Dioniso al cinema

Data: 18 febbraio 2011. Categorie: antropologia, filologia classica, i classici oggi, teatro antico. Autore: Roberto Rossi

Ritorno sulla giornata di studi parmense del 16 febbraio (“Il Classico nel Moderno”), per proporre una sintesi della interessante (e per più aspetti anche discutibile) relazione di Massimo Fusillo sul tema Echi e variazioni dionisiache nel cinema (e un problema di metodo).

W. A. Bouguereau, La giovinezza di Bacco (1884)fonte: Wikimedia

L’indagine, partita da necessarie considerazioni di metodo, ha cercato di individuare tracce del dionisismo delle Baccanti euripidee nel cinema del dopoguerra, proponendo – pur nella rapidità di una relazione contenuta nell’arco di 20 minuti – alcuni esempi di film nei quali tali tracce sembrano emergere, pur nella consapevolezza di quanto possa essere “marginale” una lettura filmica limitata a tale prospettiva.

Il relatore ha preventivamente osservato che cinema e tragedia greca, a conti fatti, non si amano: l’origine teatrale dei testi antichi e il rischio di verbosità eccessiva rendono problematica la trasposizione del testo tragico in film, e infatti la tragedia greca è un capitolo tutto sommato marginale nella storia del cinema. Marginale, ma non privo di interessanti tentativi, che si sono attuati in 3 modalità:

    1. teatro filmato, di interesse documentale, più che artistico;
    2. attualizzazione del testo tragico, con spostamento dell’ambientazione della vicenda in altro contesto spazio-temporale, come ad esempio in film del tipo Edipo sindaco (1996) di J. Ali Triana, Teatro di guerra (1998) di M. Martone, Luna Rossa (2001) di A. Capuano;
    3. libera riscrittura, con maggior interesse per il mito nel suo complesso, piuttosto che per il testo di una singola tragedia: si vedano ad esempio film come Edipo Re (1967) di P. P. Pasolini, Elettra, amore mio (1974) di Miklos Jancso’ o Medea (1988) di Lars von Trier.

La premessa è servita per impostare il problema metodologico, che si riassume in una domanda: è possibile individuare una quarta modalità, meno esplicita, ma più sottile, di relazione fra cinema e tragedia greca? La risposta è ovviamente affermativa.

Questo tentativo di individuare relazioni tra teatro antico e strumento cinematografico offre la possibilità di allargare l’orizzonte verso nuove prospettive di indagine e consiste nel verificare in profondità i procedimenti narrativi caratteristici della tragedia classica che – pur con strumenti e modalità diverse fra teatro e cinepresa – vengono utilizzati dal cinema.

Fusillo prende come esempio le Baccanti di Euripide, per cercare di individuare un “sistema di tracce” (quindi non singoli elementi, che potrebbero essere casuali, ma un sistema articolato di richiami) del dionisismo nel cinema degli ultimi cinquant’anni.

E propone 4 pellicole, nelle quali ritiene sia evidente la rielaborazione di tracce del dionisismo euripideo:

  1. Il coltello nell’acqua (1962), lo straordinario film di esordio di Roman Polanski: storia di un incontro perturbante, a tre, nel quale gli elementi dionisiaci sono evidenti nel gioco di attrazione latente tra l’autostoppista androgino anarcoide e i due protagonisti, in una dinamica di seduzione e decostruzione dell’identità.
  2. Sleuth (1972), di Joseph L. Mankiewicz, uscito in Italia con l’improbabile titolo “Gli insospettabili” (più vicino all’originale sarebbe stato qualcosa come “Il segugio“). In origine commedia, viene sviluppato come un thriller, i cui tratti dionisiaci si individuano nel gioco di travestimenti della struttura metateatrale della vicenda (il protagonista è  un attore).
  3. Gruppo di famiglia in un interno (1974), di Luchino Visconti: propone la chiusura “apollinea” di un intellettuale che ha controllo totaledella sua vita, ma che subirà una vera e propria deflagrazione a causa di un incontro perturbante.
  4. L’imbalsamatore (2002), dell’esordiente M. Garrone: una storia di periferia urbana in cui l’elemento dionisiaco è identificabile anche in questo caso in un incontro perturbante: i protagonisti avvertono la consapevolezza del limite e la tentazione di varcarlo. La vicenda vive di contrapposizioni bipolari gioventù-vecchiaia, umanità-animalità, in una dionisiaca rappresentazione del doppio che trova il coronamento nella scena notturna di travestimento femminile, visto attraverso uno specchio (che è l’emblema del doppio per antonomasia).

In sostanza, una relazione stimolante, che invita ad ampliare gli orizzonti di lettura dei testi antichi, alla ricerca di nuove prospettive interpretative, per individuare il Fortleben (la sopravvivenza) di temi e strutture del passato che si annidano – talora in modo inconscio – nel nostro modo di sentire.

Certo, non si può nascondere che esiste il rischio di qualche forzatura, o di qualche accostamento indebito o non propriamente convincente…

Ma forse è un rischio da affrontare, se si vuole salvaguardare la lezione del passato, superando il pericolo dell’incomunicabilità con il presente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.



%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: