Musica dell'antica Grecia

Data: 1 marzo 2010. Categorie: antropologia, recensioni. Autore: Roberto Rossi

Ecco un disco che, nonostante risalga ormai a qualche decennio fa, presenta ancora qualche motivo di curiosità e di interesse. È il frutto della ricerca pionieristica di Gregorio Paniagua e del suo complesso, l’Atrium Musicae di Madrid. Gli studi musicologici sono da allora progrediti, ma lo spirito con cui è stata affrontata questa registrazione è ancora oggi degno di considerazione.

Ecco riuniti per la prima volta i rari frammenti musicali della Grecia antica a noi pervenuti, con l’aggiunta dell’unico conservato della Roma imperiale (quattro battute mutile da un’opera di Terenzio).


È come se dell’Acropoli di Atene non rimanessero che detriti sparsi di colonne e un paio di capitelli distrutti. In effetti, se nell’architettura e in letteratura è possibile ammirare straordinari esempi della cultura ellenica, della musica – la cui pratica nell’antica Grecia era una vera e propria istituzione – non rimangono che frammenti sparsi, miracolosamente sopravvissuti su qualche papiro e su documenti di epoche successive.


Sono stati inclusi in questo disco per rendere giustizia del loro valore, malgrado il discredito di alcuni musicologi, che li considerano apocrifi.

Questo è dunque il panorama della musica che si praticava nelle occasioni più disparate, che era parte integrante della vita quotidiana dell’antica Grecia.


Fortunatamente, la teoria musicale non ha subito la stessa sorte. Ci sono pervenuti numerosi trattati, in greco, latino o arabo, che – uniti con lo studi di altre materie – si sono integrati nella cultura di tutti i popoli occidentali, che hanno ereditato le conoscenze del mondo ellenico. La musica greca utilizzava due sistemi di notazione: la notazione strumentale, derivata probabilmente da un alfabeto arcaico e che comprendeva quindici segni distinti, e la notazione vocale, formata dalle ventiquattro lettere dell’alfabeto ionico.


Per quello che riguarda il ritmo, è raro che sia indicato graficamente, come nel caso dell’epitafio di Seikilos: lo si ricava dai testi stessi.


Con questo disco, noi non pretendiamo di fare una semplice compilazione di ciò che è stato conservato della musica greca; noi non tentiamo di dissezionare un documento archeologicamente freddo e distante. È piuttosto l’espressione personale di un sentimento profondamente doloroso, davanti alla certezza di una perdita irrimediabile.


Ho ricostruito quello che ho potuto degli strumenti antichi: lire, auloì, cetre e anche un organo idraulico. È possibile trovarli in centinaia di raffigurazioni, prova supplementare del ruolo preponderante della musica nella società greca, in documenti molto diversi – vasi, sculture, bassorilievi e pitture – che rappresentano scene diverse di vita comune. Lo studio della teoria e di tutto ciò che concerne l’arte musicale greca ci ha portati alla conclusione che per restituire alla musica tutto il suo valore, non conviene trattarla come un elemento archeologico che si può ricostruire con maggiore o minore fedeltà, ma che bisogna essenzialmente infonderle nuova vita attraverso il nostro spirito.

(G. Paniagua, dalle note di copertina del CD, 1979)

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