenti di Zeus,
quando io mi sarò unita a lui nell’amore.

A Hypnos e Thanatos è affidato poi il compito di trasportare in Licia il cadavere di Sarpedone, perché possa ricevere i dovuti onori funebri (Iliade XVI 677-683):

(Apollo) scese dai monti dell’Ida verso la feroce battaglia,
e subito portò l’illustre Sarpedonte fuori
tiro, lo portò lontano e lo lavò nella corrente del fiume,
lo unse d’ambrosia e gli mise addosso vesti immortali;
poi lo affidò ai portatori veloci,
il Sonno e la Morte, i gemelli, che subito
lo deposero nella ricca regione di Licia.

Esiodo nel rappresentare la morte degli eroi della generazione dell’oro, per rappresentare il tipo di morte ideale, senza alcuna sofferenza, dice: «morivano come vinti dal sonno» (Teogonia 116) e più avanti, sulla parentela fra sonno e morte, si sofferma in una lunga descrizione (Teogonia 755-766):

L’uno tenendo per i terrestri la luce che molto vede,

Hypnos e Thanatos

l’altra ha Sonno fra le sue mani, fratello di Morte,
la Notte funesta, coperta di nube caliginosa.
Là hanno dimora i figli di Notte oscura,
Sonno e Morte, terribili dèi; né mai loro
Sole splendente guarda coi raggi,
sia che il cielo ascenda o il cielo discenda.
Di essi l’uno la terra e l’ampio dorso del mare
tranquillo percorre e dolce per gli uomini,
dell’altra ferreo è il cuore e di bronzo l’animo,
spietata nel petto; e tiene per sempre colui che lei prende
degli uomini, nemica anche agli dèi immortali.

Bellissima è l’immagine proposta da Alcmane, in un contesto erotico, dove lo sguardo struggente della fanciulla amata è paragonato al sonno o alla morte (fr. 3 Davies):

e col desiderio che scioglie le membra, e più struggente
del sonno e della morte guarda verso di me
e per nulla falsamente quella è dolce.
Ma Astimelusa non mi risponde nulla,
ma tenendo quella corona
come un astro che vola
attraverso il cielo scintillante
o un virgulto d’oro o una morbida piuma …

In ambito simposiale, il poeta elegiaco Eveno di Paro (V-IV sec. a. C.) propone un accostamento fra il sonno e la morte, associandoli all’esperienza dell’ebbrezza e dell’eros (fr. 2 West):

È la misura ideale del vino né il troppo, né il poco,
ché il dolore comporta, o la follia.
Se come quarto si mesce con triplici Ninfe, ne gode:
è assai propizio al talamo così.
Prende un aire maggiore? Declina gli amori, e sommerge
in un gran sonno prossimo alla morte.

Non mancano, peraltro, contesti nei quali la divinità del sonno è esaltata per i benefici che arreca e viene invocata come rimedio delle sofferenze umane. Così, ad esempio, in Sofocle, Filottete 828-832, quando il coro lo invoca perché liberi Filottete dal dolore causatogli dalla ferita purulenta:

Sonno che ignori il dolore, Sonno privo di sofferenze,
vieni a noi col tuo soffio benefico,
Signore beato! Diffondi sugli occhi
questa luce di salvezza, che finalmente risplende!
Vieni a me, vieni, Guaritore!

Non si può poi non fare cenno al famosissimo passo di Platone nel quale Socrate, in prossimità dell’esecuzione capitale, paragona la morte al sonno (Apologia di Socrate, 40 c-d).

Ora, se la morte è il non aver più alcuna sensazione, ma è come un sonno che si ha quando nel dormire non si vede più nulla neppure in sogno, allora la morte sarebbe un guadagno meraviglioso. Infatti, io ritengo che se uno, dopo aver scelto questa notte in cui avesse dormito così bene da non vedere nemmeno un sogno, e, dopo aver messo a confronto con questa le altre notti e gli altri giorni della sua vita, dovesse fare un esame e dirci quanti giorni e quante notti abbia vissuto in modo più felice e più piacevole di quella notte durante tutta la sua vita; ebbene, io credo che costui, anche se non fosse non solo un qualche privato cittadino, ma il Gran Re troverebbe lui pure che questi giorni e queste notti sono pochi da contare rispetto agli altri giorni e alle altre notti. Se, dunque, la morte è qualcosa di tal genere, io dico che è un guadagno. Infatti, tutto quanto il tempo della morte non sembra essere altro che un’unica notte. Invece, se la morte è come un partire di qui per andare in un altro luogo, e sono vere le cose che si raccontano, ossia che in quel luogo ci sono tutti i morti, quale bene, o giudici, ci potrebbe essere più grande di questo?

Altrove, ad Hypnos è riconosciuta una duplice valenza: da una parte liberatore dalle sofferenze, dall’altra fratello e anticipatore della morte: si veda ad esempio un interessante documento di età tarda come l’Inno orfico 85:

Sonno, sovrano di tutti i beati e degli uomini mortali
e di tutti gli animali, quanti nutre l’ampia terra;
tu solo infatti regni su tutti e a tutti ti accosti
legando i corpi in ceppi non forgiati in bronzo,
sciogli gli affanni, dando dolce tregua alle fatiche
e operando sacro sollievo a ogni dolore;
e porti la preparazione della morte salvando le anime;
sei fratello, infatti, di Oblio e Morte.
Ma, beato, ti supplico di venire temperato, dolce,
preservando benevolmente gli iniziati per le opere divine.

(da: F. Ferrari-R. Rossi, Ad evocar gli eroi, Cappelli 2006)

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