Il flusso alterno del bene e del male

Data: 24 ottobre 2013. Categorie: antropologia, filologia classica, i classici oggi, lirica arcaica. Autore: Roberto Rossi

È sempre un piacere, direi quasi un privilegio, poter leggere Archiloco a una classe di studenti: recentemente i riflettori sono stati puntati sul celeberrimo fr. 128 West (forse un testo compiuto, in tetrametri trocaici catalettici): di fronte alle tempeste della vita occorre saper riemergere, opponendosi fieramente contro gli ostacoli e i nemici che ci insidiano:

Θυμέ, θύμ’, ἀμηχάνοισι κήδεσιν κυκώμενε,
ἀναδύεο· μένων δ’ ἀλέξεο προσβαλὼν ἐναντίον
στέρνον, ἐνδόκοισιν ἐχθρῶν πλησίον κατασταθεὶς
ἀσϕαλέως· καὶ μήτε νικέων ἀμϕάδην ἀγάλλεο,
μηδὲ νικηθεὶς ἐν οἴκῳ καταπεσὼν ὀδύρεο,
ἀλλὰ χαρτοῖσίν τε χαῖρε καὶ κακοῖσιν ἀσχάλα
μὴ λίην, γίνωσκε δ’ οἷος ῥυσμὸς ἀνθρώπους ἔχει.

θυμὲ κυκώμενε...Ed ecco una proposta di traduzione:

«Cuore, cuore agitato da mali inesorabili,»

L’allocuzione al proprio cuore ricorda l’Odisseo omerico che, tornato in incognito a Itaca, si sdegna al vedere in casa sua le giovani serve in combutta con i Proci «τέτλαθι δὲ κραδίη, καὶ κύντερον ἄλλο ποτ᾽ ἔτλης» «cuore sopporta, soffristi dolori anche più “mordaci”» (Odissea XX, 18).  Notevole l’impiego del verbo κυκάω (κυκώμενε «agitato»), etimologicamente connesso con κῦμα, il «flutto del mare», che implica la metafora della vita come una navigazione esposta alle tempeste.

«riemergi: attendendo il nemico difenditi opponendogli contro
il petto, nelle insidie dei nemici piantato vicino a loro
a pié fermo:»

Alla scena marinaresca iniziale (rafforzata dalla raccomandazione ἀναδύεο «riemergi dalle onde») si sovrappongono immagini militari: Archiloco, poeta e soldato (come orgogliosamente lui stesso proclama in un altro frammento), utilizza espressioni che rimandano alla resistenza del soldato in guerra, che aspetta i nemici (cfr. il participio μένων) e oppone loro il petto (στέρνον), coi piedi ben piantati a terra (κατασταθεὶς ἀσφαλέως), in segno di determinazione.

«e quando vinci non ti vantare apertamente,»

Vantarsi, oltretutto, non porta bene: il verbo ἀγάλλομαι (di cui ἀγάλλεο è seconda persona dell’imperativo) ricorda l’atteggiamento di Ettore, che si vanta (ἀγάλλεται) delle armi di Achille sottratte al cadavere di Patroclo (Iliade XVIII, 132). Tutti sappiamo come è andata poi a finire…

«e, se sei vinto, non piangere, buttandoti a terra in casa,
ma gioisci delle gioie e affliggiti delle sventure
non troppo: riconosci quale flusso regola gli uomini.»

 Alle gioie e ai dolori bisogna reagire con un atteggiamento ispirato a moderazione e prudenza, evitando gli eccessi, come espresso dal motto μὴ λίην «non troppo». Risuona evidente il monito delfico del dio Apollo, che raccomanda una saggezza ispirata all’equilibrio fra gli estremi. Sul frontone del tempio di Delfi, come è ben noto, accanto al motto γνῶθι σαυτόν «conosci te stesso» (di cui ho già avuto modo di parlare) campeggiava anche l’altra indicazione etica fondamentale: μηδὲν ἄγαν «no agli eccessi».

È importante, conclude Archiloco, riuscire a capire che la vita umana è regolata da un flusso simile a quello del mare, con le onde che ti portano ora in alto, ora ti fanno sprofondare: in effetti è impiegato il termine ῥυσμός (= ῥυθμός), che è etimologicamente connesso con il verbo ῥέω «scorrere» (cfr. DELG 979). Il flusso implica una duplice valenza: da una parte – come viene qui sottolineato – c’è l’idea del salire e dello scendere, in quella sorta di «montagne russe» che sono le vicende della vita, caratterizzate da alti e bassi; d’altra parte è implicito il senso di un’alternanza delle sorti: non, si male nunc, et olim sic erit, osserverà molti secoli dopo il poeta latino Orazio (carm. II 10, 17-18). Se oggi va male, non sarà sempre così. E Archiloco stesso, nel fr. 13 West (la celeberrima “elegia a Pericle”), di fronte a un naufragio nel quale sono morti molti concittadini di riguardo osserva (vv. 7-9): 

………  ἄλλοτε ἄλλος ἔχει τόδε· νῦν μὲν ἐς ἡμέας 
       ἐτράπεθ’, αἱματόεν δ’ ἕλκος ἀναστένομεν, 
ἐξαῦτις δ’ ἑτέρους ἐπαμείψεται

Parafrasando: «disgrazie di questo genere ora colpiscono uno, ora un altro. Adesso la sventura si è abbattuta su di noi, e piangiamo una ferita che ancora sanguina, presto passerà ad altri» (il verbo ἐπαμείβομαι esprime proprio l’idea dell’alternanza).


Nota testuale: per la restituzione dell’inizio del v. 2, ho optato per ἀναδύεο· μένων invece del tradito (e impossibile) ἀναδευ δυσμενῶν (posto fra cruces nell’edizione di West). Seguo la proposta recentemente avanzata da Maria Grazia Bonanno (Università di Roma, Tor Vergata), nell’articolo Archiloco risanato, pubblicato su «MD» 68 (2012), pp. 175-179. Il testo tràdito viene corretto sulla base di un antico suggerimento di Bergk (ἀναδύευ μένων), che ha il vantaggio di eliminare la ridondanza δυσμενέων … ἐχθρῶν, integrando il metaforico ἀναδύεο che riprende la metafora marina del precedente κυκώμενε.

Mi sembra la soluzione più soddisfacente, pur registrando l’obiezione di Perrotta-Gentili (Polinnia 1965, 86) secondo cui «dà fastidio il susseguirsi dei participi μένων … προσβαλών». Nella recente terza edizione di Polinnia (2007) a cura di B. Gentili e C. Catenacci si propone l’interessante ἀλλὰ δυσμενέων, con ἀλλά esortativo che però mi sembra paleograficamente meno convincente della lettura sostenuta dalla Bonanno.

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