Il sonno e la morte: oltre il mondo greco

Data: 1 marzo 2010. Categorie: antropologia. Autore: Roberto Rossi

Hypnos e Thanatos sollevano il corpo ferito a morte di Sarpedone
(coppa di Euphronios, New York, Metropolitan Museum of Art)

Dello stretto rapporto che intercorre fra il sonno e la morte non mancano esempi anche nella letteratura latina. Interessante è, a questo proposito, un passo delle Tusculane (I 92,11), nel quale Cicerone, nel tentativo di confutare la paura della morte, assume come ipotesi la prospettiva epicurea: la morte non riguarda chi è vivo, né chi è morto. Chi è vivo non può esserne coinvolto, chi è morto non ne può avere percezione, così come capita che non abbia nessuna percezione chi è sprofondato nel sonno (argomentazione analoga propone anche Lucrezio, De rerum natura III 919-930).

Chi vuole ridurne l’assolutezza, si figura la morte assai simile al sonno: e bravo! Nessuno sarà poi disposto a vivere novant’anni, se dovrà dormire gli ultimi trenta, dopo che ha compiuto i sessanta! Non lo vorrebbero, con lui, neppure i suoi familiari. (…) Che preoccupazioni potrebbero cogliere chi non ha neppure la possibilità di percepire sensazioni? Eccoti dunque il sonno, riproduzione della morte, veste che quotidianamente assumi; puoi, nonostante tutto, aver dubbi sul fatto che la morte sia annullamento dei sensi, quando questa è la situazione che constati nella riproduzione sua?

Nella discesa agli inferi del VI libro dell’Eneide, fra le varie figure infernali che stazionano «sull’orlo delle fauci dell’Orco», Virgilio rappresenta anche (v. 278)

consanguineus Leti Sopor «il Sonno, consanguineo della Morte».

In ambito erotico, merita poi di essere segnalato Ovidio, Amores II 9b,39-42:

Infelici tutti coloro che sono capaci di dormire una notte intera

e considerano il sonno una grande ricompensa!
Stolto, che è mai il sonno, se non l’immagine della gelida morte?
Sarà il fato a offrire un lungo tempo per dormire.

È probabile che l’espressione gelidae nisi mortis imago del v. 41 abbia esercitato una certa suggestione su Foscolo, nell’incipit del sonetto Alla sera («Forse perché della fatal quiete / tu sei l’imago…»).


L’associazione fra sonno e morte sta poi alla base dell’allegoria iniziale della Commedia dantesca (Inferno, I 4-12):

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
tant’ era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai

Passando in questo rapido excursus alla letteratura italiana, si può citare la prima terzina del sonetto CCXXVI dal Canzoniere del Petrarca:

Il sonno è veramente, qual uom dice,
parente de la morte, e ‘l cor sottragge
a quel dolce penser che ‘n vita il tene.

Ed ecco come rappresenta la notte Michelangelo Buonarroti, che nel Sonetto 102 paragona la dolce pace notturna alla morte:

O notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn’ opra sempr’ al fin assalta;
ben vede e ben intende chi t’esalta,
e chi t’onor’ ha l’intelletto intero.
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero;
ché l’umid’ ombra ogni quiet’ appalta,
e dall’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti, ov’ire spero.
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l’alma, al cor nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio;
tu rendi sana nostra carn’ inferma,
rasciughi i pianti e posi ogni fatica,
e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio.

Leonardo da Vinci, Aforismi e proverbi sull’uomo

O dormiente. O che cosa è sonno? Il sonno ha similitudine con la morte. O perché non fai adunque tale opra, che dopo la morte tu abbi similitudine di perfetto vivo, che vivendo farsi col sonno simile ai tristi morti?

Ariosto, Orlando Furioso, XXXIII 64

O felice animai ch’un sonno forte

sei mesi tien senza mai gli occhi aprire!
Che s’assimigli tal sonno alla morte,
tal veggiare alla vita, io non vo’ dire;
ch’a tutt’altre contraria la mia sorte
sente morte a veggiar, vita a dormire:
ma s’a tal sonno morte s’assimiglia,
deh, Morte, or ora chiudimi le ciglia!

