I Galli e il vino

Data: 23 gennaio 2011. Categorie: antropologia, storiografia, testo d'autore, versioni. Autore: Roberto Rossi

In un passo tratto dalla Vita di Camillo (cap. XV), Plutarco ricostruisce l’episodio dell’invasione dei Galli del 390 a.C., che si concluse con il famoso “sacco di Roma” ad opera di Brenno.

Domenico Ghirlandaio: Furio Camillo (Sala dei gigli, Palazzo Vecchio. Firenze)

È ben nota la leggenda della trattativa intavolata dai Romani per convincere gli invasori a ritirarsi, previo esborso di un riscatto pari a 1000 libbre di oro puro, con annessa truffa dei Galli che, dopo aver truccato le bilance, imponevano l’umiliazione con quel «vae victis!» «guai ai vinti!», che è divenuto proverbiale: chi è stato sconfitto deve sottostare al nemico, anche quando compie evidenti soprusi.

Nel momento della massima vergogna, la leggenda vuole che intervenisse Furio Camillo a riscattare l’orgoglio e l’onore romano, con quella frase storica «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria!» «Non con l’oro, ma col ferro (cioè con le armi) si riscatta Roma!», che avrebbe dato inizio alla reazione romana.

È particolare il motivo che avrebbe portato i Galli a valicare le Alpi e invadere la pianura padana e poi l’Italia: sarebbe stato l’amore per il vino a trascinarli al di qua delle Alpi. Qui entra in scena il racconto del già citato Plutarco:

Οἱ δὲ Γαλάται τοῦ Κελτικοῦ γένους ὄντες ὑπὸ πλήθους λέγονται τὴν αὑτῶν ἀπολιπόντες, οὐκ οὖσαν αὐτάρκη τρέφειν πάντας, ἐπὶ γῆς ζήτησιν ἑτέρας ὁρμῆσαι· μυριάδες δὲ πολλαὶ γενόμενοι νέων ἀνδρῶν καὶ μαχίμων, ἔτι δὲ πλείους παίδων καὶ γυναικῶν ἄγοντες, οἱ μὲν ἐπὶ τὸν βόρειον Ὠκεανὸν ὑπερβαλόντες τὰ Ῥιπαῖα ὄρη ῥυῆναι καὶ τὰ ἔσχατα τῆς Εὐρώπης κατασχεῖν, οἱ δὲ μεταξὺ Πυρήνης ὄρους καὶ τῶν Ἄλπεων ἱδρυθέντες ἐγγὺς Σενώνων καὶ Βιτουρίγων κατοικεῖν χρόνον πολύν· ὀψὲ δ’ οἴνου γευσάμενοι τότε πρῶτον ἐξ Ἰταλίας κομισθέντος, οὕτως ἄρα θαυμάσαι τὸ πόμα καὶ πρὸς τὴν καινότητα τῆς ἡδονῆς ἔκφρονες γενέσθαι πάντες, ὥστ’ ἀράμενοι τὰ ὅπλα καὶ γενεὰς ἀναλαβόντες ἐπὶ τὰς Ἄλπεις φέρεσθαι καὶ ζητεῖν ἐκείνην τὴν γῆν ἣ τοιοῦτον καρπὸν ἀναδίδωσι, τὴν δ’ ἄλλην ἄκαρπον ἡγεῖσθαι καὶ ἀνήμερον.

Plutarco racconta che i Galli, della razza dei Celti, avrebbero lasciato la loro zona d’origine per motivi demografici, in cerca di terre in grado di sfamarli. La migrazione di decine di migliaia di persone procede in diverse direttrici: a nord verso l’Oceano Atlantico e il Mare del Nord (ἐπὶ τὸν βόρειον Ὠκεανόν), dopo aver superato i “misteriosi” monti Ripei (forse gli Urali? o i Carpazi?); a ovest, occupando la regione compresa fra Pirenei e Alpi (grosso modo l’attuale Francia centro-meridionale).

La leggenda narra che, avendo essi una volta gustato il vino – esportato proprio allora per la prima volta dall’Italia – ne rimasero così deliziati da diventarne folli (ἔκφρονες), tanto da attraversare le Alpi e scendere in Italia, la terra che offriva un prodotto del genere.

Una testimonianza analoga, ma non focalizzata esclusivamente sul vino è offerta dall’erudito latino Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XII 2)

Produnt Alpibus coercitas et tum inexsuperabili munimento Gallias hanc primum habuisse causam superfundendi se Italiae, quod Helico ex Helvetiis civis earum, fabrilem ob artem Romae commoratus, ficum siccam et uvam oleique ac vini promissa remeans secum tulisset. Quapropter haec vel bello quaesisse venia sit.

che in italiano suona così:

Si dice che i Galli, che le Alpi tenevano chiusi come dentro ad un baluardo insuperabile, ebbero come primo motivo del loro riversarsi in Italia il fatto che l’elvetico Elicone, cittadino delle Gallie, dopo aver soggiornato a Roma come fabbro, aveva portato con sé, ritornando in patria, dei fichi secchi, dell’uva, dei campioni di olio e di vino. Dunque i Galli sarebbero giustificati per avere cercato di ottenere questi prodotti, anche con la guerra.

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