Passando all’ambito romantico, nelle Operette morali di Leopardi troviamo due passi molto interessanti. Il primo nel Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie:

Ruysch. Dunque che cosa è la morte, se non è dolore?
Morto. Piuttosto piacere che altro. Sappi che il morire, come l’addormentarsi, non si fa in un solo istante, ma per gradi. Vero è che questi gradi sono più o meno, e maggiori o minori, secondo la varietà delle cause e dei generi della morte. Nell’ultimo di tali istanti la morte non reca né dolore né piacere alcuno, come né anche il sonno. Negli altri precedenti non può generare dolore perché il dolore è cosa viva, e i sensi dell’uomo in quel tempo, cioè cominciata che è la morte, sono moribondi, che è quanto dire estremamente attenuati di forze. Può bene esser causa di piacere: perché il piacere non sempre è cosa viva; anzi forse la maggior parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza. Di modo che i sensi dell’uomo sono capaci di piacere anche presso all’estinguersi; atteso che spessissime volte la stessa languidezza e piacere; massime quando vi libera da patimento; poiché ben sai che la cessazione di qualunque dolore o disagio, e piacere per se medesima. Sicché il languore della morte debbe esser più grato secondo che libera l’uomo da maggior patimento. Per me, se bene nell’ora della morte non posi molta attenzione a quel che io sentiva, perché mi era proibito dai medici di affaticare il cervello; mi ricordo però che il senso che provai, non fu molto dissimile dal diletto che è cagionato agli uomini dal languore del sonno, nel tempo che si vengono addormentando.

L’altro, nel Cantico del gallo silvestre:

Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita. Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella. Perocché la vita non si potrebbe conservare se ella non fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto di questo sonno breve e caduco, è male per sé mortifero, e cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di morte.

Il poeta Camillo Sbarbaro (1888-1967) nella prima edizione della raccolta Pianissimo scrisse una lirica sul sonno, abolita poi nella seconda edizione, forse perché troppo scopertamente legata al canone letterario. Al di là del topos classico, sono evidenti temi tipici della letteratura del novecento, come la dissoluzione del proprio “io” e la valorizzazione del “non sapere”.

Sonno, dolce fratello della Morte,
che dalla Vita per un po’ ci affranchi
ma ci rilasci tosto in sua balia
come un gatto che gioca col gomitolo;
di te, finché la mia vita giustifichi
la vita della mia sorella e un segno
che son vissuto anch’io finché non lasci,
io mi contenterò del tuo inganno.
Vieni, consolatore degli afflitti.
Abolisci per me lo spazio e il tempo
e nel nulla dissolvi questo io.
Nessun bambino mai così fidente
s’abbandonò sul seno della madre
com’io nelle tue mani m’abbandono.
Quando si dorme non si sa mai nulla.

Concludiamo questa (per forza di cose) parziale carrellata sui rapporti fra sonno e morte con la poesia Arte poetica di Jorge Luis Borges, tratta dalla raccolta L’artefice:

Guardate il fiume ch’è di tempo e acqua
e ricordare che anche il tempo è un fiume,
saper che ci perdiamo come il fiume
e che passano i volti come l’acqua.

Sentire che la veglia è anch’essa un sonno
che sogna d’esser desto e che la morte
che teme il nostro corpo è quella morte
di ogni notte, che chiamiamo sonno.

Decifrare nel giorno o l’anno un simbolo
dei giorni dell’uomo e dei suoi anni,
convertire l’oltraggio empio degli anni
in una musica, un rumore e un simbolo,

dire sonno la morte, nel tramonto
vedere un triste oro, è poesia,
eterna e povera. La poesia
che torna come l’aurora e il tramonto.

A volte appare nelle sere un volto
e ci guarda da fondo d’uno specchio;
l’arte dev’esser come quello specchio
che ci rivela il nostro stesso volto.

Narran che Ulisse, stando di prodigi,
pianse d’amore nello scorgere Itaca
verde e umile. L’arte è anch’essa un’Itaca
di verde eternità, non di prodigi.

È anche come il fiume interminabile
che passa e resta e riflette uno stesso
Eraclito incostante, che è lo stesso
E un altro, come il fiume interminabile.

(trad. di Domenico Porzio)

(da: F. Ferrari-R. Rossi, Ad evocar gli eroi, Cappelli 2006)

2 Commenti a Il sonno e la morte: oltre il mondo greco

  1. roberta ha detto:

    Interessantissimo!
    Se vi serve una studiosa di Storia greca laureata da 16 anni con grande esperienza alle spalle …. per lavori analoghi contattatemi.
    Grazie, a presto.

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